Google+

Chi ha paura di Starbucks?

marzo 6, 2016 Giovanna Jacob

Come McDonald’s non ha portato via clienti alle pizzerie italiane, così Starbucks non porterà via clienti ai bar italiani

Caro direttore, se ne parlava da mesi ma adesso è ufficiale: Starbucks, la famosa catena americana di caffetterie, sbarcherà in Italia. I detrattori del libero mercato e della globalizzazione economica non riescono a darsi pace. Convinti che il protezionismo sia la panacea di tutti i mali dell’economia, protestano a gran voce: “Come si può permettere ad una azienda yankee di venire in Italia a rubare clienti alle aziende italiane e a distruggere la tradizione italiana del caffè?”. Essi non hanno chiaro che impedire ad un imprenditore straniero di fare soldi in Italia significa anche impedire a tanti italiani di portare i soldi a casa. Riusciranno gli anti-globalizzazione a convincere i disoccupati italiani che, pure di proteggere le aziende italiane dalla concorrenza straniera, vale la pena impedire agli imprenditori stranieri di creare nuovi posti di lavoro in Italia? Oltretutto, gli anti-globalizzazione non hanno chiaro che, in ogni nazione in cui è stato applicato, il protezionismo ha sempre portato più svantaggi che vantaggi per l’economia nazionale. Se i consumatori possono comprare solo i prodotti delle aziende nazionali, queste ultime non hanno nessun interesse a migliorare costantemente il rapporto qualità prezzo dei loro prodotti e a inventare nuove tecnologie. Quindi, le aziende non corrono mai il rischio di andare fuori mercato ma i consumatori sono costretti a pagare sempre di più per avere prodotti sempre più scadenti (che è esattamente quello che avviene in tutti i paesi socialisti). E il paese stesso arretra irresistibilmente.

Inoltre, non c’è bisogno di difendere i tipici locali italiani dai concorrenti stranieri perché si difendono benissimo da soli. La catena di McDonald’s è presente in Italia da più di trenta anni e non ha mandato fuori mercato una sola pizzeria nostrana. Nessun italiano dotato di un minimo di buon gusto può infatti negare che il “fast food” all’americana è irrimediabilmente inferiore al “fast food” all’italiana, che gli hamburger e le patatine non possono competere con la pizza, i supplì, le focacce liguri, i panzerotti eccetera. Ma allo stesso tempo, nessun italiano permetterebbe mai ai protezionisti di chiudere tutti i McDonald’s, dal momento che considera un suo diritto mangiare anche hamburger e patatine se e quando ne ha voglia.

Come McDonald’s non ha portato via clienti alle pizzerie italiane, così Starbucks non porterà via clienti ai bar italiani. Ci mancherebbe solo. I locali di Starbucks sono stati concepiti dal suo fondatore come versioni americane dei tipici bar italiani, dove si va non soltanto a bere il caffè ma anche a chiacchierare e leggere i giornali. Come possono le copie americane competere con gli originali italiani? L’insegna con la sirenetta verde fa parte del paesaggio urbano americano. Quando la vedi, ti senti al sicuro: sai che lì dentro potrai placare i morsi della fame con pochi dollari. I panini, gli snack di frutta secca e i prodotti da forno tipicamente americani (muffin e cupcakes) offerti dagli Starbucks sono ottimi e a buon mercato. Ma il caffè americano di Starbucks… Se ti trovi negli Usa, quella brodaglia amarognola e spaventosamente bollente la bevi volentieri, perché il suo sgradevole sapore ti ricorda che sei in un altro paese, in un altro mondo. Ma servita in patria, sarebbe solo una brodaglia amarognola, senza nessuna poesia.

I fratelli baristi d’Italia non abbiano dunque paura di Starbucks: il loro espresso non teme concorrenti. E chi ama l’Italia non deve temere che le tradizioni straniere, trascinate sul suolo patrio dal vento della globalizzazione, possano distruggere le tradizioni italiane. Più viaggiano per il mondo e più si contaminano fra loro, più le tradizioni, non solo culinarie, si arricchiscono e si rafforzano. Indagando un poco si scopre che, ad esempio, i più tipici dolci della tradizione giapponese (la kasutera e il dorayaki), discendono direttamente dal comune Pan di Spagna, che fu introdotto in Giappone nel XVI secolo dai missionari portoghesi di Nagasaki. Oltre a portare negli Usa la tipica pizza della tradizione partenopea, gli immigrati italiani hanno inventato numerose varianti americane della pizza (a Chicago, città di antica immigrazione italiana, si possono gustare la “Deep-dish pizza”, la “Stuffed pizza” e la “Thin-crust pizza”). E molto ci sarebbe da dire sulle reciproche influenze fra tradizioni culturali e culinarie dei diversi paesi europei a partire dal Medioevo.

Infine, c’è solo da chiedersi perché un imprenditore americano è riuscito a portare una catena di caffetterie all’americana in Italia, la patria stessa del caffè, mentre nessun imprenditore italiano ha mai pensato di creare e portare negli Usa e nel mondo una grossa catena di caffetterie all’italiana. C’è da chiedersi perché nessun imprenditore italiano abbia mai pensato di creare e portare nel mondo una grossa catena di locali di “fast food” all’italiana. A vendere la pizza e gli spaghetti negli Usa ci pensano grosse catene americane che non hanno nulla di italiano: “Gino’s pizza and spaghetti” e “Pizza hut”, della cui gigantesca e gommosa pseudo-pizza è meglio tacere. E infine, c’è da chiedersi perché nessun imprenditore italiano abbia mai pensato di creare e portare nel mondo una grossa catena di panetterie-pasticcerie all’italiana prima che in Italia cominciassero a spuntare come funghi, uno dopo l’altro, i locali della “California Bakery”. Fra poco spunteranno come funghi pure i locali della catena “Dunkin Donuts”, che vende le celebri ciambelline colorate.

La verità è che gli imprenditori italiani non solo non riescono a creare grosse catene di fast food low cost ma faticano anche soddisfare la domanda di prodotti italiani (dai vestiti al cibo) che proviene dagli immensi mercati asiatici, specialmente da quello cinese. Perché all’estero le aziende italiane hanno molto meno successo di quello che potrebbero avere? La sconsolante risposta è che… la maggioranza degli italiani, che si dividono in post-marxisti e cattolici pauperisti, non vogliono che le aziende italiane abbiano successo ossia facciano profitto. Infatti, per i marxisti “profitto” è sinonimo di “plusvalore” rubato ai poveri mentre per i cattolici pauperisti è sinonimo di “mammona” (essi si ostinano a non voler capire che “mammona” non è il profitto in sé stesso ma l’uso che se ne fa: se è adorato come un idolo, il profitto è mammona; se è usato in funzione del bene, il profitto è come i “talenti” della parabola). Il fatto che il fisco italiano tolga alle aziende italiane produttive per dare alle rigorosamente improduttive pubbliche amministrazioni non infastidisce minimamente la maggior parte degli italiani. E il fatto che la esorbitante tassazione impedisca alle aziende italiane di crescere ed aumentare le esportazioni all’estero probabilmente li rallegra, visto che il concetto stesso di profitto li fa inorridire. Allora non si lamentino se in tutto il mondo, fra poco anche nella patria della pizza e del caffè, sono gli americani a vendere la pizza e il caffè.

Foto Ansa


Ricevi le nostre notizie via email:

Leggi gli articoli sull'app:

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter per ricevere tutte le nostre notizie!

12 Commenti

  1. Cisco scrive:

    Se un imprenditore straniero vuole investire in Italia e’ benvenuto, ma non condivido la teoria secondo cui gli imprenditori italiani non investirebbero all’estero perché poco interessati al profitto. La realtà e’ che noi italiani abbiamo sempre avuto scarsità di capitali in quanto le nostre imprese sono “familiari”, non solo in quanto a dimensione, ma anche come origine e scopo: il profitto serve alla famiglia per campare: non è appunto un idolo, ma è fondamentale. Semplicemente è più facile che un americano che vive nella windy City a meno dieci e con vento a sessanta nodi voglia venire in Italia che non viceversa. Gli italiani vogliono semplicemente vivere bene, anche al costo di rinunciare al profitto, che è un semplice strumento per campare felici. E controllare la qualità dei prodotti che facciamo, che in campo alimentare dipende per esempio dalla freschezza dei prodotti e dall’abiliya dello chef, entrambe cose incompatibili con le grandi dimensioni internazionali. Noi siamo costruttori di cattedrali, lasciamo volentieri ad altri le catene di franchising: così appunto non ci facciamo neanche occorrenza.

    • Giannino Stoppani scrive:

      Solito post ineccepibile.

    • Giovanna Jacob scrive:

      Solo un appunto: non ho detto che gli imprenditori sono poco interessati al profitto. Ho detto che lo stato li massacra di tasse col benestare dei cattocomunisti e dei comunisti, I comunisti vogliono che tutti siano uguali nella povertà, mentre i cattocomunisti e la destra identitiaria vogliono che gli italiani abbiano solo piccole imprese familiari con prodotti a kilometro zero (a magari si riuniscano in corporazioni medievali), così alla lunga si fanno comprare le loro piccole e deboli imprese e pure tutta la nazione dei cinesi. E poi voglio vedere che belle cattedrali costruiamo se no facciamo abbastanza profitti I fiorentini nel Medioevo potevano costruire Santa Maria del Fiore, i milanesi il Duomo e i veneziani San Marco perché a loro, che conoscevano la parabola dei talenti, non faceva schifo il profitto e quindi portavano le loro prodotti imbattibili in tutta Europa e creavano franchising nelle Fiandre. Ah, la storia medievale, questa sconosciuta per i cattocomunisti e i destrorsi identitari!!!!

      • giovannino pane e giacobino scrive:

        e magari si riuniscano in corporazioni medievali

        Sarebbe auspicabile, e sicuramente di gran lunga migliore del riunirsi in sinagoga o a wall street, o magari all’ombra del Prometeo newyorchese.

        • Giovanna Jacob scrive:

          Ha ha ha ha…. arieccoci al all’invettiva contro la cultura demoplutogiudaicomassonicarettilianassirobabiloneselupmanngranfigldiputt con “false flag” incorporati dall’11\9 come fosse antani. Massì, dai, siete divertenti.

      • Giannino Stoppani scrive:

        Al di là delle considerazioni meramente politiche, occorre realisticamente considerare che per reggere sul mercato oggigiorno bisogna proporre prodotti che non ci possono copiare. L’Italia ha un patrimonio straordinario e i suoi talenti creativi hanno l’ineguagliabile vantaggio di esservi nati.

  2. Marco scrive:

    Non diamo la colpa ai comunisti, se l’Italia ha tante risorse – tutte rigorosamente non sfruttate – ci sarà un perché. Ma è troppo facile prendersela con i comunisti.

  3. Filippo81 scrive:

    Gentile Giovanna,sono d’accordo con te ,i caffe Starbucks sono sciacquatura di piatti, per cui tutto sto allarmismo mi sembra inopportuno.Chi ti ha raccontato però che quelli della Destra identitaria come il sottoscritto vogliano solo “piccole imprese familiari con prodotti a kilometro zero”….evidentemente non sei bene informata ,anche se magari ci sarà qualcuno di Destra che la pensa in questo modo,ma sono in questo caso opinioni bislacche sue. La grande industria privata Italiana ha invece subito mazzate micidiali negli ultimi 25 anni proprio da governi centrodestri e centrosinistri, contro le indicazioni della purtroppo numericamente esigua Destra Identitaria.Le grandi aziende pubbliche sono state,invece, smantellate e svendute spesso per due soldi,dopo la riunione sul britannia di sua maestà (del Kaiser) britannica fino ad oggi , grazie ai vari “patriottici” governi prodi, amato,d’alema, berlusconi, monti, renzi.ecc che come tu sai sono realtà lontanissime dalla Destra Identitaria.Piuttosto preoccupiamoci dei governi, attuali e del recente passato ,dei Paesi nostri falsi alleati :Germania,Gb, Francia , Olanda e Usa che ne sanno molto su chi ha provocato la falsa rivoluzione di “mani pulite” e quali ripercussioni negative essa ha provocato e provoca tuttora alla nostra Italia.Numerose aziende si sono fatte i beati cazzi loro sulle nostre spalle grazie alle “privatizzazioni “.Dulcis in fundo le delocalizzazioni da parte di tante nostre aziende, spacciate per “internalizzazioni” addirittura sovvenzionate con fondi pubblici!

La rassegna stampa di Tempi
Pellegrinaggio iStoria-Tempi in Terra Santa

Tempi Motori – a cura di Red Live

Dopo il lancio del Disc Brake Project, nel 2016, ecco prendere forma la prima ruota specifica per freno a disco. Reattività, leggerezza e affidabilità sono gli obiettivi del r&d Campy.

La city car si arricchisce di innovazioni tecnologiche, ma non solo. E il 15 settembre arriverà un’edizione limitata by Cosmopolitan, dedicata al pubblico femminile.

La gamma degli scooter a ruote alte si equipaggia con nuove motorizzazioni Euro 4, più ricchi gli allestimenti di serie e arrivano anche nuovi colori, con finiture dedicate. Per i fashion addict ecco la versione Beverly by Police.

La punta di diamante della collezione off-road, adotta soluzioni tecniche all’avanguardia, sistemi di protezione delle articolazioni rivisti per migliorare le prestazioni e materiali di qualità.

Appassionati del pedale, delle 2 e delle 4 ruote (ma non solo...), questa rubrica è per voi. Se non sapete cosa fare date un'occhiata. Se sapete già cosa fare, potremmo farvi cambiare idea...

banner Mailup
logo EA-Group
logo EA-Group
logo La nuova Bussola quotidiana