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Perché l’integrazione degli immigrati è impossibile

aprile 12, 2016 Rodolfo Casadei

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Non c’è dubbio che la visita di papa Francesco nell’isola di Lesbo in solidarietà coi richiedenti asilo che arrivano dalla Turchia e che vorrebbero essere accolti in Europa rilancerà il dibattito sull’emigrazione di massa nel nostro continente. E tornerà a frullare nelle teste e a rimbalzare da un giornale a un talk-show la parola “integrazione”. L’unica su cui si registra una certa unanimità: che si sia favorevoli o contrari all’immigrazione, che si simpatizzi per i ponti oppure per i muri, che si vogliano lasciar passare grandi masse oppure quasi nessuno, tutti in Europa mostrano di essere d’accordo sul fatto che gli immigrati in ogni caso devono integrarsi e devono essere integrati. Per alcuni l’integrazione è sinonimo di assimilazione, per altri significa conformità coi valori fondamentali affermati nelle costituzioni nazionali, lasciando un po’ di spazio alla diversità culturale. Per alcuni gli immigrati devono diventare come noi, tali e quali a noi; per altri la loro diversità è benvenuta purché sull’essenziale dei valori politici e civili che regolano attualmente la convivenza sociale nei paesi dell’Unione Europea essi si conformino. Per alcuni l’integrazione ricade principalmente sulle spalle dei migranti, che devono dimostrare la volontà di adattarsi al nostro modo di vivere, per altri ricade soprattutto sui paesi ospitanti, che devono impegnarsi a offrire scuola, formazione e lavoro ai nuovi arrivati e ai loro figli, e a vigilare sulle discriminazioni.

A criticare il mantra dell’integrazione sono pochi. Certamente un Fabrice Hadjadj, che ha scritto che gli attentatori di Charlie Hebdo erano figli di immigrati perfettamente integrati, ma «integrati al nulla» della cultura postmoderna reale che vige in Europa, centrata sul consumismo e sull’edonismo. Su Italia Oggi è apparso un paio di settimane fa un intervento contro corrente di Marco Cobianchi, che faceva notare come l’insistenza sull’integrazione non sia realistica. Ogni essere umano, spiegava, è convinto che la sua cultura sia superiore o perlomeno soggettivamente preferibile a tutte le altre. Perciò insistere sull’integrazione degli immigrati alla cultura europea può solo provocare reazioni di rigetto (che si notano soprattutto nelle seconde generazioni, aggiungo io). «Se in Occidente continuiamo a pensare che il problema sia l’integrazione», scrive Cobianchi, «anche noi facciamo i radicali e, implicitamente, sosteniamo, di fronte ad altri radicali (quelli che vogliono imporre l’islam col jihad – ndr), che la nostra cultura è migliore della loro. E ci sono milioni di motivi che possono dimostrare la superiorità della cultura occidentale rispetto a qualsiasi altra. Ma ai nostri occhi, non agli occhi delle persone che appartengono ad un’altra cultura, le quali continueranno a pensare il contrario. Di questo passo si arriva inevitabilmente a quello scontro di civiltà che proprio la retorica dell’integrazione vorrebbe evitare». La conclusione del suo ragionamento è che non si possono avere insieme immigrazione e integrazione: se si accetta – o si subisce, a seconda dei punti di vista – l’immigrazione, il multiculturalismo è inevitabile.

Sono d’accordo con la prima parte del ragionamento di Cobianchi, ma non sulla conclusione, cioè sulla prospettiva che ci siano «visioni del mondo, della storia, della vita e della morte, del destino che possono (…) convivere, ma non integrarsi». Anch’io sono convinto che l’integrazione non ci sarà. Ma sono anche convinto che non ci sarà neppure convivenza nel senso che normalmente si dà a questa parola. Ci sarà piuttosto una balcanizzazione dell’Europa, o soluzioni in stile apartheid così come i nazionalisti boeri sudafricani lo teorizzavano, cioè forme di sviluppo separato (che non può essere completamente separato, come i bianchi sudafricani scoprirono a proprie spese).

L’integrazione non avrà luogo: i milioni di stranieri che si stanno trasferendo in Europa non saranno integrati. Né nella forma dell’assimilazione, né nella forma del multiculturalismo attenuato dalla lealtà verso le costituzioni nazionali vigenti. Per molti motivi, dei quali i principali sono l’alto numero dei nuovi arrivati, lo squilibrio fra i tassi di natalità dell’Europa e quelli di Africa e Vicino Oriente e il basso costo dei trasporti e delle comunicazioni nell’epoca della globalizzazione. Chi richiama l’attenzione sugli esempi del passato per confutare la tesi dell’impossibilità dell’integrazione non tiene conto delle differenze esistenti fra l’emigrazione di ieri e quella di oggi. Gli emigranti europei nelle Americhe sono stati perfettamente integrati: italo-americani come Frank Sinatra, Robert De Niro o Frank Giuliani, o italo-argentini come Juan Manuel Fangio, Cesar Luis Menotti o Jorge Mario Bergoglio ora papa Francesco, sono veri statunitensi e veri argentini, la loro italianità riducendosi a un dato biografico e a qualche elemento folkloristico. Culturalmente e psicologicamente sono dei nordamericani e dei latinoamericani, non sono degli italiani. Però i loro genitori o antenati sono emigrati in terre spopolate, le loro famiglie avevano tassi di natalità prossimi a quelli di chi già viveva nei paesi dove sono emigrati, i loro viaggi di là dall’oceano erano virtualmente senza ritorno a causa della distanza e dei costi da sopportare, la persistenza di legami e rapporti con la patria d’origine era estremamente labile in assenza di forme di comunicazione diverse da quella postale. Oggi chi emigra resta in contatto con la terra di origine attraverso le tecnologie informatiche che permettono di comunicare a prezzi bassissimi o comunque contenuti (e-mail, social media, telefoni cellulari); le tivù satellitari che ogni sera riversano notizie della patria nella lingua madre e i viaggi aerei low cost che permettono di fare la spola fra il luogo di nascita e quello di emigrazione più volte all’anno con costi contenuti, fanno sì che il cordone ombelicale col mondo di provenienza non venga mai tagliato. Oggi non ci sono fattori materiali come la grande distanza e gli alti costi per superare la distanza che costringano gli emigranti allo sradicamento completo e all’adattamento alla nuova realtà.

Poi c’è il fattore demografico: gli immigrati fanno molti più figli degli indigeni europei. Il tasso di fertilità nella Ue è di 1,6 figli per ogni donna in età fertile; nel Medio Oriente e Nordafrica è di 3 figli, nell’Africa sub-sahariana è di 5 figli. Perché una popolazione giovane e numericamente in ascesa dovrebbe conformarsi ai valori di una popolazione senescente? Ha detto Massimo D’Alema che l’Italia ha bisogno di 30 milioni di immigrati nell’arco di 20 anni per mantenere il sistema pensionistico e rilanciare la crescita economica. Se “noi” abbiamo bisogno di “loro” più di quanto loro abbiano bisogno di noi, perché loro dovrebbero adattarsi a noi e non piuttosto viceversa? È intuitivo che un’Italia dove arrivano e fanno figli 30 milioni di stranieri nel giro di 20 anni non sarebbe più l’Italia ma diventerebbe un’altra cosa. Gli immigrati tenderebbero a vivere fra loro, occuperebbero spontaneamente porzioni di territorio, diventerebbero la maggioranza dei residenti in certe aree, e non si capisce perché, essendo la maggioranza, dovrebbero vivere secondo i desiderata della minoranza. Il problema nasce proprio qui, nasce dal rapporto fra maggioranze e minoranze nei paesi moderni. Ed è qui che nasce la mia convinzione, diversa da quella ipotizzata da Cobianchi, che non sia possibile nemmeno la semplice convivenza in alternativa all’integrazione.

La forma dello stato-nazione europeo, frutto ideale dell’incrocio fra illuminismo e romanticismo e prodotto delle guerre e dei moti popolari ottocenteschi, è del tutto inidonea alla convivenza fra comunità profondamente diverse per valori e visioni della vita. Al contrario della forma imperiale. Gli imperi centrali demoliti dall’esito della Prima Guerra mondiale –Impero austro-ungarico e Impero ottomano – erano entità politiche multiculturali e multireligiose, nelle quali convivevano popolazioni diverse per lingua, cultura e fede religiosa. Ogni etnia e ogni comunità confessionale si regolava secondo le proprie convinzioni e tradizioni, tradotte in norme di diritto comune e di codice di famiglia. Al potere imperiale andavano versati tributi sotto forma di tasse e di reclute per l’esercito, in cambio dell’autorizzazione a un ampio autogoverno. Le leggi e i provvedimenti che originavano dall’imperatore non potevano, ovviamente, essere sindacati. E nessuno ci provava.

In una democrazia moderna la cosa non può funzionare: non esiste un’autorità insindacabile sovrastante il popolo, le leggi sono l’espressione della volontà maggioritaria dei cittadini attraverso la mediazione parlamentare. Le leggi approvate dalla maggioranza valgono per tutti e tutti devono accettarle. Questo modo di funzionamento della politica presuppone una certa omogeneità culturale: ci si divide e si discute su tanti argomenti, ma alla fine chi si ritrova in minoranza accetta, anche se malvolentieri, la volontà della maggioranza perché ciò che unisce è più profondo di ciò che divide. La maggioranza tende – almeno fino a qualche tempo fa, oggi si comincia ad annusare odore di neo-totalitarismo – a lasciare qualche spazio alla minoranza. Gran parte dei paesi europei ha deciso purtroppo di legalizzare l’aborto, ma almeno è stato riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza per chi potrebbe essere chiamato a praticarla.

Ora, è evidente che democrazia liberale e pluralismo culturale assoluto non possono convivere. Come si può legiferare su un tema come la blasfemia in un paese dove le opinioni sono radicalmente opposte? Se metà della popolazione pensa che le offese a Dio meritano la pena di morte, e l’altra metà pensa che sia diritto di ogni artista reale o presunto e di ogni umorista reale o presunto offendere la divinità in nome di messaggi estetici, satirici, comunque concettuali, come possono queste due metà convivere nello stesso stato? La metà messa in minoranza dalla legge non si considererà più veramente cittadina dello stesso Stato, non riconoscerà più la legittimità di chi governa.

Ecco perché io credo che l’Europa, dopo 70 anni di processi di integrazione, vada incontro alla più grande disintegrazione della sua storia dall’epoca della fine dell’Impero Romano. L’immigrazione proseguirà, gli stati si frammenteranno di diritto o di fatto a causa delle differenze culturali fra vecchi e nuovi abitanti. Ci scambieremo merci, servizi e manodopera, ma scordatevi l’Europa unita nell’Inno alla gioia di L. van Beethoven.

Foto Ansa


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13 Commenti

  1. Agostino G. scrive:

    Il Card. Biffi provò a dire queste cose circa vent’anni fa e venne investito da un linciaggio mediatico incredibile.
    Lui mantenne le sue posizioni, che erano molto ragionate e non frutto di prese di posizione:
    1. l’Italia (e l’Europa) avrebbe dovuto cercare di favorire l’immigrazione di cristiani, che condividevano in qualche modo la nostra provenienza culturale e potevano adattarsi meglio;
    2. l’Italia (e l’Europa) doveva pretendere, a fronte dell’accoglienza da paesi non cristiani, che i paesi di provenienza adottassero leggi simili alle nostre in fatto di immigrazione; se un italiano vuole emigrare in Marocco deve sottostare a una miriade di limitazioni della propria libertà (obbligo di conoscenza della lingua, la religione solo come un fatto privato e oggetto di una tassa, la differenza sostanziale tra maschi e femmine di fronte alla legge, …), mentre un marocchino che emigra in Italia trova un contesto che si affanna a farlo sentire a casa propria (corsi di lingue gratuiti per immigrati, libertà religiosa, nidi e scuole primarie gratuite, …) senza pretendere di adeguarsi in nulla ai nostri usi e costumi, per cui nascono problemi con i matrimoni misti, le ragazze musulmane che devono andare a scuola, le mense scolastiche e lavorative (perfino quelle della Caritas)…

    Oggi, di fronte a quel che succede, si rimpiange il fatto di non avere ascoltato le sue parole profetiche: l’Italia o riscoprirà le proprie radici cristiane, o diventerà musulmana.

    Di fatto, Nostro Signore non ha mai detto che quando tornerà troverà il Papa a Roma, ma si è chiesto se troverà ancora la fede sulla terra…
    Noi dobbiamo sperare ancora nel suo aiuto perché i cuori degli italiani e dei popoli europei si convertano e testimonino ai musulmani la bellezza di essere cristiani, come già successe con le invasioni barbariche (che non furono neanche allora una passeggiata, ma distrussero mezza Italia): per fare questo ci vuole tanta fede e quest’ultima si nutre con la preghiera e con l’amore. San Giovanni Paolo II, all’inizio del 200, ci ricordò che il mondo ha bisogno di santi, e per fare dei santi ci vuole una vita intera oppure la testimonianza data col martirio: è la storia che continua, è il cuore dell’uomo che ha sempre bisogno delle stesse cose, prima abbandona Dio poi constata che senza di Lui non può fare nulla.

  2. recarlos79 scrive:

    forse gli italiani s’integravano così bene perché non avevano (ce l’hanno oggi?) un’identità forte. personalmente conosco figli d’immigrati che avendo frequentato scuolle italiane, sono italiani quanto me. mi fanno girare le scatole quelli che alle elezioni fanno la lista dei rumeni o degli indiani, perché le esigenze di un padre di famiglia sono le stesse anche con diverso colore della pelle e si pongono loro in un atteggiamento di distanza. a differenza del presidente mattarella, il presidente dell’austria crede ancora ai sacri confini e stanno costruendo una barriera al Brennero. visto che il ministro degli esteri voleva rinunciare a pezzi di territorio italiano a favore dei franzosi alla chetichella, non mi stupirei se questa futura barriera al Brennero si prendesse pezzi di provincia di bolzano. per la gioia di tutti i sinistri l’italia sta scomparendo. sulla sua contrarietà all’immigrazione di massa vada a spiegarlo al papa!r

  3. Giovanna Jacob scrive:

    Non posso non sottoscrivere, con dolore, questa analisi. Però aggiungo solo una considerazione: Casadei guarda all’immigrazione selvaggia come ad una sorta di fenomeno naturale, come uno tsunami o un terremoto o addirittura un meteorite dallo spazio (o il pianeta Melancholia), che in quanto tale ha la forza di un fenomeno inevitabile da cui dobbiamo accettare di farci travolgere perché non ci possiamo fare niente. Inoltre sottolinea non a torto che tale fenomeno appare travolgente soprattutto a causa di dinamiche demografiche: loro fanno tanti figli, noi siamo al di sotto della soglia di sostituzione. Ebbene c’è un paese che demograficamente è messo peggio di noi ma che tuttavia non guarda all’immigrazione come ad uno tsunami inevitabile: sto parlando del paese degli tsunami, il Giappone. Secondo gli europei, la crisi demografica ci mette nella condizione di a fare entrare stranieri altrimenti chi paga il welfare e le pensioni? I giapponesi invece fanno un ragionamento opposto: proprio perché da noi c’è una tremenda crisi demografica non possiamo permetterci il lusso di fare entarre nessuno, altrmenti in pochi anni gli stranieri sostituiranno i giapponesi, quindi potremo cominciare a fare entrare qualcuno solo nel momento in cui i tassi di natalità giapponese cominceranno ad alzarsi. Inoltre sia le autorità giapponesi sia il popolo giapponese condividono un avversione radicale verso l’isam e la convinzione che ogni islamico che entra nel paese è una mina vagante: per questo nel paese del Sol Levante è virtualmente vietato accogliere e dare lavoro ai musulmani e per questo il Giappone è uno dei pochissimi paesi in cui non esiste un problema islamico.
    Infine, vorrei dire una cosa proprio sul problema demografico. Il problema esiste ed è serio. Ma se consideriamo il fenomeno nella sua globalità, ebbene in tutto il mondo esiste una relazione fra sviluppo economico e sociale e diminuzione della natalità, ma in questo non c’è necessariamente un male. Infatti nelle società poco sviluppate si fanno tanti figli primo perché la mortalità infantile è molto alta e secondo perché i bambini sono una risorsa economica: li si manda subito a lavorare. Invece nelle società avanzate i bambini non portano i soldi a casa ma li consumano soltanto. Ed è giusto così. Quindi andiamoci piano col criminalizzare gli occidentali, descrivendoli come un branco di egoisti che preferiscono i cani ai bambini. Sicuramente sono egoisti, come lo è chiunque al mondo, ma lo son meno di chi fa figli per mandarli in miniera e lo son meno dei musulmani che fanno figli con dieci mogli diverse, trattandole come bestiame da riproduzione. Quindi è giusto alzare il tasso di fecondità, ma bisogna alzarlo in maniera corretta: ad esempio abbattendo i costi di mantenimento dei figli. Ma peril momento, finché esistono oggettive difficiltà a mettere al mondo più di due figli (non le enumero qui) non è giusto né criminalizzare gli occidentali né punirli biblicamente con una immigrazione violenta.

    • Piervise scrive:

      Sono d’accordo con Giovanna Jacob, in particolare sul punto che se ci fosse una reale e concreto sostegno o sgravio fiscale alle famiglie con figli, si risolleverebbe in pochi anni il tasso di natalità.
      Le coppie italiane non fanno figli perché chi ha figli è penalizzato.

  4. Filippo81 scrive:

    Il mito della società “multiculturale” ,tanto caro ai poteri forti occidentali , è destinato al fallimento.Non esiste e non può esistere tale realtà.Tra l’altro il “multiculturalismo”, secondo le elites finanziarie dominanti ,deve valere solo per l’Occidente,nessuno appartenente a tali oligarchie si sogna di voler realizzare l’indigesto minestrone multiculturale nel Mondo arabo, nell’Africa subsahariana o nell’Estremo Oriente,sarebbe “rasista ,xenofobo,colonialista e fascista” il solo pensarlo.L’Europa invece DEVE diventare multiculturale e multietnica, non si sa bene perche (i parrucconi della finanza speculativa lo sanno invece benissimo il perche ma non hanno il coraggio di dirlo per il momento )……

  5. Filippo81 scrive:

    Caro galasi.il problema è invece il fatto che pochi in Occidente abbiano letto Oriana Fallaci,e soprattutto che pochi l’abbiano presa sul serio.Fai il “coraggioso”,ma in caso di una futura ipotetica islamizzazione dell’Europa saresti il primo cacarti sotto e ti convertiresti all’islam prima degli altri solo per salvare le chiappe.

  6. Gd scrive:

    Il ns. Sistema economico mondiale si nutre di differenze. Solo che rispetto alla visione degli economisti classici oggi nessuno pensa seriamente che esista un punto di assestamento, per molte delle cose che scrive Casadei e soprattutto perché le differenze vanno aumentando a dismisura. Come si fa a chiedere a un eritreo di restare nel suo Paese, dove non c’è nessuna speranza di nessun tipo, e non invece tentare la sorte anche rischiando la vita? Pare che nessuno possa occuparsi di questo che è un fenomeno complesso.Men che meno l’ Europa che, semplicemente, non c’e’. Mi trovo invece molto d’accordo con quanto scrive Giovanna Jacob sulla questione demografica, sul fatto che non sia da considerare egoismo il non fare figli occidentale.

    • Filippo81 scrive:

      Certo gentile Gd, però mi chiedo perche un mussulmano eritreo,pakistano o senegalese voglia con le buone o con le cattive approdare per forza in Europa?In Europa vige una cultura e vige uno stile di vita che loro detestano.In Europa ci siamo noi Europei che loro detestano,non sarebbe più logico voler emigrare verso Paesi sottopopolati come arabia saudita,qatar,oman,kuwait che sono ricchissimi e che possono offrire attualmente più sbocchi lavorativi di Italia o Grecia ?In quei Paesi troverebbero inoltre un clima socio-culturale vicino al loro modo di pensare e vivere .Naturalmente,purtroppo, il “migrante” sa che giungendo in Europa e spacciandosi per “profugo ” avrà mille agevolazioni che nei Paesi del Golfo si sognerebbe, e soprattutto ,contrariamente al Medio Oriente in Europa c’è una missione da compiere:l’islamizzazione del nostro Continente !

  7. Romeo scrive:

    Complimenti, questo articolo dovrebbe rappresentare materia di studio nelle scuole italiane (schiacciate invece dal perbenismo progressista).
    Aggiungo una riflessione: un conto è veder integrato in Italia uno svedese o un canadese (la cui vicinanza culturale e storica con l’italiano è evidente), un conto invece è voler integrare un tunisino musulmano (palesemente lontano anni luce da noi).
    Sarebbe, in quest’ultimo caso, come voler mischiare olio e acqua. Tu puoi mescolare quanto ti pare…ma rimarranno sempre divisi.
    Personalmente sono dell’idea che se l’Europa non gira a destra (Le Pen o Lega che sia), arriveranno tempi bui (e già ne abbiamo un accenno adesso).

  8. Fede scrive:

    Anche altri condividono il tenore dell’articolo:

    “La pacifica integrazione di decine di milioni di musulmani in una futura Europa multiculturale, è un’utopia non diversa da quella della globalizzazione” (Roberto De Mattei, Vice Presidente CNR, il 6/4/2011 su La Repubblica)

    “I musulmani devono essere sottoposti al principio di sospetto collettivo (…) Gli USA e i paesi europei devono prima di tutto pensare a difendersi contro la minaccia del terrorismo islamico, anche se questo significa sacrificare la democrazia, la legge e le carte sui diritti umani, dal momento che questa è una questione di vita o di morte.” (Khudayr Taher, giornalista iracheno, musulmano, che vive negli USA, su http://www.elaph.com, maggio 2010)

    “I politici si illudono di attrarre nell’orbita occidentale i Paesi musulmani esaltando la democrazia, i diritti umani. Ma si tratta, appunto, di un’illusione.” (Ida Magli, antropologa e scrittrice, il 10/09/2009 su Il Giornale)

    “Salvo poche eccezioni, finché sono musulmani essi non saranno francesi, perché attenderanno, più o meno pazientemente, il giorno in cui sottometteranno la Francia.” (Il Beato Charles de Foucauld (1858-1916), in una lettera del 29/7/1916 al suo futuro biografo René Bazin)

    ”Illudersi di integrare l’islam «italianizzandolo » è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare” (G. Sartori il 20/12/2009 sul Corriere della Sera).

    “L’occidente abbia il coraggio di difendere i propri valori !” (Tony Blair, premier britannico uscente, su Il Sole24ore del 4/5/07)

    “In Europa, la combinazione di politically correct e di multiculturalismo, unito agli interessi economici, ha creato quella che possiamo chiamare la politica dell’ ‘inchino preventivo’ all’islam” (professor Bernard Lewis, esperto di questioni mediorientali, 26/02/2007)

    “Il multiculturalismo è un errore, perché rende impossibile l’integrazione e l’assunzione di una identità nazionale, favorendo così il fondamentalismo islamico” (Samir Khalil Samir, gesuita ed esperto islamista, su Asianews.it del 27/03/2007)

    “Ascoltate bene, siamo qui per restarci ! Siete voi gli stranieri qui. Con Allah dalla mia parte, non temo niente. Lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all’islam e trovate la pace”. (Bouchra Ismaili, consigliere comunale di Rotterdam – pubblicato su L’Espresso il 19/5/2009)

  9. Filippo81 scrive:

    Gala’, non è che siamo noi che ti sfottiamo,è che come al solito sei tu che non capisci na mazza ! ah ah ah

  10. Luigi scrive:

    Insomma, prepariamoci ad una prossima sottomissione. L’unica speranza è che si realizzi in fretta in modo da poter vedere Vauro IMPALATO sulla pubblica piazza

La rassegna stampa di Tempi

Tempi Motori – a cura di Red Live

Estrema tanto nell’aspetto quanto nella meccanica, la concept coreana anticipa la prima sportiva affidata al reparto Hyundai N. Adotta un 2.0 turbo benzina da 380 cv abbinato a un cambio a doppia frizione e alla trazione integrale.

La seconda generazione della SUV tedesca cresce nelle dimensioni e adotta soluzioni hi-tech in ambito sia multimediale sia di sicurezza. Mediamente più leggera di 90 kg, può contare su motori turbo benzina e diesel con potenze da 150 a 286 cv.

La seconda generazione della berlina ibrida plug-in nipponica percorre 100 km con un litro di benzina e sino a 50 km in modalità elettrica complice la ricarica solare al tetto. Confermato il powertrain ibrido da 122 cv. La batteria si ricarica in poco più di 3 ore.

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