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Caro Panebianco, la storia non ha solo cambiato cavalli. Ha ribaltato il tavolo

aprile 19, 2017 Renato Farina

Nel 1948 il popolo italiano non aveva davanti liberaldemocrazia e comunismo. Che c’entra con le elezioni del 2018? Con la presunta scelta tra Trump e Putin?

panebianco-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Angelo Panebianco con un importante editoriale sul Corriere della Sera disegna un paragone tra le scelte che si prospettarono al popolo italiano nel 1948 e quelle che dovrà affrontare nel 2018. Panebianco sa bene che “omnis comparatio claudicat”, dunque ammette che esistono differenze. Ma alla fine il punto è quello, la riga che divide, o di qua o di là. Nel 1948, sostiene, l’opzione fu «tra Occidente e Oriente (…), tra liberaldemocrazia e comunismo». E questo «era chiaro a quasi tutti gli italiani». Ci risiamo. È ancora lo stesso, anche se, avverte il politologo, oggi non ce ne si rende ben conto, e prevale l’ambiguità. Ma davanti ci sono due strade: o quella che ci porterà ad assomigliare all’America oppure quella che ci farà simili alla Russia, che in fondo non ha affatto radicalmente cambiato i suoi connotati dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Il dato politico attingibile dall’articolo, dato il peso dell’editorialista, assolutamente meritato, per chi non l’avesse colto, è questo: il Corriere della Sera e con esso l’establishment che incarna e rappresenta, è per il Partito democratico e, in subordine, per una Forza Italia che si staccasse a colpi d’ascia dai “sovranisti”, cioè dalla Lega e da Fratelli d’Italia, assimilati ai Cinque Stelle. Ma a Boris questo interessa meno. Contesto l’analisi. Sono russo e conosco i miei polli. E chi non capisce che cosa sia accaduto dalle parti di Mosca e nel profondo della Russia sbaglia tutto.

In quel grande paese c’è sicuramente un dato permanente, ed è il carattere nazionale, anzi “i caratteri nazionali”, con tutto quello che attiene a impulsi vitali e mortali. Ma nei settant’anni di comunismo non si è mantenuto solo il temperamento inestinguibile di una stirpe, bensì, segretamente, nei gulag, nelle isbe della campagna, in circoli intellettuali, intorno a qualche pope, è stata tenuta viva la fiaccola di una “vita nova”. Russia Cristiana, meravigliosamente incarnata dalla figura di padre Romano Scalfi, ha consentito a (non) molti di entrare in comunicazione viva con questa essenza spirituale fatta esperienza. Non la semplice tradizione ortodossa, ma la sua forza rinascente, che si incontrava con l’empito carismatico di don Giussani, grazie al quale la tradizione cattolica ridotta a calante ritualismo festivo, ritrovava colore, accenti di fascino e cultura.

Nel 1948 il popolo italiano non aveva davanti liberaldemocrazia e comunismo. Il comunismo senz’altro: ma era inteso anzitutto come ateismo, e dall’altra parte non c’era il mito americano della libertà, ma una presenza organizzata che veniva dalla resistenza cattolica ottocentesca al liberalismo massonico e poi al fascismo che anteponeva l’etica di Stato alla libertà di educazione. Benedetto Croce in una lettera al Corriere della Sera spesso citata da Giulio Andreotti riconobbe e appoggiò questa mobilitazione della Chiesa, che non fu liberaldemocratica, ma antropologica. Negli anni 50 e 60, e poi al galoppo nei decenni seguenti, quel sentimento cristiano della vita si è lasciato afferrare dal relativismo. E qui non affronto le cause: di certo il virus fu favorito nella sua trionfale ascesa da una riduzione moralistica della fede.

La libertà è cara ai russi, non agli americani
Che c’entra con le elezioni del 2018? Con la presunta scelta tra un Trump normalizzato e un Putin autoritario? Le semplificazioni non giovano neppure a Panebianco e ai suoi ragionamenti certo interessanti. La storia, come diceva Byron, sta cambiando cavalli. Gli schemi servono poco, anche se sarebbe bello consolarsi osservando la riga tirata con sicurezza tra i due campi, come la scriminatura tra i capelli lustri del torero.

Intanto osservo che, nel momento in cui tratta della Siria, e dei missili che Trump, cedendo all’impulso tradizionale del suo partito repubblicano, ha lanciato di fatto contro i russi acquartierati in Siria, non si citano più le lacrime sparse sui bambini morti per il gas che non si sa bene peraltro chi abbia scatenato. È uno scontro tra interessi, e non pare che quello preminente degli americani sia la diffusione della libertà, in primis di quella religiosa (basti vedere come si sono comportati in Iraq). Cosa invece che – piaccia o no – pare (pare!) stare a cuore a Putin e ai russi, non a caso benedetti dai patriarchi cristiani di Siria e di tutto l’Oriente. Caro Panebianco, non solo la storia sta cambiando cavalli, ma ha mescolato le carte, e forse persino ribaltato il tavolo.

Foto Ansa

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