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L’amore ai Three Lions si impara in famiglia. Storia dell’eterno Lampard

settembre 10, 2012 Emmanuele Michela

Per riprendersi le chiavi della Nazionale gli sono bastati meno di 30 minuti. Meno di mezz’ora per rifilare due schiaffi secchi alla misera nazionale moldava. Poca cosa se di fronte c’è un certo Frank Lampard, 34 anni ormai suonati, ma comunque leader indiscusso del Chelsea di Di Matteo primo in classifica in Premier. Con lui in campo l’Inghilterra di Hodsgon regola la compagine ex-sovietica con un agevole 5-0, e muove decisa il primo passo verso i mondiali brasiliani del 2014. È solo il primo match, certo, ed è inutile ribadire la pochezza dell’avversario: ma ora i Three Lions possono preparare il match di domani sera contro l’Ucraina (sarà una rivincita del match di pochi mesi fa dell’Europeo?) sapendo di poter puntare forte sull’autorità del centrocampista del Chelsea.

NOSTALGIA EUROPEI Quanto era mancato Frankie alla sua Nazionale allo scorso Europeo? Un infortunio alla coscia lo aveva costretto a rimanere a casa pochi giorni prima dell’inizio del torneo, obbligando Hodgson a richiamare in fretta e furia il giovane del Liverpool Henderson. Un’assenza che pesò eccome nell’avventura dei Three Lions, capaci di brillare a tutti gli effetti solo nel rocambolesco 3-2 con la Svezia, per essere poi eliminati ai rigori dall’Italia al termine di un match sparagnino e giocato in trincea. Troppo isolati gli spunti di Rooney in attacco, troppo solo Gerrard in mezzo al campo: mai come adesso è benvenuto quindi il ritorno in rosa di Lampard, in una squadra in cerca di qualcuno che possa fare da collante tra l’estro emergente di tanti giovani (Oxlade-Chamberlain, Cleverley, Welbeck) e la classe certa di alcuni super campioni ormai sulla via del tramonto (Terry, Gerrard, e mettiamoci pure Rooney, sempre più alle prese con infortuni e con dolori che, racconta nella sua recente autobiografia, lo attanagliano i giorni dopo le partite). Questo, forse, era l’elemento mancato al gruppo protagonista dell’Europeo.

«SIAMO PRIVILEGIATI» Nonostante l’età, Frankie non ha fretta, sa bene che l’imprevedibilità del calcio sa metterti davanti il tuo momento quando meno te l’aspetti. Basta vedere la storia del suo Chelsea, e quello strano feeling con la Champions League: in anni e anni di campagne acquisti faraoniche di marca Abramovich, la mitica coppa con le orecchie è arrivata solo lo scorso maggio, forse nell’anno in cui meno ci si aspettava il successo dei Blues. Sarebbe quindi stupido farsi sfuggire l’occasione di tornare in Nazionale, nonostante l’età obblighi a certe scelte. Alle spalle un padre, l’omonimo Frank senior, bandiera del West Ham degli anni Settanta, che al figlio ha insegnato un eterno attaccamento alla maglia inglese: «Mio padre ha sempre sostenuto l’idea di giocare per il proprio Paese, anche quando è tanto tempo che non giochi ma ti senti ancora in grado di dare una mano. Anche in questi mesi difficili, quando facevo fatica e ricevevo critiche, ho parlato con mio papà al telefono e lui è stato categorico nel dirmi di rimanere in gioco, perché siamo davvero dei privilegiati ad essere qui. Quando mi sono infortunato quest’estate, non gli ho nemmeno parlato perché sapevo già la risposta: “Vai avanti!”».

LAVORARE SODO Punta forte su di lui e sul suo esempio Hodgson, che spera che i tanti giovani in squadra possano guardare al 34enne e crescere come lui. Uno che in silenzio ha respirato la sana aria di football che soffiava nella sua casa, dove ai dettami del padre vecchia gloria del West Ham facevano seguito le preziose indicazioni dello zio, quell’Harry Redknapp che lo allenò nelle file degli Hammers e poi divenne famoso per le belle stagioni col Portsmouth e il Tottenham. Non ha mai voluto deluderli Frankie, allenandosi con ostinazione e voglia: uno spirito che gli è valso il record 164 match consecutivi, uno dietro l’altro, mai una sostituzione, un infortunio, un’assenza o una squalifica. «Una cosa che voglio dire ai nuovi giovani centrocampisti è che devono sentirsi addosso più responsabilità nel fare gol», diceva qualche giorno fa in conferenza stampa. «Bisogna essere spietati sotto porta, e questo succede solo se ci si allena tanto». Fatica, impegno, dedizione… Le parole di Lampard risuonano delle centinaia di partite da titolare in Premier, ma sono pervase dalla voglia tutta verde di non far finire una carriera e darsi ancora da fare. Come faceva quell’amico più vecchio di lui, poco conosciuto ai più, suo compagno di squadra allo Swansea, quando il 17enne Lampard arrivò in prestito dal West Ham. «Ero in camera con Robbie Dennison, l’ala che giocava per i Wolves, che però era in presito lì. C’erano solo due letti singoli. Lui aveva 32 anni, io 17, eravamo agli opposti delle nostre carriere. Quando mi sdraiavo a letto, non sapevo cosa dirgli! Lui aveva due figli, mentre io volevo uscire! Invece stare con un uomo più anziato è stata una cosa che ha formato il mio carattere. Ci fu una grande curva d’apprendimento, e quel “rimanere coi piedi per terra” sicuramente mi ha aiutato. Questo è ciò che mi ha aiutato ad arrivare a 34 anni anni, e speriamo di più, giocando per il Chelsea e l’Inghilterra». In bocca al lupo, eterno Frankie.

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