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Camisasca: tornare a guardare la natura, per diventare attori della storia umana

luglio 9, 2012 Francesco Amicone

«Tornare a guardare la natura vuol dire ritrovare le domande originarie, lo stupore originario, la pace vera» che permette di diventare «attori della storia umana». Intervista a Massimo Camisasca, superiore generale della fraternità sacerdotale San Carlo di Roma

«Sempre, ma più che mai questa volta, ritrovarmi davanti e in mezzo alle mie colline mi sommuove nel profondo. Rivedere perciò questi alberi, viti, sentieri, mi dischiude una straordinaria potenza fantastica. Come se mi nascesse ora l’immagine assoluta di queste cose, come se fossi un bambino». È Cesare Pavese che parla della sua terra ritrovata, in una lettera a Fernanda Pivano. Un’affermazione che non ha «niente di romantico» ha detto ieri Massimo Camisasca, superiore generale della fraternità sacerdotale San Carlo di Roma, durante l’incontro, tenuto al Festival di Ravenna, “Natura e silenzio nell’esperienza monastica e nella nostra vita oggi”. «Non è il vagheggiamento di un’età lontana e perduta – ha aggiunto – che rivive soltanto nella nostalgia», «il rapporto con i colori, gli alberi, il cielo, i prati, il mare, la montagna è qualcosa che ci costituisce».

Per Camisasca l’esperienza monastica è ancor più valida oggi, in un’epoca nella quale, spiega a tempi.it, «di fronte alle cose e alle persone, la domanda prevalente è: a cosa può servire? E non: che cosa mi vuole dire?». «L’uomo, a un certo punto della sua vicenda storica – dice Camisasca – non è più riuscito a pensare ciò che è bello. Il bello è scomparso dal suo sguardo e, quindi, anche dalla sua possibilità di progettazione». Ciò perché «nel suo cuore è stata uccisa la ricerca della verità e del bene. Se un uomo desidera soltanto il potere, il denaro, il piacere e non sa più godere veramente e amare veramente, in lui muore anche il gusto per ciò che è bello. Se il cuore è occupato soltanto dall’amarezza, dal rancore, dall’odio, dal desiderio di vendetta, le parole che nascono, le immagini che si vogliono vedere, sono parole e immagini brutte, nere, che non lasciano spazio alla luce».

A questa ricerca dell’uomo contemporaneo che culmina nell’oscurità e nello «stordimento» dei rumori, si contrappone quella dei monaci, che si avvicinano all’origine di tutto attraverso il silenzio e il rapporto con la natura. Se il silenzio, che è fondamentale nella regola che scandisce la vita monastica, non è «l’assenza di parole o di suoni», ma «un dialogo», la natura, per i monaci, è il «velo da cui filtra la luce divina senza che gli occhi degli uomini ne siano accecati», come scrisse Aelredo di Rievaulx, o «uno specchio per mezzo del quale intravvediamo una similitudine delle perfezioni del creatore», come la vedevano i libri sapienziali, san Paolo e il monaco cistercense Guglielmo di Saint-Thierry.

«La natura è uno dei due libri con cui la Sapienza ha scritto la Rivelazione», e proprio per questo, i monaci «edificavano le loro abbazie e i loro monasteri sempre in luoghi incantevoli per meglio decifrare il linguaggio divino». «La natura e il silenzio sono due tra i più grandi beni che Dio ha concesso all’uomo», spiega Camisasca, «due beni che ci parlano di lui: la natura con la sua originaria bellezza, con i suoi colori, le infinite forme della sua vita animale, vegetale e minerale; il silenzio come casa in cui può nascere uno sguardo nuovo, più profondo, sulle cose e sugli avvenimenti della vita».  «Tornare a guardare la natura», dunque, «vuol dire ritrovare le domande originarie, lo stupore originario, la pace vera» che permettono di diventare «attori della storia umana».

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