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Eutanasia e DAT: ProVita dalla parte dei malati

febbraio 16, 2017 Francesca Romana Poleggi

Conferenza stampa alla Camera sulla “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento”

La conferenza stampa sull’eutanasia organizzata da ProVita onlus, che si è tenuta stamane alla Camera dei Deputati, non può aver lasciato indifferenti le persone che vi hanno assistito.

Il disegno di legge che sta discutendo la Commissione XII, Affari Sociali, invero, non contiene mai la parola “eutanasia”. Esso però introduce le “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento” (o DAT) con le quali – come ha spiegato il presidente di ProVita onlus Toni Brandi – il paziente può obbligare il medico a sospendere qualsiasi trattamento sanitario gli stia somministrando. Quindi il dottore diventa mero esecutore della volontà dell’assistito, anche quando questi “disponga” (perché le “dichiarazioni” del titolo, nel corpo della legge, diventano “disposizioni”…) di sospendergli nutrimento e idratazione. Né può sollevare obiezione di coscienza: sarà costretto a uccidere per omissione. Potremo, così, fare la fine Eluana Englaro, morta di fame e di sete perché una volta aveva detto, molto tempo prima, che non avrebbe voluto vivere inchiodata su una sedia a rotelle.

È intervenuta anche l’on. Eugenia Roccella, la quale va ricordata proprio a proposito di Eluana per aver fatto tutto il possibile per salvarle la vita, quando era sottosegretario alla sanità. Roccella ha parlato dello stato della discussione in Commissione dove lei, con Paola Binetti, Raffaele Calabrò, Benedetto Fucci, Gian Luigi Gigli, Domenico Menorello, Alessandro Pagano e Antonio Palmieri, stanno combattendo strenuamente per la vita contro una compagine compatta formata da PD, M5S e SEL. Questi fanno di tutto per evitare il dibattito, saltando l’esame degli emendamenti e convocando assurde sessioni di lavoro notturne.

Fin qui la politica.

Quello che, però, non può aver lasciato indifferenti gli ascoltatori (lo stesso Brandi si è commosso visibilmente) è avvenuto dopo. Hanno dato la loro testimonianza contro l’eutanasia e a favore dell’indisponibilità della vita, che è sempre degna di essere vissuta, persone che hanno davvero buon titolo per esprimere un loro parere.

Sylvie Menard, ricercatrice oncologica ed ex allieva del prof. Veronesi, era favorevole all’eutanasia. Da quando ha scoperto di avere un cancro inguaribile al midollo osseo, ha cambiato completamente la sua prospettiva sulla vita e sulla morte: vuole vivere fino in fondo ed è divenuta una ferma oppositrice dell’eutanasia e del testamento biologico. Ha sottolineato convinta che non si può conoscere la propria reazione di fronte a una malattia, e che è profondamente sbagliato assumere come vincolanti le “DAT” rilasciate tempo prima. Anche durante la malattia si alternano momenti di disperazione e depressione a momenti sereni e perfino gioiosi. Questi sarebbero preclusi al malato che fosse stato accontentato, quando nei momenti bui chiedeva di morire.

Roberto Panella si è risvegliato dal coma dopo un incidente, ha raccontato quanto avesse lottato per la sopravvivenza e ha ribadito la dignità della sua vita, anche in quella situazione dolorosa. Tra l’altro, quando lo ritenevano totalmente incosciente, lui sentiva i medici discutere sul se lasciarlo morire.

Una testimonianza analoga è stata portata da Pietro Crisafulli, che in un film, “La voce negli occhi”, ha raccontato la vicenda di suo fratello Salvatore, il quale si è risvegliato dal coma – e anche lui sentiva tutto quello che gli accadeva intorno – nonostante i medici l’avessero dato per spacciato, destinato a vivere da “vegetale”.

A Sara Virgilio, dopo un terribile incidente, i medici avevano detto che al 99,9% non sarebbe sopravvissuta e che, se anche fosse uscita dal coma, non avrebbe avuto alcuna possibilità di recuperare una vita “normale”. Ebbene: Sara non solo è uscita dal coma, ma è riuscita a realizzarsi pienamente nella vita, anche nella sua carriera universitaria e professionale: e se le avessero sospeso cibo e acqua, visto che “non c’era più niente da fare”?

Max Tresoldi si è svegliato dallo stato vegetativo dopo dieci anni in cui i genitori l’hanno circondato di cure e hanno sempre parlato con lui, anche se molti medici continuavano a ripetere che “era inutile”. Prima del suo incidente, Max aveva detto che non avrebbe mai voluto vivere in uno stato simile (ma, del resto, chi direbbe di volerlo?) Da quando a Max è toccata questa disgrazia, egli dimostra sempre una grande voglia di vivere e una profonda felicità.

Max, Roberto, Pietro, Sara e Sylvie hanno dimostrato la dignità di ogni vita, il coraggio nascosto nelle persone comuni davanti alla malattia, e il fatto che convenga sempre vivere fino in fondo: per questo hanno sottoscritto la petizione di ProVita contro le DAT.

Oggi, alla Camera, il fattore umano ha prevalso sull’evento politico. Ma purtroppo la politica si va a immischiare in questioni di vita e di morte, si intromette nel mistero della vita, della morte e della sofferenza, e nel rapporto fiduciario medico – paziente: campi che attengono alla sfera più intima dei consociati, ai sentimenti, ai valori morali, campi dai quali lo Stato con le sue leggi dovrebbe tenersi a rispettosa distanza – a meno che lo Stato stesso non sia preda del delirio d’onnipotenza gius-positivista proprio dello stato “etico”, cioè di un regime totalitario.

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