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Liverpool, poco importa l’1-1. La vera vittoria è arrivata in settimana

settembre 17, 2012 Emmanuele Michela

Allo Stadium of Light sabato si inseguivano motivazioni e sentimenti diversi. Uno su tutti caricava l’aria di Sunderland di dolore cristallino, facendo rima con un numero che in casa Liverpool è sinonimo di strage: 96, come le vittime che 23 anni fa persero la vita nella tragedia di Hillsborough. La pubblicazione in settimana dell’indagine su quella strage è stata accolta in casa Reds con un misto di umori, che va dal favore di chi è più di vent’anni che aspetta la verità, alla rabbia per una lunga trafila di menzogne, infamie e silenzi. E una grande attesa per la giustizia che c’è all’orizzonte, ieri riassunta sulle maglie nere con cui il Liverpool si è presentato in campo, dove quel numero, 96, svettava eloquente sulle spalle. Cifre che pesano sulla schiena di questi ragazzi: alcuni non erano neppure nati all’epoca di Hillsborough (Borini, Kelly, Sterling, Shelvey), altri quelle immagini le ricordano scolpite nella loro infanzia, come Steven Gerrard, nato e cresciuto in città, che su quegli spalti ha perso un cugino di soli 10 anni.

LO ZERO IN CLASSIFICA. Ma c’è un altro peso che schiaccia gli uomini di Brendan Rodgers. Di tutt’altra natura, meno solenne e inviolabile, ma più di loro competenza. Anche questo risponde ad un numero, lo zero. È il numero di vittorie in questo inizio di campionato dei Reds, alla traballante ricerca di sé: la squadra gira bene ma segna poco (Borini non si è ancora sbloccato in Premier, e manca una prima punta che possa sostituire Carroll), ha tanto potenziale davanti quanta friabilità dietro. Inutile dire quanto contasse sabato vincere sul difficile campo del Sunderland, per dare uno scossone a questa stagione partita così così: dietro l’angolo c’è l’attesissimo derby d’Inghilterra, che domenica prossima porterà ad Anfield Road gli odiati rivali dello United (partita ancora più attesa dopo i tristi cori di sabato di alcuni tifosi dello United, rivolti alle vittime di Hillsborough).

FA TUTTO SUAREZ. Ma non basta al Liverpool. Che anzi corre grosso il rischio di rimanere schiacciato sotto il peso delle troppe responsabilità che s’incrociano su questo match. L’incubo si concretizza nel momento migliore dei Reds, quando cioè continuano a spingere e non riescono a trovare il gol perché il portiere Mignolet è troppo bravo e Fabio Borini troppo sfortunato. Craig Gardner è una scheggia sulla fascia destra, si prende gioco di Suarez e di Johnson, butta la palla in mezzo dove trova pronto Fletcher, che infila il suo terzo gol in questo inizio di stagione. È uno schiaffo, che rischia di lasciare il segno sulla guancia per tutto il match: il Liverpool si organizza e ci prova, ma è sfortunato sotto rete. Alla fine ha salvare il tutto ci pensa Luis Suarez, il più umiliato, insieme al lento Reina, nell’azione del gol del vantaggio: il Pistolero reagisce a suo modo, prima si tuffa cercando un rigore inesistente e beccandosi un giallo, poi fa memoria di quel talento da goleador che l’ha portato ad Anfield Road e trova la rete dell’1-1 al ’70.

C’È UNA SOLA VITTORIA. A poco serve il forcing dei 20 minuti successivi: il risultato non cambia, con un pareggio inutile per entrambe le squadre. Ma è un punto che conta poco, così quanto il record negativo (mai così male i Reds all’inizio di campionato da almeno un secolo): pochi giorni fa si è iniziato a far luce su quella tragedia così assurda, dopo una lotta di 23 anni delle famiglie delle vittime. Qui sta l’unico successo della città di Liverpool. Aver pulito il nome di questi morti dall’accusa di essere hooligans violenti che si sono cercati da loro la morte, è la vittoria più sofferta e più giusta.

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