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Il diavolo teme più il palloncino del pagliaccio che la spada del guerriero. Ecco perché alla satira preferisco l’ironia

gennaio 29, 2015 Annalisa Teggi

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«Guarda mamma, un pagliaccio mi ha regalato una spada!». Così ha detto mio figlio, brandendo felice l’arma-palloncino che un clown gli aveva modellato al supermercato. Le rotelle del mio cervello ci hanno letto un chiaro messaggio simbolico: àrmati di ironia!

Abbiamo visto che si viene uccisi a causa di vignette satiriche (pesanti e brutte, a onor del vero); ma dovremmo ricordarci che c’è chi è morto martire senza perdere il senso dell’ironia. Una preghiera di san Tommaso Moro comincia così: «Signore, dammi una buona digestione e anche qualcosa da digerire. Donami la salute del corpo col buonumore necessario a mantenerla». L’ironia non è la satira; l’ironia è una lode infinita di ciò che c’è, la satira è una sferzata necessaria contro il fastidio infinito dei potenti. Strumenti diversi, che danno frutti diversi. Per curare un prato bisogna seminare, ma anche usare il diserbante. L’ironia semina, la satira diserba. Ecco perché preferisco l’ironia; è proprio come il seme nel campo: sprofonda per poi germogliare. È umile e dà frutto.

Quante volte applaudiamo di cuore il comico che fa battute sui battibecchi tra moglie e marito, raccontando storielle su lei che si lamenta «Ma tu non mi capisci!» e lui che annuisce in silenzio, e intanto pensa a quali attaccanti schiererà il ct della nazionale. L’ironia è innanzitutto riflessiva: capovolge e mette in discussione se stessi. Sono convinta che siano i carabinieri quelli che si gustano davvero le barzellette sui carabinieri. L’umorismo, diceva Pirandello, è il sentimento del contrario. Oggi, se uno vuole sapere il contrario dei fatti reali, legge i quotidiani blasonati. Ma non c’è niente da ridere su questo, ahimè. Il sentimento del contrario è un’altra cosa, e Pirandello lo racconta così: «È la contraddizione fondamentale, il disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono fra la vita reale e l’ideale umano».

charlie-hebdo_maomettoC’è una discordanza profonda in ogni nostro gesto, tra l’ambizione e la realizzazione, tra la buona volontà e il cattivo umore. L’uomo orgoglioso traduce tutto ciò in astio e ciglia aggrottate; e il più delle volte resta a braccia conserte. L’uomo umile lo traduce in una risata; e il più delle volte si rimbocca le maniche. L’ironia scalza l’egocentrismo e dà una spinta buona. Tommaso Moro proseguiva la sua preghiera dicendo: «Donami un’anima che non conosca la noia, i brontolii, i sospiri e i lamenti; e non permettere che io mi affligga eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama “io”. Signore, dammi il senso del ridicolo e concedimi la grazia di comprendere gli scherzi, affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne partecipi anche gli altri».

La preghiera laica di oggi è diventata «io sono Charlie», tante matite alzate, che sembrano altrettante mani alzate in gesto di resa. Se proprio devo mettermi in processione, preferisco seguire i santi indaffarati come don Bosco che diceva: «Noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri» perché «ricordatevi che il diavolo ha paura della gente allegra». Il diavolo gode nello scontrarsi col guerriero che sta altero sul piedistallo, ma teme il pagliaccio che lo sfida con una spada-palloncino. La menzogna, infatti, si sgretola in un battibaleno, se messa a testa in giù dalle acrobazie umili di un clown.

Foto clown da Shutterstock

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6 Commenti

  1. ftax scrive:

    Grande Annalisa… San Thomas More prega per noi!

  2. Raider scrive:

    Sì, il pezzo è bello, signora Teggi e Thomas More mi è caro da prima che fosse proclamato Santo. Il Santo protettore dei politici: che, in prigione, nelle lettere scritte al nipote, ebbe modo, a più riprese, di portare a paragone la sua condizione a quella dei cristiani tenuta in cattività dai Saraceni. E non era per celiarci su: i Turchi erano il peggio del peggio, per San Tommaso Moro. Credo che non sbagliasse, specie se considero come la nostra condizione di euro-sudditi cominci somigliare a quella che il Santo compiangeva pur a paragone della sua condizione di prigioniero di un tiranno della stazza, non solo fisica, di Enrico VIII, responsabile di uno scisma dalle conseguenze di enorme portata e gravità.
    Stamattina, mentro ero in automobile, ero sintonizzato su Radio3. Intervistavano il direttore pro-tempore dio Charlie Hebdo, Gerard Biard, che parla un ottimo italiano. Non sto a dirle, signora Teggi, le cose che diceva: basterà riferire che né lui né l’intervistatrice osavano pronunciare il nome di “islamici, islamico, islamica”, a proposito di “terroristi, strage, intolleranza.” Le dirò solo che, alla fine, Biard, dopo aver osservato che in Italia c’è il Vaticano, invitava gli italiani, appunto per la presenza della Chiesa, a vigilare perché “la religione non interviene mai nella vita sociale per difendere la libertà.”
    A ruota, un’intervista alla vice-Presidente del Parlamento europeo, l’austriaca, famigerata Jelinek, a margine di un convegno sulla libertà di stampa, che invitava a difendere la libertà di stampa e quelle delle ong, che trovano resistenza alla loro azione per la libertà in Paesi come, elencava la Jelinek, “Slovacchia, Ungheria, Croazia”: tutti Paesi che si oppongono alle direttive genderiste che questa lesbica, con la complicità di esperti nominati dalla Commissione UE, vorrebbe imporre ai minori fra i quattro e i sedici anni.
    Credo che lei, signora Teggi, possa trarre da sé conclusioni per cui non dovrò esporle le mie.
    Una sola cosa devo aggiungere, dopo aver letto il suo pezzo: che quella che viviamo ogni giorno, anche dopo la strage di Charlie Hebdo, non è aria per stare a distinguere ironia da satira: una differnza piuttosto risaputa. Ribadirla adesso, sembra, come è il caso di moltissimi altri, un prendere le distanze da morti un po’ imbarazzanti: più di quanto abbia imbarazzato tanti e tanti, anche su “Tempi.it”, paragonare Cristo che caccia i mercanti dal tempio alla reazione un po’ nervosa, ma che, tutto sommato, “ci stava”, di chi ci minaccia, ci ricatta, limita la nostra libertà di parola e di opinione senza aspettare le provocazioni di chi, come Chalie Hebdo, non fece che ripubblicare le vignette apparse sullo Jyllads-Posten per cui i giornalisti di quella rivista erano stati minacciati di morte.
    Si, l’ironia è una cosa, la satira un’altra. Ma il coraggio rimane coraggio, anche quando si tratta di accollarsi la satira che non ci piace per difendere la libertà che è di tutti e che non piace a chi ammazza.

    • Raider scrive:

      Spero che vorrà rispondermi, signora Teggi, che lei mi aiuti a capire:
      – a Charlie Hebdo se la prendono con la Chiesa;
      – i cattolici se la prendono con l’anticlericalismo di Charlie Hebdo;
      – e i musulmani passano per “doppiamente vittime”?

      • Annalisa Teggi scrive:

        Carissimo Raider,
        credo che io e lei siamo d’accordo su quel che è successo a Parigi: il fondamentalismo islamico ha attaccato l’Europa, che si regge su un’idea di libertà che l’Islam non ha.

        Per questo per me è proprio aria di tirare fuori la distinzione tra ironia e satira. Che sia una distinzione scontata è da vedere.

        Ho preso spunto dal caso di Charlie Hebdo, per certi effetti terra terra che osservo attorno a me. Questo tragico evento ci ha ricordato cos’è la libertà da cui siamo nutriti. Verissimo. A questo punto del ragionamento, il mio sguardo lascia Charlie Hebdo e si sposta sulla gente. Mi chiedo: non sarà che in questo polverone di libertà di espressione quel che perdiamo per strada è che la vera libertà di dire sottende una proposta costruttiva (e non solo eversiva)?

        Io sarò semplice e banale, ma vedo attorno a me persone, giovani soprattutto, che hanno sovrapposto libertà e parola. Parola è libertà, libertà è parola. Insomma, c”è chi ora pensa che si debba essere orgogliosi della nostra libertà solo perché ci permette di stare a bocca aperta e parlante.
        Cioè vedo insinuarsi questo atteggiamento: una volta che ho detto la mia a voce alta, sono libero. Punto e basta. Bocca aperta, ma mani in tasca.

        Il sole sorge ogni giorno, è risaputo … ma non è scontato. Per questo io insisto a ribadire la distinzione tra satira e ironia. Perché, mentre la satira può vivere solo di parole che pungono e sovvertono, l’ironia inevitabilmente s’incarna nell’esperienza.

        Non ho nulla contro la satira, anche estrema di Charlie Hebdo. Ci sia pure. Io fui tra quelli che non contestarono la presenza blasfema di un’opera d’arte in cui una anziana obesa calpestava un’icona. In quel caso usai l’ironia e ricevetti molte critiche, perché secondo alcuni una cosa del genere andava censurata, punto e basta.

        Io credo nella dirompente umiltà costruttiva dell’ironia. Giudico ironici i miracoli, ad esempio: eventi concreti e simbolici in grado di capovolgere lo status quo delle cose. Morti che resuscitano, malati che guariscono, una manciata di pani moltiplicati in migliaia. Ironica al massimo grado fu l’umiliazione di San Pietro che si fece crocifiggere a testa in giù. Sentimento del contrario: rispetto al grande ideale per cui andò a morire, si sentiva piccolo. I gesti ironici sono piantati per terra ed edificano, perché non sono mai solo parole astratte.

        Tutto ciò la satira non ce l’ha, ma questo non vuol dire che sia inutile. Ho espresso una mia preferenza, perché faccio un mestiere pericoloso, in cui so bene che le parole possono sussistere senza la realtà. Ce la si può raccontare; si può vendere fuffa.
        Ecco l’ironia è un antidoto, perché è impossibile che esista senza che ci sia una solida presa sulla realtà. E noi, nel contesto storico che viviamo, non abbiamo solo bisogno di una libertà legata al poter dire tutto, ma ancor di più di una libertà di dire che sgorga dall’opera delle nostre mani. Per questo ho citato i Santi.

        Proprio alla luce del confronto chiaro e netto che dovremo avere con la civiltà islamica, io penso che una grande differenza la farà chi ha un ideale incarnato a cui guardare.

        La saluto e le auguro buona domenica,
        Annalisa

        • Raider scrive:

          La ringrazio per la risposta, signora Teggi. Lei ribadisce le sue distinzioni; io, le mie perplessità. Che non sono legate alla Sua risposta, beninteso, ma, come si dice, al “contesto.”
          La cortesia che Lei ha usato nei miei confronti, in ogni caso, è quello che non potevo non aspettarmi da Lei e che apprezzo più di tutto quello che viene prima e di quel che segue.
          Grazie e buona domencia anche a Lei.

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