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John Latham e Lee Ufan, due artisti a confronto a Milano

febbraio 1, 2012 Mariapia Bruno

Un’amante degli assemblage e dei book reliefs (dipinti che incorporano libri) accanto a un artista tradizionale a tutto tondo (pittore, scultore, poeta e pittore). Sono i due protagonisti della mostra John Latham/Lee Ufan, aperta al pubblico dal prossimo 10 febbraio fino al 16 marzo alla Lisson Gallery di Milano. Rivoluzionario in modo diverso, i due artisti testimoniano attraverso le loro opere un’indagine continua rivolta alla comprensione dell’universo e delle leggi che ne regolano ogni aspetto. John Latham (Livingstone, Zambia, 1921-2006) fu un artista attivo dagli anni 40, appassionato dei nuovi mezzi espressivi – è stato uno dei primi a usare la pittura spray – e delle performance, fu anche attratto dalla Teoria Quantistica. Padre della “Time-Base Theory” secondo cui ogni cosa dell’universo, dagli oggetti agli essere viventi, viene descritta a intervalli temporali da un sistema onnicomprensivo, il suo obiettivo era il superamento della tradizionale distinzione tra materia e coscienza, che cercava di raggiungere anche attraverso l’uso del vetro, materiale che per la sua naturale caratteristica di trasparenza era diventato simbolo di un’onnipresenza a-temporale. Le sue tele sono spesso presentate non incorniciate o parzialmente arrotolate in modo tale da non consentire la visione totale dell’immagine che contengono.


Lee Ufan (Haman-gun, Corea, 1936), uno dei maggiori esponenti del gruppo d’avanguardia Mono-ha, attivo in Giappone alla fine degli anni 60, è stato un artista intellettuale che rifiutava la nozione occidentale dell’Ego. All’Io solitario preferiva l’Io con l’altro, l'”arte dell’incontro“: per Ufan l’individuo si identificava soltanto in relazione con l’altro. Da questo concetto nascono, infatti, composizioni definite da una giustapposizione di materiali non lavorati come le pietre e le lastre di ferro di provenienza industriale felicemente accoppiate a formare delle sculture appartenenti alla serie Relatum. «Se pongo un forte accento sullo spazio, combinando una pietra naturale con una lastra di ferro neutra – diceva l’artista – l’aria intorno all’opera, piuttosto che l’opera stessa, acquista densità e il luogo dove questi oggetti sono posti si rivela chiaramente come un mondo aperto». Una descrizione dell’operato che è anche slogan a favore di quell’energia che solo lo spazio vuoto può colmare.

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