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In Gran Bretagna una morte su quattro è un aborto. Ma tu guardati bene dal farlo notare

giugno 8, 2015 Redazione

aborto-protesta-shutterstock_275399225Domenica 7 giugno Milo Yiannopoulos, giornalista britannico, cattolico e omosessuale, non nuovo a prese di posizione “frontali” rispetto al mainstream mediatico, simbolo della nuova informazione web (tanto da essere stato inserito per due volte da Wired Uk tra le 100 persone più influenti dell’economia digitale britannica), ha firmato per il conservatore Breitbart un duro commento sui numeri dell’aborto in Gran Bretagna. Di seguito ne riproponiamo in una nostra traduzione gli stralci a nostro avviso più interessanti.

In Gran Bretagna, nessuno dice la verità sulle cose davvero serie. Non fa parte dell’indole nazionale. Perciò i cronisti hanno dovuto fare un po’ di conti questa settimana per calcolare che, secondo le statistiche ufficiali, il 27 per cento di tutte le morti in Inghilterra e Galles sono aborti.

Mentre metabolizzate tutto ciò, ecco i conti così come sono stati riportati sabato da Breitbart:

«Secondo le cifre dell’Office for National Statistics (Ons), nel 2013 – l’anno più recente tra quelli per cui i dati sono disponibili – in Inghilterra e Galles sono stati registrati 506.790 decessi. Tuttavia questi non comprendono gli aborti.
Cifre separate, fornite sempre dall’Ons, rivelano che in Inghilterra e Galles nello stesso anno hanno avuto luogo 185.331 aborti.
Aggiungendo al totale delle morti registrate in Inghilterra e Galles il numero totale dei bambini nascituri morti a causa dell’aborto, la somma complessiva delle morti raggiunge la cifra di 692.121. Ciò significa che il 26,78 per cento delle morti è stato provocato dall’aborto.
Il dato è rimasto relativamente stabile negli ultimi anni, visto che gli aborti hanno rappresentato il 27,76 per cento delle morti nel 201o, il 28,17 per cento nel 2001 e il 27,05 nel 2012».

L’odierna opinione collettiva, che sembra essere quella secondo la quale il corpo di una donna è suo e lo gestisce lei finché la piccola peste non salta fuori, mi colpisce in quanto totalmente sociopatica e sbagliata. Quando ci sono due vite in gioco, di certo una madre ha il dovere morale di considerare il bene del suo bambino non ancora nato con la stessa attenzione che dedica al proprio.

Non sto esponendo una posizione monolitica, perché in tutta franchezza non so precisamente da che parte sto, e però, per quanto impopolare questo possa essere, istintivamente respingo l’aborto come uno dei grandi orrori della civilizzazione, e penso che non dovrebbe essere offerto eccetto che nei casi più estremi di malformazione, malattia o disabilità.

Comunque sarebbe bello poterne quanto meno parlare senza sentirsi dire che gli uomini non hanno diritto a esprimere un’opinione sul tema, o che le donne devono semplicemente essere libere di uccidere tutti i loro figli che vogliono, senza preoccupazioni o conseguenze, e che né la società né la legge dovrebbero invitarle a rifletterci a fondo.

(…) Che siano religiose o meno, moltissime persone sentono, ma temono di dirlo, che l’aborto non è mai tutto a posto, a parte forse nei casi di malformazioni estreme. (…) Non c’è bisogno di credere in un’anima immortale o in un tizio tra le nuvole per trovare che l’espressione “come osi mettere in questione il diritto della donna a decidere cosa fare del suo corpo” è non solo priva di logica ma anche profondamente immorale.

Perché gli argomenti contro l’aborto che non hanno niente a che fare con la religione sono altrettanto persuasivi. Quali malattie potrebbero essere curate da un dottore che non vivrà abbastanza a lungo per vedere la luce di Medicina ad Harvard?

Ma probabilmente l’argomento più sciocco a favore dell’aborto è quello secondo cui i bambini non dovrebbero nascere in ambienti ostili, magari da genitori che non li vogliono davvero. La risposta è ovvia per chiunque abbia anche solo una conoscenza superficiale della storia umana: i più grandi fra noi sono sempre nati in circostanze come quelle. (…) Cercate un elenco di orfani celebri su Google, otterrete i seguenti nomi: Giulio Cesare, Bach, Steve Jobs, Nelson Mandela, Aristotele, Louis Armstrong, Marilyn Monroe, John Lennon e Bill Clinton (sebbene su Clinton le valutazioni possono variare, lo ammetto).

Ma anche se i bambini dall’infanzia difficile non diventassero figure rivoluzionarie in politica, nella filosofia e nell’arte, ci vuole una bella arroganza per pensare di sapere quale tipo di vita sia “degna di essere vissuta”. Non credete? (…)

Foto protesta anti-aborto da Shutterstock


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2 Commenti

  1. Jens scrive:

    So che questo commento è freddo, cinico e assolutamente politicamente scorretto, ma proprio per questo non bannatemelo: è come pensa la gente comune.
    La gente comune (tra cui un po’ anch’io) crede queste cose. Se uno vuole scopare perché non può farlo in santa pace? Se poi lei rimane incinta, spiace dirlo, ma mantenere un figlio costa e in una società dove lavoro ce n’è poco e soldi ancora meno, chi si prende la briga di farlo?
    Un bambino malformato è un costo ancora maggiore: per quale motivo bisogna mantenerlo? Stesso discorso di prima: se mancano soldi e volontà, a che pro?
    Sinceramente, di fronte ad argomentazioni di questo tipo, non ho niente da ribattere. Lì c’è solo da fare un incontro che ti cambia la vita, se no questa visione non la cambi.

    • Mirella scrive:

      Mi associo alla freddezza, al cinismo ed al politically no-correct ed integro il suo commento con una considerazione: non c’è neppure bisogno dei problemi economici e di lavoro, tantomeno di malformazioni del figlio, per pensare all’aborto.
      E’ sufficiente non volere il bambino, unica condizione necessaria e sufficiente.
      Che l’aborto sia di fatto un omicidio – biologicamente e tecnicamente lo è, chi lo nega? – non implica in automatico che non lo si possa considerare una forma lecita di omicidio, al pari della pena di morte.
      Tutte le obiezioni al riguardo, siano esse di matrice cattolica o laica, hanno unicamente un impianto morale… e di morale si ha tranquillamente la facoltà di essere privi (o di prendere atto dell’immoralità “come dato di fatto” ed ugualmente non farsi alcuna specie di scrupolo).

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