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«Il caso di Criscito è l’emblema del giustizialismo italiano»

maggio 31, 2012 Emmanuele Michela

Parla Federico Sarica, direttore di “Studio”, che qualche giorno fa dimostrò la precoce condanna mediatica del difensore azzurro. «Su di lui solo coincidenze. Ma è un tic comune: dove si trova qualcosa di illegale è automaticamente tutto sporco»

Qualche giorno fa sul sito della rivista “Studio” la sua voce si è levata fuori dal coro. “Le balle su Criscito” titolava un articolo. La firma era quella di Federico Sarica, direttore della rivista: «Ho scritto quel pezzo da grande appassionato di calcio, ma ancor più da garantista», dice a tempi.it. E mentre su gran parte della stampa ci si rincorreva a puntare il dito contro il mondo del calcio, sporco e corrotto, lui dimostrava come le prime accuse mosse da alcuni giornali contro il terzino dello Zenit, fossero totalmente infondate. «La foto di Criscito con Sculli e altri uomini sospetti fuori da un ristoranre in effetti incuriosisce. Ma inquadra poco, perché in quello scattano mancano le persone che invece sono citate nelle ordinanze, che, se c’entrano, c’entrano più di Criscito». Una condanna quindi fin troppo rapida per il giocatore che ha dovuto lasciare in fretta e furia la Nazionale, «e una vicenda che è emblematica».

Di che cosa?
È l’emblema di una serie di tic e meccanismi italiani in cui il calcio è marginale. Il pallone è una cosa molto popolare, e di conseguenza ci mette un attimo a diventare populista: facile che erediti tanti tic tipici del nostro paese. In primis, il pensiero comune che dove si trova qualcosa di illegale è automaticamente tutto sporco, e più si riesce a sporcare l’immagine di un mondo ricco di appeal, meglio è. Il secondo è poi questo costante giustizialismo, tale per cui un indagato è automaticamente dichiarato colpevole. E qui la responsabilità grave è anche di noi giornalisti.

E così Criscito deve saltare gli Europei, forse solo per essere stato fotografato con degli amici poco raccomandabili.
Già. Su di lui c’è solo una coincidenza: quella di essersi trovato a pranzo con persone che in quella settimana erano sotto osservazione della polizia per altri motivi. Eppure non è stato risparmiato: se frequenti persone che stanno facendo qualcosa di illegale, sei un delinquente.

Come pensa che i giornali stiano trattando la vicenda?
M’ha fatto quasi ridere leggere la Gazzetta di ieri, dove si è fatto marcia indietro su Criscito. «Pare che su di lui ci sia solo una foto», scrivevano. Però, guardando quanto hanno scritto, mi venivano due critiche: la prima è che questa notizia si trovava solo a pagina 9, mentre quando il giorno prima il giocatore veniva dipinto come un mostro lo si faceva in prima pagina. D’altronde è chiaro: la smentita del mostro non vende quanto il mostro stesso. In secondo luogo, quella retromarcia sul giocatore dello Zenit preparava in realtà il terreno a una critica a Bonucci: quello innocente deve rimanere a casa, mentre l’altro che è colpevole va agli Europei. Forse alla Gazzetta hanno carte di cui io non sono in possesso… Fatto sta che fino ad ora si è alzato un grande polverone, dove fa comodo buttare dentro nomi illustri. Però nessuno ha il coraggio di fare una importante distinzione: da una parte ci sono dei criminali, che hanno contatti con alcuni calciatori. E su questo si deve fare chiarezza. Dall’altra parte, però, ci sono una serie di abitudini del calcio – basta aver giocato a pallone una volta nella vita per conoscerle – su cui è facile tessere trame di delinquenza. Ma le due cose non sono la stessa cosa.

È il motivo per cui non sono state capite le parole di Buffon. Ieri il capitano della Nazionale si è fatto sentire in conferenza stampa: «Come mai le telecamere quel giorno erano lì davanti ai cancelli? Sempre per spettacolarizzare la cosa. La gravità e che tutti voi sapevate in anticipo. Se io vado a un interrogatorio da un pm, dopo 5 minuti si viene a sapere la notizia. Questa è la vergogna». Che cosa pensa di queste dichiarazioni?
Buffon ha ragione. Le sue sono parole che, al di là del calcio, sono una vera lezione di garantismo, quasi di stato di diritto. Per due motivi: fino a prova contraria ognuno può dire quello che vuole, e non capisco chi ha additato il portiere della Juve di scarso opportunismo, dicendo che essendo lui capitano della Nazionale poteva risparmiarsi quelle parole. Perché non doveva dirle? Se uno è sincero, a maggior ragione dice quel che pensa. In secondo luogo, Buffon ha messo in chiaro la vera questione: perché spettacolarizzate questo fatto e giocate con la vita della gente per fare i vostri interessi con vicende che poi si sgonfiano?

Sulle parole di Buffon si è espresso oggi Sconcerti: il calcio sarebbe sporco, poco importa se di questo i giornalisti raccontano con qualche abuso. «Il male è il reato, non chi lo racconta», scriveva oggi sul Corriere. A Sconcerti, ha risposto Luca Sofri, su “Il Post”: di fronte a simili comportamenti di stampa e magistratura, è lecito avere qualche dubbio. Che giudizio dà di queste due dichiarazioni?
La posizione di Sconcerti è molto populista e anche pericolosa. Non si può applicare il discorso del fine che giustifica i mezzi, proprio perché il problema è il reato, non tutto il resto. Non è l’opportunità, non sono le persone che frequenta. È una questione di reati e di pene. Non si può adottare il discorso del saggio che indica la luna e dello stolto che guarda il dito. Davanti a queste vicende bisogna guardare sia il dito sia la luna, anche perché – al momento – non sappiamo con precisione cos’è la luna. A meno che Sconcerti non sappia già chi è colpevole e qual è il reato, e allora ce lo potrebbe anche dire… Altrimenti questo è giustamente il momento del dubbio.

Cosa si aspetta da tutta questa vicenda? C’è il rischio di un’epurazione fin troppo sommaria, sull’onda dell’emotività? Per tanti è facile sparare contro lo stereotipo facile del giocatore carogna e rammollito, senza alcun tipo di valori…
Mi auguro che la giustizia ordinaria riesca a fare il suo corso, senza essere inficiata da queste spettacolarizzazioni. Chi ha sbagliato deve pagare, non dimentichiamoci che essere garantisti non vuol dire essere innocentisti. A livello, invece, di giustizia sportiva mi aspetto poco, dato che i precedenti sono quel che sono. Con questa campagna mediatica la gente si è fatta l’acquolina in bocca, bisogna dargli in pasto qualche nome illustre: vuole un colpevole, e bisognerà trovarlo, magari anche di peso. Di per sé, comunque, tutta la vicenda mette in luce il grande moralismo con cui si guarda il mondo del calcio. È l’idea malsana che esistono i giusti ma ora governano i non giusti, e quindi ci sarebbe un sistema contro cui ribellarsi. In realtà non combacia con la storia degli uomini: gli esseri umani in quanto tali sbagliano. Questi sono modelli costanti in cui spesso cadiamo: la società civile è giusta, mentre la politica no; il ricco sbaglia e il povero no; il calciatore è immorale, mentre chi guarda il calcio si dovrebbe svegliare e smetterla di dare i soldi ai questi miliardari.

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