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È il mafioso che deve inchinarsi alla Virgo fidelis, non il contrario

luglio 13, 2014 Alfredo Mantovano

Wojtyla e Bergoglio hanno indicato come profanazione le partecipazioni al sacro dei mafiosi, dal momento che essi riducono il sacro e la religione a mezzo per il dominio criminale

Chiamatelo sensum fidei. O semplicemente buon senso: che comunque del senso di fede è solido sostegno. Un po’ come la natura: se è integra nella sostanza, è la migliore radice del soprannaturale. Non il sindaco né il parroco: ci voleva il maresciallo dei Carabinieri Andrea Marino perché di quanto accadeva da anni a Oppido Mamertina si interessasse l’intera nazione.

La partita, che coinvolge al tempo stesso religione e civiltà, è quella della strumentalizzazione della fede da parte delle mafie; è lo sforzo delle mafie di consolidare il proprio consenso fra le popolazioni, appropriandosi dei riti sacri più sentiti. Tante altre volte, in aree del Sud permeate dalla criminalità mafiosa, statue di patroni o della Vergine sono state “usate” per rendere omaggio a capiclan del luogo. È una partita che san Giovanni Paolo II ha affrontato rompendo ogni velo di ambiguità nella Valle dei Templi, pochi mesi dopo Capaci e via D’Amelio; l’ordine da lui impartito ai mafiosi «convertitevi!» è coerente con la contrapposizione che lui stesso descriveva fra la “civiltà della vita” e la “civiltà della morte”, ed è seguito dall’indicazione delle conseguenze: per i «colpevoli (…) verrà il giudizio di Dio!». L’inappellabilità del giudizio di Dio evocato 21 anni fa dal Pontefice della misericordia serviva a rendere chiaro che la “mafia” non è una mera sommatoria di colpe individuali, ma è una vera struttura di peccato; non un insieme di cadute frutto della debolezza dell’uomo, bensì la programmata realizzazione di atti contro l’uomo; un porsi contro Dio in modo non occasionale, pianificato e strutturato; un sostituire la propria legge di prevaricazione e di odio alla legge di Dio, con l’aggravante di “usare” la parvenza esteriore della religione.

In linea di continuità, quando papa Francesco ricorda che il mafioso è al di fuori della comunione ecclesiale inquadra la presunta religiosità dei mafiosi per ciò che è realmente: la conoscenza della Sacra Scrittura, le raffigurazioni della Vergine e dei santi, i “santini” nei riti di affiliazione, l’inserimento con evidenza alle processioni… Bergoglio, dopo Wojtyla, fa comprendere la profanazione di queste partecipazioni al sacro, dal momento che il sacro e la religione sono ridotte dai mafiosi a mezzo funzionale per il dominio criminale. Lo hanno ben colto, all’epoca del discorso di Agrigento, sacerdoti come don Pino Puglisi o don Peppe Diana, i quali entrano nel mirino perché propongono Cristo nella sua purezza, impedendone l’uso strumentale, ma anche perché i loro colleghi della parrocchia accanto chiudono gli occhi e scendono a patti. E se la ’ndrangheta proclama lo sciopero della Messa, è perché immagina che pure questo sia un modo per intimidire i preti.

Ma oggi il tema diventa nazionale grazie al gesto, tanto semplice quanto coraggioso, di un sottufficiale dell’Arma: l’esempio di una Italia sana, fatta di lavoro pieno di sacrificio e privo di gratitudine, probabilmente frutto né di studi teologici né di approfondimenti sociologici sui modi con i quali le mafie catturano il consenso delle popolazioni, e neanche in grado di prevedere il pandemonio che sarebbe seguito alla dissociazione dall’omaggio blasfemo. Ma al maresciallo è ben chiaro che è il criminale che deve inchinarsi alla Virgo fidelis – se lo fa gli giova, e magari avvia un pentimento effettivo –, non il contrario. Col rispetto dovuto a teologi e a oratori di professione, la schiena dritta di un comandante di stazione in un luogo sperduto dell’entroterra reggino è valsa più di un corso di teologia o di cento vibranti discorsi antimafia. Perché insegna l’ovvio: da questa partita nessuno può restare fuori. Rompere la spirale della strumentalizzazione mafiosa della devozione è possibile se lo si fa in tanti: più si è e meno probabile è che si venga colpiti.

Pronto – il maresciallo Marino – a riprendere a scortare ’a Maronna purché gli inchini li riceva lei, e solo lei.

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1 Commenti

  1. Giulio Dante Guerra scrive:

    Una domanda, Alfredo: ma certe profanazioni, non potrebbero essere prevenute scegliendo per bene i portatori delle immagini sacre? Lo stesso dicasi per i “padrini” mafiosi chiamati a fare i VERI padrini di battesimo. Io ricordo bene che, quando “tenni a battesimo”, come si diceva una volta dalle mie parti, il mio nipote Massimo Sacchi, il parroco di Villa S. Antonio (AP), dove risiedevano all’epoca mia sorella e mio cognato, volle una dichiarazione, firmata dal mio parroco di S. Pietro e S. Leonardo, a Lucca, sulla mia idoneità a svolgere quel ruolo importante e delicato. Richiesta che mi parve giusta e doverosa, e che credevo regola generale. Fra l’altro, il Piceno, per noi della Toscana nord-occidentale, è già abbondantemente Meridione…

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