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“La storia della nostra libertà”. Quarant’anni di comunismo non hanno devastato la Chiesa slovacca

marzo 28, 2013 Angelo Bonaguro

Si è conclusa a Bratislava la commemorazione del 25° anniversario della “Manifestazione delle candele”, quando nel marzo dell’88 alcune migliaia di persone si diedero appuntamento sulla piazza davanti al teatro nazionale slovacco per chiedere la libertà religiosa, nuovi vescovi e il rispetto dei diritti umani. Quest’ultima richiesta, considerata “politica” dalle autorità comuniste, fu in realtà il segno della maturazione del senso di responsabilità che animava i credenti perché – disse padre Jukl, uno degli organizzatori – “come cristiani ci stava a cuore la società in cui vivevamo, dato che la libertà è indivisibile”. La loro fu una dimostrazione assolutamente pacifica, scandita dalla recita del rosario alla luce delle candele, ma fu brutalmente dispersa dalla polizia. “La storia della nostra libertà” è lo slogan con cui oggi gli organizzatori (fra cui la Fondazione Adenauer e il Forum delle Associazioni cristiane) hanno dato vita a un’intera settimana di appuntamenti in cui sono stati coinvolti testimoni di allora, studiosi e giovani: dalla proiezione di brevi documentari sulle persecuzioni antireligiose, alla festa musicale presso il Mercato vecchio; dal convegno al palazzo arcivescovile, alla messa con la processione in piazza guidata dall’arcivescovo Zvolenský che ha fatto rivivere il gesto di preghiera di 25 anni fa.

Accompagnati in questi giorni dall’inesauribile František Neupauer, direttore del Museo del comunismo, ci è parso di percepire il passaggio provvidenziale del testimone dai protagonisti di allora a una nuova generazione di “attivisti” che ha scoperto la ricchezza straordinaria di quegli “eroi invisibili” e ne vuol far partecipi tutti. È stato evidente osservando la tenerezza con cui František ha messo a sedere per noi ospiti italiani l’anziano Silvo Krčméry, ormai invalido a letto ma un tempo uno dei principali responsabili della Chiesa “clandestina” slovacca. È stato altrettanto evidente durante la chiacchierata e la cena con gli studenti del Collegio Neuwirth, dov’erano presenti anche alcuni americani: Megan, Sarah e gli altri volevano sapere non solo come si viveva allora ma anche cos’hanno lasciato gli anni di comunismo nell’animo della gente, costringendo noi e gli amici slovacchi a riprendere consapevolezza del recente passato.

Non è tutto rose e fiori, certo, e l’impressione positiva si può scontrare con la stanca riflessione di qualche eminenza grigia del dissenso, fin troppo preoccupato da vicende che hanno interessato la Chiesa locale (gli strascichi del caso Bezák): “Mi aspetto un momento di catarsi, di forte cambiamento”. Sarà forse ancora poco catartico, ma le decine di persone in fila per le confessioni di Pasqua sono il segno che 40 anni di comunismo non hanno devastato totalmente lo spirito umano. Così come assistere alla messa serale nel pensionato universitario di Slávičie údolie, vicino al cimitero dove sono sepolti personaggi che hanno fatto la storia di questo paese, famosi (come Dubček) e meno famosi ma altrettanto efficaci (padre Jukl): la cappella è strapiena, e anche se su 7000 studenti questa è solo una “minoranza creativa”, è il segno che c’è un terreno fertile di missione ancora tutto da scoprire.

Che non si trattasse di una grigia commemorazione lo si è capito anche durante e dopo la parte “ufficiale” al palazzo arcivescovile dove sono intervenuti alcuni protagonisti dell’88 e, tra gli altri, il politico democristiano Figel’, il vescovo Hal’ko e il direttore dell’Adenauer locale, Böhler. Li abbiamo ritrovati poi in piazza, durante la processione serale e la recita del rosario sotto la neve soffiata dal vento, con le candele in mano distribuite dai giovanissimi volontari riconoscibili dal k-way azzurro. Anche questo non è a caso: quel 25 marzo ’88 un messaggio radio della polizia ordinò di “fermare quella donna vestita d’azzurro” – Mistica a parte, vengono ancora i brividi ad ascoltarlo… Una cioccolata calda e informale con i responsabili dell’Adenauer (Gabi, Böhler, Robert), e al Quo Vadis ritroviamo i ragazzini “vestiti d’azzurro” raccolti attorno al solito Neupauer mentre racconta del suo strabiliante viaggio in Cina… Ricavato in pieno centro cittadino dalla vecchia libreria di paccottiglia ideologica sovietica, il Quo Vadis è un punto di incontro giovanile cattolico molto vivo. L’unica pecca? Niente birra, solo tè e tisane!
Chi dice che “i tempi sono cambiati” e vorrebbe imbalsamare i testimoni di allora, ha la stessa presunzione miope di chi nel ’48 volle fare tabula rasa con “le sopravvivenze del passato” e si ritrovò 3000 persone in piazza a pregare. “Le autopompe riuscirono a spegnere quelle candele – ha osservato monsignor Hal’ko –, ma non i desideri che i manifestanti portavano nel cuore”.

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2 Commenti

  1. giesse scrive:

    Che bello il titolo della manifestazione(la storia della nostra libertà)
    Altrettanto bello vedere che non è tutto caduto nell’oblio.
    Ma il video della repressione l’aveva girato la polizia per lasciarla ai posteri?
    Facci sentire tradotto il messaggio della polizia”fermate quella donna vestita d’azzurro”

    • Angelo Bonaguro scrive:

      In pratica dovrei scrivere una seconda puntata!…
      Sì, si trattava di riprese della polizia politica (StB), che impedì le riprese a fotografi e giornalisti occidentali, ma diede disposizione ai propri di documentare quanto succedeva, per scopi interni e per i funzionari di partito; il gruppo di “giornalisti” della StB era guidato da un certo capitano Majtán; alcune riprese vennero fatte da un’ambulanza che stazionava in piazza. Gli ordini invece venivano impartiti dalla nomenklatura dall’Hotel Carlton, che dà sulla piazza.

      «- Gama 2: Impedire che la folla si muova verso la chiesina.
      – Gama 1: C’è una donna vestita d’azzurro, va bloccata. Fermate quella donna vestita d’azzurro!
      – Beta 1, qui Gama 2: Inseguire e disperdere!
      – Gama 4, qui Gama 2: Piazza Komensky, usate le autopompe sulla folla!
      – Gama 2: Usare immediatamente i getti d’acqua contro la gente che canta!…».
      La donna in questione aveva un nome: L’udmila Heribanova, 21enne, di professione infermiera. Senza voler fare i mistici o i visionari, tuttavia in quel frangente l’espressione usata assunse una sfumatura particolare.

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