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Come una notte, per sempre. Un racconto di Marina Corradi

marzo 31, 2014 Marina Corradi

Una strana sensazione si affacciò alla soglia della coscienza del signor B. Tutto sembrava filare, poi finalmente capì. Quella mattina c’era un innaturale buio, pesante, e la gente atterrita non trovava più parole


Quella mattina il signor B., operaio in una grande azienda milanese, come ogni giorno gettò un’occhiata dalla finestra del bagno della sua casa nell’hinterland, mentre alle sei e mezza del mattino si faceva la barba: il cielo sembrava limpido, l’asfalto asciutto. «Non piove», disse soddisfatto a voce alta alla moglie, che ancora sonnecchiava nella stanza accanto. I ragazzi dormivano. Versò il caffè dalla caffettiera fumante, mise in una ciotola sul pavimento il cibo del gatto, che stranamente quel mattino non corse a mangiare. B. lo intravide in un angolo del soggiorno, rannicchiato, immobile – si disse, «povera bestia, comincia anche lui a invecchiare».

Scese in cortile, mise in moto la sua Fiat e si avviò verso lo svincolo della tangenziale. Si era di febbraio, e alle sette era ancora buio. Dal giornale radio, un rosario di notizie banali. «Non è successo niente», si disse B., annoiato di quella mattina identica alle altre, e spense l’apparecchio. Alla rotonda prima dell’autostrada, la solita bolgia. B. si incolonnò mite sulla destra e lentamente, quasi a passo d’uomo, raggiunse il casello. Ore 7.02, lampeggiava un orologio elettronico rosso. Tutto come ogni mattina. La colonna di auto procedeva compatta dalla Brianza verso Milano. Una strana sensazione si affacciò alla soglia della coscienza del signor B.. C’era qualcosa di inconsueto quel giorno, ma lui non riusciva ad afferrare cos’era. L’auto filava tranquillamente, le spie sul cruscotto erano tutte a posto, il serbatoio era pieno, il cellulare, in tasca, silenzioso. B. alzò le spalle, e continuò a guidare.

Le sette e un quarto. La tangenziale in quel punto procedeva nella direzione di Venezia, verso Est. Davanti a B. la colonna di auto con le luci di posizione rosse avanzava lenta e disciplinata. B. ora aggrottò la fronte. No, qualcosa proprio non andava. Alzò gli occhi all’orizzonte. Finalmente capì: quella mattina, non albeggiava. «Si vede che verso Est il cielo è coperto – si disse –, il meteo, del resto, l’aveva detto». Procedette verso la solita uscita dentro la notte ancora scura. «Strano però, sono certo che ieri a quest’ora era giorno», registrò fra sé, appena inquieto. Ma passarono le sette e trenta, e il buio restò fondo. Nelle strade automaticamente a quell’ora venivano spenti i lampioni, e solo allora la gente parve accorgersi che qualcosa non andava. Milano, ed erano ormai le otto, continuava a giacere nell’oscurità.

Il ritorno in chiesa
C’era chi accostava l’auto al marciapiede, e scendeva a scrutare il cielo. Capannelli si formavano davanti ai bar e alle scuole e alle fabbriche, di gente attonita che si consultava; che telefonava agli amici dall’altra parte della città, vanamente chiedendo: ma da voi, si è fatto giorno? E, niente. Il cielo era ora una cappa di piombo senza stelle, totalmente nera. I centralini di polizia e vigili del fuoco impazzivano. I Tg diedero cautamente la inverosimile notizia: «Pare che a Milano il sole non sia sorto». L’aria fu traversata ovunque da sirene di volanti che non sapevano, in realtà, dove andare. Di veicoli della protezione civile, che non sapevano cosa fare.

Ora tutti si era per strada, o alle finestre, i bambini attaccati alle mamme. Nelle strade con i lampioni spenti ci si vedeva a stento. Ci fu gente che cadde e si fece male, e vecchi, e deboli di cuore, che si sentivano il petto scoppiare. Qui e là nei caseggiati il pianto di un bambino che si svegliava nel buio accresceva l’inquietudine. «Sarà un’eclisse», dicevano gli ottimisti, ma nessuno li stava ad ascoltare. Il traffico, intanto, era impazzito. Il signor B. avrebbe voluto tornare indietro per andare a prendere i figli a scuola, ma la tangenziale era ormai un muro impenetrabile di auto bloccate. I clacson esasperati, il lampeggiare azzurrino delle volanti e, sopra a tutto, quel buio innaturale, pesante, che gravava sulla città: come se qualcuno le avesse messo sopra un immenso masso di pietra. Come una notte, per sempre.

Da qualche parte, nelle campagne attorno alla metropoli, le campane cominciarono a suonare. Nelle chiese prese a radunarsi della gente, non i soliti pochi, ma anche tanti che non venivano da anni. Stavano seduti sulle panche, muti, senza sapere più pregare. Le donne anziane cominciavano a recitare il rosario. Voci esitanti, incespicanti, le seguivano in quelle parole dimenticate.

Il signor B. parcheggiò accanto a una chiesa dove non era mai stato ed entrò, mettendosi in fondo, come uno che non si senta di casa. Avrebbe voluto chiamare la moglie, ma ormai le linee erano sovraccariche, ed era impossibile telefonare. Da fuori veniva un ululare lamentoso di cani. Gli uccelli quel mattino non cantavano, e non li si vedeva nemmeno volare. Accanto alla chiesa in cui B. si era fermato c’era un asilo parrocchiale. Dalle finestre illuminate si vedevano le suore che cercavano di distrarre i bambini facendoli disegnare. I bambini disegnavano cieli neri senza stelle, e uomini che a braccia spalancate guardavano in su.

Ormai era quasi mezzogiorno e la gente atterrita se ne stava ferma per le strade, e non trovava più parole. C’erano professionisti e casalinghe e mendicanti, e studenti e punkabbestia con i loro dobermann, e stavano tutti insieme, come se fra loro non ci fosse più estraneità. Molti piangevano, seduti sui marciapiedi, di quella quieta spaventevole fine del mondo. Né terremoti né tempeste, né tuoni: solo, semplicemente, il buio, un mattino, per sempre. Faceva sempre più freddo. Le pozzanghere nelle strade, in quel lungo buio, cominciavano a gelare.

Felice di quella cosa ovvia
Un suono forte, come un trillo martellante, si levò d’improvviso. Il signor B. sussultò e aprì gli occhi nel suo letto. Era fradicio di sudore. Il whisky, maledizione, il whisky di ieri sera, si disse. Non aveva nemmeno sentito la sveglia. Quella che suonava ora era di sua moglie, e segnava le 7 e mezza passate. Benché fosse molto in ritardo, con ansia B. si precipitò ad aprire gli scuri, li spalancò con forza sbattendoli contro il muro del palazzo.

Il sole si era da poco alzato. Un pallido sole di febbraio, come convalescente da un malanno, che galleggiava in un cielo lattiginoso; e però era il sole, e ridisegnava come ogni mattina l’orizzonte e la città nella sua luce chiara. «Chiudi, che viene freddo», bofonchiò la moglie dal letto. Ma il signor B. non la sentì nemmeno. Aspirò a pieni polmoni l’aria fredda che sapeva di scarichi di diesel e nebbia. E si scoprì felice, quel mattino, di quella cosa ovvia, che ora gli sembrava una grazia. Felice, semplicemente, perché il sole ancora una volta si era alzato, su Milano.

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