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Minosse e spread, serve un tuffo chestertoniano per non sentirsi pesci fuor d’acqua

luglio 16, 2012 Annalisa Teggi

Penso di essere l’anti-tipo da spiaggia per eccellenza. La mia resistenza sotto il sole non va oltre i pochi minuti, e anche all’ombra ho i secondi contati. E così la mia routine nella settimana di mare appena trascorsa si è svolta in modo noiosamente ripetitivo: dopo aver verificato che pur sotto l’ombrellone con ogni sorta di palliativi atti a lenire il caldo (bottiglie d’acqua, ventagli, spray rinfrescanti) Minosse, Caronte & Co. l’avevano comunque vinta, mi precipitavo in acqua fino a quando marito e figli non reclamavano insistentemente che la mia presenza era richiesta per motivi diversi dalla pura balneazione. Uscire dall’acqua per rimettersi nell’arsura della sabbia rovente è una brutta sensazione.

Ho descritto una situazione comune, un luogo comune per molti. Per questo si tratta di un argomento interessante e, a tal proposito, il signor Chesterton scrisse nei suoi anni giovanili una simpatica poesia, rielaborando in modo stupefacente l’espressione “pesce fuor d’acqua”. Racconta la storia di un gruppo di audaci pirati che, dopo aver solcato tutti gli oceani del mondo, depredando e conquistando tesori, alla fine si imbattono nella tempesta più tremenda mai vista. E mentre si barcamenano per venirne fuori, il capitano si accorge che in mezzo a quel mare furiosamente agitato nuota un pesciolino; prova pena per lui e – parafrasando i versi di GKC – pensa: “Ma guarda! Io sono qui, al riparo nella mia cabina, e lui è la fuori nel mare: la scienza m’insegna che se un essere vivente sta troppo immerso nell’acqua si bagna e s’ammala, quindi io salverò quel pesce!”. I marinai lo pescano, lo fanno salire a bordo e cominciano a prodigarsi per lui offrendogli ogni sorta di cibo e divertimento. Lo adagiano su cuscini ricamati e lo intrattengono, ma il povero pesce non si mostra molto soddisfatto del trattamento; anzi diventa sempre più triste e deperito.

La storia però ha un finale ironicamente lieto: quei pirati, arrabbiati per il comportamento asociale di quel pesce ingrato, lo condannano a morte – e cioè lo ributtano in mare. Nel rituffarsi in acqua il pesce fa loro un inchino e manda un bacio, e di nuovo le sue pinne si colorano con le tinte vivaci e intense del sole al tramonto. Chesterton non valutava un granché questo suo componimento giovanile, ma io lo trovo molto azzeccato per descrivere una sensazione che provo molto frequentemente e a cui ho dato un nome preciso solo dopo aver incontrato le parole del signor Chesterton.

Il disagio, l’inquietudine, l’incertezza appartengono alla nostra condizione umana: spesso ci sentiamo come quel pesce che langue sulla barca, ma quel che è peggio è che ci hanno abituato a pensare che il rimedio al disagio non esiste, e ce lo dobbiamo tenere, anche se poi esistono tanti pirotecnici palliativi per metterlo a cuccia, per nasconderlo o far finta che non ci sia. Invece, la morale della storia del pesce fuor d’acqua è ovvia quanto vera: non ci occorre altro che stare nell’acqua. Non ci occorre altro che rimettere a fuoco le basi dell’umano, quelle che la tradizione e il senso comune ci hanno da sempre consegnato, nonostante la loro voce sia schiacciata dalle grida stridule di teorie o astrattamente ottimistiche o cupamente pessimistiche. In questo brodo di palliativi l’umano si rinsecchisce e si inaridisce come sotto la canicola.

Il punto è che quel pesce avrebbe superato molto meglio la tempesta stando nel suo elemento naturale, piuttosto che in un luogo apparentemente più protetto e ricco di opportunità – ma ultimamente mortale – come la nave. Quando Chesterton e i suoi amici, Hilaire Belloc e Vincent Mc Nabb, diedero vita a quella visione sociale ed economica del mondo chiamata distributismo, il loro intento fu proprio di riportare l’uomo nella sua acqua (sulla scorta dei principi della dottrina sociale della Chiesa), e soprattutto di mettere in chiaro che l’acqua c’era. In qualche modo ce l’abbiamo davvero sempre sotto gli occhi anche noi, considerando che la stessa parola economia ha come radice etimologica la parola «casa», intesa come l’insieme dei rapporti e legami familiari.

Distributismo, quindi, è una parola che sarebbe bello sentire più spesso nei dibattiti televisivi e sui giornali quando si parla della situazione attuale solo in termini di crisi. Ne Il profilo della ragionevolezza Chesterton ne spiega il senso complessivo con un altro esempio marittimo: «La cosa naturale quando si ha a che fare con un’operazione sbagliata è fare retromarcia. L’azione naturale, quando la proprietà finisce per essere in mano a pochi, è di rimetterla nelle mani di molti. Se venti uomini stanno pescando in un fiume e l’affollamento è tale che le loro lenze si sono intrecciate fino a sembrare una sola, l’operazione normale è districarle, e far sì che ogni pescatore ritorni a usare la propria lenza. Senza dubbio se ci fosse un filosofo collettivista sulla riva di quel fiume si metterebbe a dire che quei fili intrecciati di fatto hanno formato una rete; e allora ci si potrebbe dedicare alla pesca a strascico sfruttando lo sforzo comune. Ma trarre un improbabile vantaggio da una cosa sbagliata non è mettere a posto le cose. Il socialismo non è altro che l’elemento che completa la catena che parte dalla concentrazione capitalistica».

Recentemente nell’annuale Chesterton Day che si svolge a Grottammare (AP), arrivato alla sua decima edizione, è stata messa a tema la praticabilità del distributismo nella nostra attualità ed è stato invitato a parlarne Stratford Caldecott, presidente del Center for Faith and Culture di Oxford, che ha affermato: «Il distributismo non è socialismo. Non suppone che la proprietà debba essere tolta ai ricchi e data ai poveri, ma piuttosto che la legislazione renda più facile al piccolo proprietario terriero o al piccolo commerciante di sopravvivere e renda più difficile ai magnati di accumulare troppa ricchezza e potere così da costringere i piccoli proprietari e commercianti a diventare suoi impiegati. Il distributismo dichiara che gli esseri umani sono più felici non quando posseggono un’enorme ricchezza, ma quando hanno il pieno possesso della libertà, nel senso di sentirsi responsabili di sé e delle proprie scelte, e soprattutto della libertà di crearsi una famiglia e provvedere a essa. A un uomo dovrebbe essere concesso di star saldo sui propri piedi, e non solo di starsene a penzoloni dalla cintura di un altro uomo».

È un argomento vasto che riguarda concrete possibilità operative in molti ambiti sociali, anche – ed è fondamentale – in quello educativo. Diciamo che questo è stato un primo rinfrescante tuffo, sintetizzabile con un altro dei mirabili aforismi del signor Chesterton: «Non dico che lo Stato ha bisogno solo di quegli uomini che non chiedono niente allo Stato. Dico che di uomini che sappiano autonomamente provvedere ai propri bisogni c’è molto bisogno».

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1 Commenti

  1. Leonardo scrive:

    Il piccolo commerciante e il piccolo agricoltore non possono fornire al consumatore i beni a un prezzo competitivo: il che vuol dire che quello che hanno da vendere costerà di più. In che modo ciò sarebbe d’aiuto alla società, e soprattutto ai più poveri? Certamente esiste un nicchia del mercato per prodotti agricoli e artigianali “tradizionali”, cioè fatti con tecniche antiche e meno efficienti; e non c’è niente di male; solo che quelle cose ormai sono fatte per i più ricchi; e basta andare nella sezione “prodotti biologici” di un supermercato per rendersene conto.
    Il “distributismo” ovviamente presuppone l’esistenza di un organismo governativo centralizzato che distribuisca: quindi distributismo è un sinonimo di centralismo, statalismo, burocrazia, clientelismo, (perché poi chi deciderebbe cosa distribuire e a chi? Burocrati in un ministero).
    Grazie

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