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Capire la propria vocazione: i segni di Cristo nel cammino quotidiano

marzo 17, 2013 Aldo Trento

Aldo TrentoCaro padre Aldo, mi chiamo Caterina, ho 18 anni, vengo da una bella città del centro e frequento il quinto anno del Liceo Scientifico (brutto affare). A scuola abbiamo parlato di vocazione: essere chiamati a ricambiare l’amore gratuito di Dio che ci ha messi al mondo, che ci ha dato la vita. Ricambiamo questa gratuità realizzando la nostra vita ognuno a proprio modo: tu facendo il prete, chi sposandosi, chi facendo il professore, l’architetto, il cuoco, l’ingegnere. E io? lo come faccio a sapere cosa devo fare? Sono certa che ognuno di noi sia chiamato. Ma se sbaglio chiamata? Cioè, se finisco a fare qualcosa che non mi piace? Se divento qualcosa che non voglio essere? Come la mettiamo? Pensa la fatica di fare per tutta la vita qualcosa che non ti piace, che non ti rende felice. E se la chiamata che è stata scelta per me è troppo grande? Se non riesco e fallisco?

Io voglio fare il dottore, lavorare al servizio degli uomini in difficoltà. E quando la medicina non serve più, la missione del dottore non è finita: lui è forse l’ultimo viso che il malato vede, da lui escono le ultime parole che il paziente sente, prima che l’anima venga dolcemente trasportata nel mondo di Dio. Il dottore alla fine prepara, accomoda e acconcia il suo paziente, quell’essere umano che gli è stato affidato, lo rende pronto a entrare in un nuovo mondo: ma non è stupendo? Ma io posso farlo? Sono in grado? La mia vocazione la sento, non sento di poter essere in grado di fare altro. Questa è la mia chiamata, ma se questa chiamata invece non è per me? Il cammino è ancora lungo e ripido: un mese di scuola pieno di prove da superare, una tesina da preparare entro un mese, un esame di maturità da affrontare, la scelta dell’università, il test d’ingresso… E se qualcosa va storto? Se questo sogno è irrealizzabile? La verità è proprio questa, un senso di inferiorità e di sconfitta mi pervade da circa un mese, proprio io che mi sono sempre sentita un leone in questo mondo malvagio che cerca sempre di buttarti a terra. Tante piccole sconfitte giornaliere stanno affievolendo il mio desiderio di credere in un grande e importante sogno, e ho paura che questi miei piccoli fallimenti accumulati uno sopra l’altro prendano il sopravvento e vincano. Io voglio essere un leone, voglio che il mio desiderio vinca, ma non riesco, piango, ho paura. Provo a reagire ogni giorno, ogni mattina ricomincio da capo e cerco di fare meglio del giorno prima, ma alla sera torno sempre sconfitta.
Caterina

Grazie per la tua provocazione Caterina, perché mi obbliga a prendere sul serio la mia vocazione, vale a dire la mia relazione personale con Cristo. Le tue domande non si risolvono in una risposta, o con una ricetta, ma solo attraverso un’esperienza che ti indica il cammino e ti sostiene nella fatica che questo implica. Antonio Machado in una poesia scriveva: «Viandante non c’è cammino, la via si fa con l’andare». Ti auguro quindi di proseguire con questa drammaticità, vivendo con lealtà estrema gli impulsi del tuo cuore e le circostanze con cui il Mistero si fa visibile. Una ragazza mi ha mandato una lettera, in contemporanea alla tua, e mi sembra possa aiutarti a guardarti in ogni istante con lo sguardo con cui, dall’eternità, ti vede il Mistero. Il Mistero che si è fatto carne in Cristo, perché tu possa chiamarlo per nome, perché tu possa dirgli: “Tu”.
paldo.trento@gmail.com

Carissimo padre Aldo, che gioia avere questo momento per scriverti! Mi trovo a Lima, sono qui da cinque mesi e mezzo. Partita quattro giorni dopo la mia laurea a febbraio, ho vinto il concorso per il servizio civile internazionale e così mi fermerò qui fino a fine gennaio. Sto lavorando all’Universidad Católica Sedes Sapientiae, quella nata con Andrea Aziani e gli altri cui don Luigi Giussani aveva proposto di andare in Perù. Non avrei mai pensato di fare quello che faccio: insegnare Antropologia religiosa ai ragazzi del primo anno. Ma soprattutto, insegnare. La ragione per cui sono partita è stata l’esigenza di seguire un segno chiaro ed evidente che negli ultimi due anni si era fatto sempre più stringente: il non poter decidere io quale fosse il mio posto, il mio lavoro in base a un gusto o a una propensione, perché l’unica cosa che desideravo e che oggi mi preme ancora di più è di assecondare questo bisogno di servire che non mi sono data io e che non è un buon proposito, ma un cuore che arde per la gloria di Cristo, un cuore, il mio, che Lui ha afferrato e continua a trasformare in un possesso sempre più Suo. E la Sua gloria, il poterlo riconoscere e amare in ciò che mi mostra e mi chiede coincide con un’esaltazione totale del mio essere.

Non mi sento affermata quando affermo qualcosa di me: un’idea, un desiderio, una capacità, un progetto; mi sento affermare quando affermo la Sua vita nella mia, quando lascio che si prenda tutto per donarmi ancora di più. Quando sono arrivata qui non sapevo cosa mi sarebbe stato chiesto, e mi hanno proposto di appoggiare due professori nei loro corsi universitari. Non era ciò che avevo in mente io, e le prime due settimane mi sono sentita frastornata, eppure salda. Non capivo ma mi sono accorta che il mio bisogno non era quello di cercare di capire da sola, cioè di tendere con un mio sforzo alla scoperta del perché, del senso del mio essere qui. Avevo piuttosto bisogno di lasciarmi vincere ancora, perché tutte le cose più grandi e rivoluzionarie della mia vita, tutte quelle scoperte che mi hanno fatto coincidere sempre di più con me stessa, con il mio vero essere, non le ho raggiunte io, me le ha date Cristo, me le ha rivelate Lui.

E allora tutto il tempo a seguire si è tramutato in una grande attesa, limpida, priva di ansia. Mi sono ritrovata ad avere gli occhi spalancati e le mani ben immerse in ciò che mi veniva di giorno in giorno proposto: perché il punto è che nel desiderio di scoprire quale sia la mia strada non c’è nient’altro che l’urgenza totale di essere dove Lui è. Non lo posso più seguire – ed è già una cosa grande – solo perché la Sua volontà coincide con il mio bene, con la mia realizzazione piena. Ho bisogno di seguirlo perché desidero Lui. Me ne sono accorta una mattina, quando, dopo un paio di mesi che ero qui, mi è stato chiesto di tenere la prima lezione da sola: la difficoltà con la nuova lingua, la mancanza di tempo per prepararmi a dovere, un malessere fisico, tutto era obiezione, perché io la mia prima lezione non me la immaginavo in quelle condizioni. Ma quel giorno, appena sveglia, ho pensato: io non sono qui per fare bella figura, io sono qui per Te; l’unica ragione sei Tu. Ed è perché ho bisogno di Te che è necessario dire sì alla circostanza con cui decidi di venirmi incontro fin dalle prime ore della giornata.

Ultimamente, proprio nell’accorgermi che insegnare non è trasmettere semplicemente una conoscenza, ma essere l’umile strumento attraverso cui un ragazzo può scoprire un brano di verità, e prendere più coscienza di sé di fronte alla realtà – cioè proprio nella scoperta di una corrispondenza con quell’esigenza di servizio che Gesù mi ha messo nel cuore –, sono stata spinta a prendere sul serio un bando di concorso per l’isegnamento. Mi sono rimessa a studiare mentre lavoravo, e ho preso un po’ di ferie per tornare in Italia e prepararmi più intensamente. Mentre volavo da Lima a Madrid, mi sono sentita cogliere da una vertigine. D’improvviso mi sono accorta che non stavo tornando per andare a trovare famiglia e amici, né semplicemente per inseguire un obiettivo. Stavo tornando solo ed esclusivamente per assecondare ancora una volta un suggerimento che il Mistero mi stava discretamente offrendo. Ho tremato, perché scoprirmi così totalmente in balia di Cristo è un punto di non ritorno, è sapere che non c’è più luogo o circostanza che possa costituire un limite. È per questo che scoprendo il risultato del test (non sono passata per mezzo punto), non mi sono sentita affatto turbata. Scegliendo di tentare il test non ho inventato niente di mio, mi è stato dato tutto, perciò sono ancora più curiosa di scoprire dove vuole condurmi attraverso questo episodio, perché una cosa è certa: quello che c’è in serbo per me non coincide con il risultato del test. Non so nulla, non ho idea di che cosa significhi questo passaggio che sto affrontando, ma è entusiasmante aprirsi alla possibilità, perché non si tratta di un’incognita, si tratta di stare trepidante sulla soglia della porta ad aspettare con le braccia spalancate l’amore della vita che ti viene incontro.
Marta

37/2012

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