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De Andrè accompagnato (e tradito) dalla London Symphony Orchestra

dicembre 19, 2011 Carlo Candiani

Geoff Westley, ex tastierista dei Bee Gees, ha coinvolto la London Symphony Orchestra nel progetto Sogno n°1. Un disco in cui la prestigiosa orchestra reinterpreta in chiave sinfonica i più grandi successi di Fabrizio De Andrè. Il risultato è ottimo, ma non certo “etico”

Raramente capita, a chi scrive di musica, di doversi occupare di un lavoro musicale che pone questioni etiche. E’ il caso di Sogno n°1, una raccolta di brani dalla produzione di Fabrizio De Andrè, trasformati inopinatamente in una specie di sinfonia classica. L’idea arriva da Geoff Westley, già tastierista dei Bee Gees e vecchia conoscenza del cantautorame italiano: sue le produzioni di Una donna per amico, Strada facendo, La grande avventura (di Riccardo Cocciante), un paio di album di Renato Zero e altre collaborazioni sparse. Per questo tributo a De Andrè Westley ha addirittura coinvolto la prestigiosa London Symphony Orchestra che riveste con suono imponente e piuttosto ingombrante le canzoni del cantautore genovese, scelte tra le primissime e le ultimissime, non dimenticando Hotel Supramonte, La Buona Novella e Rimini.

Dopo un primo ascolto, che produce stordimento e forti perplessità, affiorano, inquietanti, una serie di domande per niente secondarie. E’ certamente legittimo pescare dal catalogo di un artista e “coverizzarlo” secondo la propria sensibilità, si è sempre fatto così. Ma è “etico”riprendere la voce del cantautore, che nel frattempo è passato a miglior vita, e appiccicarla sopra un tappeto orchestrale che stravolge le atmosfere originali dei brani in questione, trasformandole in piccoli musical alla Lloyd Webber, levigati e classicheggianti? Nella sua carriera De Andrè si avvalse delle collaborazioni di ottimi arrangiatori: da Reverberi a Mark Harris, da Mauro Pagani a Piero Milesi (scomparso pochi giorni fa), che resero le sue composizioni ora ballate rarefatte, ora ricche di suoni etnici. Sopportò le polemiche, anche aspre, dei soliti critici talebani d’elite che criticarono la sua scelta di affidare alla P.F.M. la nuova vita dei suoi successi in veste rock.

 

 

Ma era una sua responsabilità, di un artista vivo, che dava ragione delle sue decisioni. La “London” guidata da Westley, invece, si impone sopra la stessa voce, ora profonda, ora sussurata, di De Andrè, realizzando pieni orchestrali che affondano in suoni tronfi i testi malinconici e drammatici, in alcuni casi imploranti preghiere a un Dio anarchico, riducendoli a straniante retorica, strappandoli alla loro verve rivoluzionaria, senza che Faber possa dolersene. E qui si pone la “questione etica” precedentemente accennata: è giusto abusare, forzare e alla fine stravolgere in modo così evidente canzoni che abbiamo imparato ad amare con arrangiamenti ben diversi, organici al testo; strutture orchestrali ben diverse dalla “cura Westley”?

Non basta affermare che questo lavoro è in realtà un tributo a un grande artista della musica d’autore italiana, non basta pensare che al progetto ha partecipato attivamente Dori Ghezzi, la compagna di De Andrè che condivise con lui i giorni del sequestro nelle grotte sarde. La questione è sempre lì: è “etico” usare la voce di un artista che non potrà in alcun modo giudicarne il risultato? Non si rischia di strumentalizzare a fini commerciali la sua arte? Forse ha ragione la vedova di Lucio Battisti, che agisce per vie legali ogni qualvolta qualcuno si impossessa delle composizioni del grande cantautore, per affermare se stesso. La domanda vera e sincera è una: fin dove si può spingere il “mercato del caro estinto”?

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2 Commenti

  1. MARCO BELTRAMINI scrive:

    Difficile parlare per un estinto. Nessuno è sciamano con veritaà rivelate riportate alle folle e di cui possa ergersi rappresentante. Questo spesso fanno i critici anche con gli artisti in vita spiegando all’artista stesso il perchè faccia una cosa o meno. Credo si tratti di “invidia del pene” o meglio le parole di uno poco creativo che si ritaglia da vivere giudicando chi quella creativita’ e poesia le possiede. Cosi’ leggo di “talebani” all’interno di un giudizio talebano: la musica nel tempo cambia e cambia il modo di sentirla. Il giudizio talebano comprende coloro cui ovviamente il disco piace: gli si spiega perchè è sbagliato. Io davvero ci trovo poco di sacrilego in questo disco e lo ascolto volentieri per il De Andre’ rivisitato che ci ritrovo. Con presenze che credo sul campo testimonino la sincerità e validità della loro opera molto al di la di un qualcuno teso solo a dare ad un’opera un giudizio estetico come potrebbe fare “Mario Cotelli” per uno slalom di Alberto Tomba”. Si tratta di altro. Fare dei moralismi di maniera mi pare poco il caso. Il buon Ivan Graiani diceva una canzone vola e diventa di possesso di chi la ascolta: molto poco d’accordo con la vedova Battisti, non si tratta di salvaguardare un’opera, si tratta di cose molto più basse in quel caso. C son cose più riuscite ed altre meno ma sta di fatto che ci sarà un perchè ad esempio una rtista riproponga come Morgan un intero album originale di De Andre’ e se la gente va ad ascoltarlo. Anche ragazzi che di De Andre’ ne ascolterebbero be poco. Se il sedicente critico ha un suo giudizio bene, mi piacerebbe sapere se ascoltando Valzer per un amore nella versione con Capossela esista uno stravolgimento del brano di partenza e se invece non sia struggente e intenso e arrivi a toccare l’anima. C’e’ qualcosa di piu’ iocrita di certi album musicali presuntamente ipocrita ed è la supponente ipocrisia dei critici che si vanno voci di verità rivelate e intoccabili santità assolutamente non richieste.

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