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“Il potere dei senza potere” di Havel. E l’ortolano disse no

maggio 7, 2013 Redazione

Il libro introvabile del grande protagonista della Rivoluzione di Velluto è tornato in libreria. Un io consapevole di sé può trasformare la storia di un popolo

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – È stato appena ripubblicato Il potere dei senza potere testo ormai introvabile scritto da Václav Havel nel 1978 (Seriate – Castel Bolognese, La Casa di Matriona – Itaca, 2013, pagine 208, euro 15). Il volume, a cura di Angelo Bonaguro e con una prefazione di Marta Cartabia, raccoglie anche il primo storico discorso di Capodanno tenuto da presidente (1990), il discorso di Hiroshima sulla «speranza e la morte» (1995) e quello pronunciato a Parigi nel 2009, sul mistero della storia e le sorti del mondo; fino ad alcuni brani dell’ultimo colloquio tra Havel e il cardinale Dominik Duka nel novembre 2011, a meno di un mese dalla morte. 

Ma l’ortolano disse no
di Silvia Guidi

«Perché rileggere oggi Il potere dei senza potere — si legge nella quarta di copertina della riedizione del libro curata da Angelo Bonaguro — un testo scritto nel 1978, quando il blocco sovietico era ben saldo e Václav Havel un dissidente tenuto sotto stretto controllo dalla polizia?».

Il muro di Berlino è stato abbattuto da quasi venticinque anni, lo scenario internazionale della guerra fredda appartiene a un lontano passato, sopravanzato nei fatti da un mondo radicalmente trasformato dalle potenzialità della tecnologia. Cosa può dire a un europeo, oggi, un testo così connotato dall’opposizione a un regime totalitario ormai defunto? «Una prima risposta ci viene offerta dallo stesso Havel — risponde nella prefazione Marta Cartabia, giudice della Corte costituzionale italiana — quando avverte che l’errore peggiore che l’Europa occidentale possa commettere è la mancata comprensione di quello che realmente sono i sistemi totalitari», ossia «una sorta di specchio convesso — come quelli che a volte si trovano agli incroci delle strade — che esaspera i tratti del nostro contesto sociale attuale e, deformandoli, permette di meglio cogliere le insidie in esso racchiuse». C’è un elemento che accomuna i totalitarismi e lo Stato moderno, dice l’autore, nonostante la distanza siderale che a prima vista li separa: l’elusione dell’uomo. «Come lo scienziato moderno ha messo fra parentesi l’uomo concreto come soggetto dell’esperienza del mondo, con sempre maggiore evidenza lo mettono fra parentesi anche lo Stato moderno e la moderna politica».

Nel contesto di crisi di identità che da anni affligge l’Europa, quest’opera sollecita a interrogarsi sul rapporto tra l’uomo e la politica, tra l’“io” e il potere. Havel descrive un sistema post-totalitario in cui il singolo sembra condannato all’irrilevanza, ma, in realtà, resta il perno e il protagonista della cura della res publica. La vita stessa del drammaturgo diventato presidente della Repubblica nel suo Paese mostra che un io consapevole di sé, non de-moralizzato, cioè non rassegnato alla menzogna, può diventare attore della trasformazione della storia di un popolo.

I saggi e i testi teatrali dello scrittore boemo ci offrono immagini indimenticabili nella loro feriale semplicità, dal risveglio della coscienza e della solidarietà sociale innescato dalla repressione di uno sconosciuto gruppo rock al celebre “esempio dell’ortolano”, la storia di quel negoziante che decide di opporsi al conformismo diffuso con il semplice gesto di togliere dalla vetrina della sua bottega lo slogan imposto dall’ideologia al potere.

«Finché l’apparenza — scrive Havel ne Il potere dei senza potere — non viene messa a confronto con la realtà non sembra un’apparenza; finché la vita nella menzogna non viene messa a confronto con la vita nella verità manca un punto di riferimento che ne riveli la falsità. (…) l’ortolano non ha messo in pericolo la struttura del potere a causa della sua importanza “fisica” o del suo potere oggettivo, ma in quanto il suo gesto ha trasceso la sua persona, ha fatto luce intorno a sé».

Per questo la rappresaglia scatterà immediata, violenta e — spiega Havel, che ne ha fatto personalmente esperienza subendo il carcere — sproporzionata rispetto all’apparente irrilevanza del gesto che va a sanzionare. «Il pedinamento continuava nei locali pubblici e persino nella sauna — scrive il drammaturgo raccontando nelle sue memorie gli esiti grotteschi del sistema di controllo capillare e ossessivo che lo seguiva dovunque — c’erano due agenti di una certa età che mi sorvegliavano, e vedendo che mi dirigevo verso la sauna mi chiesero: “Le spiacerebbe aspettare un attimo? Noi preferiremmo non entrare: sa, il cuore…”. Così mi sono messo ad aspettare l’arrivo di un paio di loro colleghi, due giovanotti atletici, che sono entrati con me».

Nessun gesto di libertà e autocoscienza, per quanto piccolo, sarà mai irrilevante, ribadisce Havel e, nel suo diario, il 5 dicembre 2005, scrive: «Invece mi importa / convinto che la mia esistenza / abbia increspato la superficie dell’Essere / che, dopo la mia piccola onda, / così limitata, insignificante e fugace / sarà diverso da prima / e per principio rimarrà diverso per sempre».

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1 Commenti

  1. alessandra scrive:

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