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Il ballottaggio è una cosa seria

giugno 12, 2016 Renato Farina

Le elezioni, tutte le elezioni, che sono il nostro modo per dirigere le riforme e spingere o frenare i Napoleoni di oggi, vengono vissute a due livelli di coscienza

Pubblichiamo la rubrica “Boris Godunov” di Renato Farina tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Boris piace citare Lev Tolstoj, Guerra e pace. Nel libro secondo, parte terza, capitolo primo, scrive: «Nel 1808 lo zar Alessandro si recò a Erfurt per un nuovo incontro con l’imperatore Napoleone (…). Nel gran mondo si parlava persino della possibilità di un matrimonio tra Napoleone e una delle sorelle di Alessandro. Oltre alle discussioni sulla politica estera, in quel tempo l’attenzione della società russa era rivolta con particolare vivacità alle riforme interne, che venivano attuate allora in tutte le zone dell’amministrazione imperiale. Intanto, la vita, la vera vita degli uomini, con i suoi interessi sostanziali, di salute, di malattia, di lavoro, di riposo, con i suoi interessi di pensiero, di scienza, di poesia, di musica, d’amore, d’amicizia, di odio, di passione, procedeva come sempre, indipendentemente e fuori da ogni politica di alleanza o di inimicizia con Napoleone Bonaparte, fuori da tutte le possibili trasformazioni e riforme».

Ha ragione Tolstoj. Queste due sfere ci sono anche oggi. Le elezioni, tutte le elezioni, che sono il nostro modo per dirigere le riforme e spingere o frenare i Napoleoni di oggi, vengono vissute a due livelli di coscienza. Uno è quello che ha a che fare con il nostro rapporto con i destini del mondo. L’altro con la nostra umana vicenda, vista però come scissa dagli accadimenti dell’universo. Non sto facendo una gran scoperta, mi rendo conto. Il mal di testa che forse passerà con un’aspirina ha un peso maggiore nel determinare il nostro sguardo sul prossimo ma anche sulla rotazione del pianeta intorno al suo asse della consapevolezza dell’immane scontro tra le grandi potenze della fisica e della politica in Africa.

Il cattivo umore degli americani
Il maestro Riccardo Muti in una conversazione trasferì il medesimo discorso sulla musica. La sera avrebbe dovuto dirigere il Requiem di Verdi, un capolavoro assoluto. L’infinita bellezza sarebbe stata nelle mani di violinisti e al peso dell’acidità di stomaco o della volubilità della rispettiva moglie o del fidanzato. Ma anche dell’umore del maestro stesso. Tale è la fragilità umana, la sua finitezza meschina rispetto ai balzi del cuore per cui sospiriamo dinanzi a un’alba rosata.

Così in politica. Sappiamo che discenderanno conseguenze decisive dalla vittoria di Trump o della Clinton (Boris non sa quali, ma di certo esistono) sulle speranze di sopravvivenza delle comunità cristiane in Iraq. Eppure quel giorno in America molti non andranno a votare per il cattivo umore, o si stancheranno per la fila, o avranno irritazioni particolarissime contro la chioma arancione di Trump oppure contro il particolare uso dei sigari in voga nella famiglia Clinton, lato maschile.

Dalla sana ironia al quieto fatalismo
Credo che il compito dei cristiani oggi sia quello di mostrare che ogni atto umano è attraversato dallo stesso anelito di felicità. Accarezzare un bimbo, votare. La responsabilità è offrire ogni nostra azione al Tutto.

La politica è un bene. È sì relativa, lasciata al suo rischio, ma il suo peso sui destini è tale che richiede consapevolezza e non trascurataggine; sostegno di amici e della propria grande famiglia spirituale. Evitando i minimalismi sentimentali di chi si acquieta nel godimento del fiorellino profumato che ci ricorda Dio, senza che questa memoria ci rimandi al sangue sparso sul prato. Ha ragione Brecht: in questo tempo bisogna occuparsi del maledetto imbianchino piuttosto che star seduti davanti all’albicocco in fiore. Le due cose insieme: questo è umano, accidenti. Correre a soccorrere l’uomo ferito, avendo dentro di sé il roseo albicocco chiomuto.

Perché ho fatto questa tiritera? Perché dinanzi a queste elezioni non vedo una sana ironia rispetto all’esito del nostro tentativo umano, ma una sorta di quieto fatalismo. L’ironia accompagnava anche i martiri prima che gli staccassero la testa, vedi Thomas Moore, ma della testa gli importava eccome. Per questo io dico: il ballottaggio per scegliere il sindaco è una cosa seria. Perché riguarda il caso serio. Non ci sono in amore, nel lavoro, in politica, spazi per la PlayStation.

Foto Ansa

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1 Commenti

  1. Giulio Dante Guerra scrive:

    Ben detto, zar Boris. Solo due appunti: quale politicante coniatore di neolingua ha inventato quel neologismo, “ballottaggio” (che, a noi toscani nati e cresciuti in epoca pre-televisiva, fa venire in mente le ballotte, le castagne lesse, dette anche, nella mia Lucca, “ballocciori”), per indicare uno “spareggio” fra i due candidati più votati? Secondo, più serio: il cognome inglese di S. Tommaso Moro era More, non Moore! Non confondiamo un santo martire, patrono degli uomini politici, con un semi-sconosciuto poeta anglo-irlandese della prima metà dell’Ottocento, appunto Thomas Moore (1779-1852).

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