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Dossier – Salvata dal degrado, Villa Argentina a Viareggio è pronta per un nuovo inizio

gennaio 15, 2015 Mariapia Bruno

Foto storicaE’ sempre una bella notizia la riapertura di una sede storica. In questo caso, a vedere una nuova luce dopo 30 anni di abbandono e degrado, è la Villa Argentina a Viareggio, splendido esempio di Liberty italiano. Il restauro è stato condotto dalla Provincia di Lucca, proprietaria dell’immobile, che ha reso la dimora un centro di documentazione e studi sul Liberty e sede di eventi culturali e mostre, come quella attualmente dedicata alla Grande Guerra. Ma passiamo alla storia della Villa. E’ il 1926 quando Francesca Racca Oytana presenta un progetto di ampliamento di una preesistente Villa, che viene citata per la prima volta in questa occasione col nome di “Villa Argentina”, in onore della terra di provenienza della proprietaria.  E’ di questo periodo l’intervento sulla facciata di Galileo Chini, celebre artista e maestro delle maioliche che inserirà una copertura in ceramica. Un successivo ampliamento avvenne nel 1939 quando la baronessa Arborio di Sant’Elia, figlia della Oytana, completerà la costruzione della torretta, progettata da Alessandro Lippi, rinunciando però ad abbellimenti in ceramica, anche a causa delle direttive del Fascismo, che imponeva di costruire seguendo i dettami del razionalismo.

Pannellatura ChiniAllo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Villa Argentina si presenta col suo aspetto attuale. Sopravvissuta alla guerra, viene utilizzata dai proprietari fino agli anni Cinquanta, quando diventa una pensione. Negli anni Ottanta, dopo la chiusura della struttura alberghiera, la Villa viene abbandonata. Fortunatamente l’ipotesi della sua trasformazione in appartamenti è stata scartata ed oggi possiamo ammirarne il valore visitandone gli eleganti interni: la grande sala da ballo del piano terra, con il soffitto e le pareti interamente decorate con stucchi dorati in mecca d’argento, il lucente pavimento in marmo nero del Belgio, il monumentale trittico dipinto su tela da Giuseppe Biasi (Sassari 1885 – Andorno Micca 1945) e incastonato fra gli stucchi nella parete di fondo del salone che raffigura un matrimonio persiano, il “Ritratto di famiglia”, due pannelli con suonatrici e altre tre tele raffiguranti paesaggi esotici. Il razionalismo fascista è visibile nella struttura della sala da pranzo, collegata alle cucine, in cui sono stati recuperati i lavabi originali, da corridoi segreti, che all’epoca rendevano la servitù invisibile agli ospiti. A chiudere il cerchio è il grazioso giardino di impronta esotica organizzato in aiuole fiorite con cespugli tipici dei giardini di inizio secolo. Al centro delle aiuole si ammirano ancora rare piante di origine sudamericana tra cui l’Erythrina crista-galli, detta anche albero dei coralli, il cui fiore è il simbolo dell’Argentina.

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