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Castellucci mette in scena Gesù per far posto a Satana o ripropone il dilemma shakespeariano?

gennaio 26, 2012 Rodolfo Casadei, Luigi Amicone

Ieri c’è stata la prima del contestatissimo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” di Romeo Castellucci. Secondo il direttore di Tempi Luigi Amicone “non c’è nulla di blasfemo nella pièce tremenda che ricorda il famoso dilemma essere o non essere”. Per l’inviato speciale Rodolfo Casadei “va in scena l’inesorabile negatività del reale”

Ieri è andato in scena per la prima volta al teatro Fracno Parenti di Milano lo spettacolo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” del regista Romeo Castellucci. La pièce teatrale, che ha scatenato polemiche su tutti i quotidiani italiani, ha animato anche il direttore di Tempi Luigi Amicone e l’inviato speciale Rodolfo Casadei, di cui riportiamo le argomentazioni rispettivamente a favore e contro l’opera.

Le centinaia di vecchiette che ieri sera hanno contestato davanti al Parenti l’opera teatrale sul volto di Dio, hanno sbagliato bersaglio. E forse abbiamo sbagliato anche noi (ma il nostro autorevole Rodolfo Casadei rimane convinto del contrario e con dense e sofisticate motivazioni, vedi qui sotto), privandoci della diretta conoscenza di una performance teatrale che, erroneamente, anche ai piani alti della gerarchia ecclesiastica è stata bollata di blasfemia. In realtà, in Romeo Castellucci e nel suo Sul concetto di volto nel figlio di Dio non c’è nulla di blasfemo, di dissacrante, di offensivo il comune sentimento religioso. Una pièce teatrale tremenda, sì, e infestata da quell’odore che ricorda l’elemento umano escrementizio, ma niente di più.

Sotto il volto del Cristo di Antonello da Messina si evoca in una sola scena che si ripete tre volte la drammatica consunzione della vita di un vecchio, depresso e incontinente, che nonostante l’amorevole cura del figlio che lo accudisce come una madre accudisce il suo bebè, si disfa e va verso la fine in un crescente di deliquio di disperazione spirituale e materiale. Si può non condividere la scelta di prendere di peso una realtà così quotidiana, così penosa, così reale in tante famiglie, ma non si può negare che lo spettacolo di Castellucci suggerisca solo partecipazione e pietas a un dramma così spesso allontanato e scacciato dal sentimento e dalla rappresentazione della vita moderna. Nel trionfo della società dell’immateriale e delle relazioni umane in remoto, il regista ci ricorda in modo elementare, e assai brutale, questa cosa che si chiama vita nel momento del suo estremo disfacimento. Infine sul volto di Cristo comprare e scompare il tema sottostante al celebre e drammatico dilemma shakespeariano dell’ essere-non essere.

Ecco, dal suo stato di banalità proverbiale dove è stato ricacciato da una modernità stanca dell’uomo – “questa passione inutile” come direbbe il principe moderno J.P. Sartre – l’interrogativo ritrova un certo chiaro spessore – benché come in un cenno, un’intuizione, un balbettìo (e forse neppure compreso dall’autore, se è vero che una volta dichiarò Lucifero come il padre di ogni espressione teatrale) – nelle scritte “Tu sei il mio pastore”, no, “Tu non sei il mio pastore”, che scorrono infine sul volto del Salvator Mundi dell’artista messinese, e che riecheggiano la drammatica profondità e verità delle parole pronunciate dall’Amleto shakespeariano. Essere o non essere. Cristo come significato di tutto l’universo e certezza di resurrezione in anima e corpo, come pretende l’avvenimento cristiano. Oppure il niente. Il vivere, godere, fare, accumulare. E infine perdere tutto nel disfacimento e nella nullificazione di tutto ciò che – corpo, bellezza, amore, salute, ricchezza – ahinoi, chiamiamo vita. Ne consigliamo la visione a Militia Christi, in nome del bene dell’intelletto. E a Umberto Eco, nel nome della rosa.
Luigi Amicone

Romeo Castellucci è uno gnostico che vede in Dio il colpevole di quell’orrore che è la creazione, e che afferma e rivendica la natura satanica del teatro. Lo ha spiegato nelle sue interviste più leali e lo ha rappresentato nelle sue pièces (per esempio Genesis), ma ancora certi intellettuali cattolici si ostinano a leggere nella sua opera cose che non ci sono, barlumi di speranza dentro alla dolorosa condizione umana, probabilmente sedotti dall’efficacia scenica del suo “teatro della crudeltà” di artaudiana ascendenza. È sorprendente in particolare che considerino espressione di crudo realismo figure come il padre surrealmente incontinente di Sul concetto di volto di Cristo, che è invece un artificio volto a dimostrare la premessa ideologica dell’impossibilità dell’amore in questo mondo e della negatività intrinseca del reale. L’incontinenza del padre castellucciano non ha nulla di realistico, non c’entra nulla con le esperienze concrete di incontinenza di un genitore malato che hanno i figli e le figlie di questo mondo.

È messa lì per imporre un’idea di realtà, non per dare voce alla realtà, sia pure nella forma della rappresentazione. Il fine dello spettacolo di Castellucci è pronunciare e imporre la forza di un doppio “no”: il no del figlio che rinuncia ad amare il padre defecante, e il “no” di Cristo al Padre. Il pastore a cui si allude nella frase finale infatti non è Cristo, il Buon Pastore, ma, come ha spiegato Castellucci stesso, è il Dio Padre al quale Davide si rivolge nel salmo 23: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”. “Tu non sei il mio pastore”, allora, è la risposta di Cristo al Padre che prima ha creato in modo sbagliato il mondo e poi ha mandato lui, figlio, a morire massacrato. I due padri sono in colpa nei confronti dei figli, che finiscono per rigettarli. Il rigetto comporta lo svuotamento e l’annientamento dei due figli così come dei padri, ma lo spazio vuoto che si crea è spazio libero per una nuova creazione, alla quale i figli potranno dedicarsi essendosi emancipati dai padri. Fermo restando che la nuova creazione è, luciferinamente, ribellione a Dio, l’unico autentico creatore, e può solo utilizzare i “materiali” messi a disposizione da Lui medesimo.

Non sto proponendo un’interpretazione capziosa o stravagante, sto semplificando quello che Castellucci in persona ha spiegato in un’intervista: «C’è troppa creazione. La quantità ci travolge. La materia è oscura. (…) Lucifero è il primo ad aver esplorato la sovrabbondanza del linguaggio, avvalendosi del teatro come fonte di energia, dando così origine all’arte stessa. L’arte trova in questo nucleo originante la sua relazione privilegiata col male. Lucifero vive nella sua condanna che è, appunto, la zona del non-essere. Per tornare allo stato di essere, Lucifero è costretto ad assumere le sembianze di qualcun altro, la voce di qualcun altro. (…) L’angelo dell’arte è Lucifero. Egli proviene dalla zona del non-essere. L’unica possibilità per lui di tornare alla zona dell’Essere è farlo con la voce, il corpo, il nome di un altro. A questo serve il teatro. Questa zona del non-essere è la zona genitale di ogni atto creativo. Questo permette la distruzione, che è condizione per scongiurare ogni eventuale superstizione».

Castellucci parte dall’inesorabile negatività del reale per dedicarsi a una luciferina ri-creazione che lui per primo riconosce essere una ribellione e uno scimmiottamento di Dio che ha bisogno anzitutto di distruzione. Come facciano i devoti e i simpatizzanti dell’«inesorabile positività del reale» di don Luigi Giussani a sentirsi interrogati da questo modo di concepire e di fare arte, e come facciano a sottoscrivere lettere di solidarietà con l’autore minacciato da fantomatiche censure, sono loro a doverlo spiegare. Perché coi nostri limitati mezzi noi non riusciremo certo a comprendere i loro pensieri e i loro sentimenti. Mezzi che però ci impongono di rilanciare l’allarme sulla deriva nichilista dell’arte contemporanea (e lo gnosticismo di Castellucci è un’altra forma di nichilismo). Se persino la rappresentazione del Macbeth di Shakespeare, apologo della brama di potere punita, diventa (al Teatro Sala Fontana di Milano) un pretesto per far propaganda al nichilismo, col regista che obbliga il bravissimo interprete (Stefano Braschi) a spogliarsi dei panni di scena e a concludere la recita facendo proprie le terribili parole del nobile assassino nell’atto V, scena V (“La vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore che si agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota pieno di strepito e di furore e senza alcun significato”), allora davvero vien voglia di aggrapparsi alla maniglia dell’allarme. Così come vien voglia di abbracciare quegli appestati dei contestatori che prendevano freddo all’aperto poco lontano dal teatro anziché gli intellettuali blasé che occupavano le prime file di poltrone.
Rodolfo Casadei

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