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Dal design al crocifisso. Storia di Guido Venturini, l’esploratore di zona d’ombra che ora dipinge la luce aurorale

aprile 18, 2014 Rodolfo Casadei

Intervista a uno dei più geniali designer italiani che ora espone a Milano il trittico “Oggi sarai con me in Paradiso”. «Ho lasciato che emergesse l’immagine del mio incontro personale con lui»

venturini-crocifisso

Un corpo di luce, danzante, una posa plastica che è il primo passo di una nuova vita, risorta. Una figura che ha il suo centro in un addome lucente, una sorgente di energia che scompagina l’oscurità circostante. Infine un grande volto reclinato e pacificato, disegnato da tratti bianchi e dorati. Il quale fa venire in mente un racconto di Christos Ikonomou e il viso «Sereno. Calmo. Remissivo» del crocefisso che aggrava la crisi del personaggio che in esso si imbatte. È il trittico olio su tela e tecnica mista “Oggi sarai con me in Paradiso” di Guido Venturini (foto a destra), esposto al Museo Diocesano di Milano di Corso di Porta Ticinese fino al 4 maggio p.v.

venturini-guidoL’oggetto delle attenzioni e di un lavoro impegnativo (le tele misurano tre metri per quattro, la più piccola due per tre) è il corpo di Cristo crocefisso, ma senza il legno a cui fu inchiodato. «Non c’è la croce perché lui stesso è croce», dice l’autore. «La croce è parte integrante della vita, la vita senza croce è farsa. La croce è passaggio fondamentale per la rinascita e per la felicità, evitandola non è possibile nessuna felicità». Ne ha percorsa di strada Venturini, da quando era uno dei più geniali designer italiani, il creatore degli oggetti della serie Girotondo, quella degli omini riprodotti secondo una disposizione circolare prima su un cestino, poi su un vassoio, poi su tanti altri oggetti della vita quotidiana. Un percorso non solo professionale, formale ed estetico. Ma umano, spirituale, religioso. Non solo il designer di successo è diventato pittore, ma ha incontrato Cristo e ha cominciato a sperimentare la sua pace crocefissa. «Dopo anni di sbandamento, entrare in chiesa la notte di Natale del 2004 è equivalso per me al raggiungimento della pace, all’approdo in un porto».
In mezzo fra gli anni del bolidismo (il movimento di design di metà degli anni Ottanta da lui creato, imperniato sul dinamismo delle forme e su un’ironia mista a inquietudine), della sua King Kong Production e delle creazioni per Alessi e il momento dell’approdo cristiano, una lunga e intensa esperienza di analisi junghiana. «Le strade del Signore sono infinite, perciò non è strano che io sia arrivato a Cristo partendo dall’analisi. È stata una riscoperta perché dalla Chiesa mi sono allontanato da ragazzo dopo la Cresima, ma è stata una scoperta, una novità, per l’intensità dell’incontro. Reso possibile dal lavoro dell’analisi, che permette di riconoscere i desideri più profondi della propria anima, eliminando le incrostazioni, quelle cose che non sono te, che non sono modi personali, ma che sono state applicate dall’esterno. È possibile leggere la propria anima, ascoltarla quando parla attraverso i sogni. Il mio sogno ricorrente erano grandi chiese a pianta centrale immerse in vallate verdeggianti. Era la manifestazione del mio desiderio di Dio, di rapporto col divino, di religiosità». 

Dagli oggetti ironici creati in forme naif e colori sgargianti, ispirandosi anche al mondo dei fumetti, a queste grandi tele ad olio del Cristo crocefisso il passo è davvero lungo. Perché l’ha compiuto?
Per la verità accanto agli oggetti ironici ce n’erano altri molto meno divertenti, più inquietanti, più legati al pensiero della morte, a una meditazione più complessa. Ricordiamoci che Alessi, il mio committente, mi definiva «un esploratore della zona d’ombra». Cercavo una totalità che non ho trovato là dentro, nel mondo del design. Per me era diventato un campo espressivo limitato. Nell’arte figurativa ho potuto convogliare un’altra energia e darle espressione in uno spazio adeguato. Ma già gli omini del Girotondo esprimevano una ricerca: a chi mi chiedeva da dove li avessi tirati fuori, ho sempre detto che si ispiravano agli oranti primitivi delle incisioni della Val Camonica. Il filo conduttore del mio lavoro è sempre stato una ricerca dell’umano nelle varie forme, necessariamente contraddittorie. I miei oggetti erano antropomorfi. Cristo è il prototipo dell’umano, il modello al quale possiamo tendere, che possiamo tentare di imitare senza mai arrivarci. Accettando l’esperienza della croce in tutto ciò che il mondo offre. Per questo da due anni a questa parte mi dedico completamente allo sviluppo di questo soggetto.

Invece la svolta verso il disegno e la pittura è iniziata nel 2000. Perché questo bisogno di passare dal design all’arte figurativa?
Sì, nel 2000 ho cominciato a studiare disegno iscrivendomi ai corsi della accademia di Brera. Alla facoltà di Architettura non avevo studiato disegno classico. Cercavo una sperimentazione che andasse ad alimentare il mio lavoro da designer, ma è diventata una strada autonoma che ha preso il posto dell’altra ed è diventata la parte preponderante del mio lavoro. È stata una sorpresa anche per me. Ma devo dire che ho sempre provato attrazione per il disegno e per la pittura. Il successo come designer mi ha permesso di avere il tempo e le risorse per realizzare il mio desiderio di studiare il disegno. Desiderio che avevo sin da ragazzo, quando volevo iscrivermi al liceo artistico, ma che non ho potuto realizzare per l’opposizione di mio padre, che non la considerava una scuola “seria”.

Perché queste dimensioni gigantesche?
Per evidenziare la sproporzione fra noi e Cristo. All’inizio non ero convinto di avere le forze per cimentarmi su spazi così grandi, ma sono grato a Paolo Biscottini, il direttore del Museo diocesano, che mi ha stimolato e convinto a impegnarmi in tale direzione. Misurarmi con queste dimensioni, difficili da trattare, è stata una sfida. Occorre cambiare i propri gesti, trovare la distanza per dialogare con queste superfici enormi. Mi sono ritrovato a dipingere con scoponi lunghi tre metri ma anche a disegnare sul computer in photoshop quello che poi avrei realizzato sulla tela. Mi ha influenzato una mostra di Hans Hartung qui a Milano: erano grandi tele dipinte con un’energia incredibile. Immaginavi che dietro ad esse ci fosse un uomo robusto, e invece le aveva create uno che stava sulla sedia a rotelle! Usando pistole a spruzzo, scoponi e altro. Ho capito che potevo farlo anch’io.

Hartung è un contemporaneo. La ispirano anche autori classici?
In questo trittico si possono cercare reminiscenze di Leonardo, di Michelangelo, del Giambologna. Ma il modo finale è il mio. Nello studio ho portato decine di libri con riproduzioni di crocifissioni, ho preparato dei bozzetti. Ma alla fine ho chiuso tutti i libri e messo da parte i bozzetti. Ho lasciato che emergesse l’immagine del mio incontro personale con lui, togliendo di mezzo tutto quello che non c’entra. È un’immagine interiore, riconoscibile da tutti come volto di Cristo.

Insieme alla luce, c’è molta oscurità in questi dipinti.
Non è un’oscurità, è un’aurora consurgens, una luce aurorale. Cristo, figura di luce, irradia le tenebre in forma di aurora nascente. È come se dipingessi avendo sempre in mente la frase “le tenebre non prevarranno”. C’è il buio, e noi brancoliamo fra il buio e la luce, perché c’è stato il peccato originale. Tecnicamente, prima ho realizzato i fondali scuri, con pitture acriliche o a olio o con pastelli a olio; sopra ho disegnato Cristo. La sua figura emerge dal buio. Quindi il fondo viene più o meno lavorato dalla luce che si propaga dalla figura di Cristo, usando molti colori diversi. A seconda della fonte luminosa a cui vengono esposte le opere del trittico – artificiale o naturale – si nota la presenza di colori diversi.

Una cosa che colpisce molto è che questo corpo del crocefisso esprime pace, armonia e forza, non tortura e morte.
Perché ho cercato di esprimere il momento in cui inizia la resurrezione, l’aurora che sta fra la morte e la resurrezione compiuta. Si coglie che è un trionfo sulla morte perché si coglie che è il momento in cui inizia la resurrezione. Il Dio crocefisso che ho tentato di rappresentare è un Dio pacificato, perché questa è l’esperienza che io faccio del rapporto con Lui.

Questa idea della resurrezione come processo piuttosto che come evento puntuale, e il tentativo di espressione formale di ciò, sono davvero cose vertiginose.
È idea che nasce dalla Grazia dell’incontro con Cristo, della visione del suo volto. E dalla gioia e pacificazione che ne derivano. Una gioia che non è beota: è tenera e travagliata, ma soprattutto fiduciosa. È come se Cristo dicesse: «Fidati di me, sali sulla croce e andrà tutto bene. Io sono qui».

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1 Commenti

  1. antonello vanni says:

    complimenti per l’intervista davvero interessante per chi ama storie di vita fatte di percorsi non prefissati. Credo sia raro trovare artisti, come Guido Venturini, così convinti e onesti nella propria arte. Difficile descrivere il Cristo crocefisso, è possibile solo se si raffigurano significati densi e tanto pienamente umani come in questo trittico che spero di visitare dal vivo.

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