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Benedetto XVI: «Perché io possa credere ho bisogno di testimoni che hanno incontrato Dio»

marzo 16, 2016 Redazione

Pubblicata un’intervista inedita al Papa emerito. Occorre «far risaltare che la Chiesa diventa comunità nella comunione del corpo di Cristo»

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Oggi Avvenire pubblica un’intervista inedita al papa emerito Benedetto XVI. Si tratta di un testo curato dal gesuita belga Jacques Servais, discepolo di Hans Urs Von Balthasar, che fu presentato durante un convegno tenutosi a Roma nell’ottobre 2015. Ora quell’intervista, rilasciata in lingua tedesca, è stata tradotta in italiano e rivista da Ratzinger. I passi pubblicati oggi dal quotidiano sono tutti interessanti e ruotano attorno tre tematiche: la fede, la misericordia, la salvezza dei non cristiani. Qui di seguito riportiamo la prima risposta di Benedetto XVI.

Santità, la questione posta quest’anno nel quadro delle giornate di studio (8-10 ottobre 2015) promosse dalla Rettoria del Gesù a Roma è quella della giustificazione per la fede. L’ultimo volume della Sua Opera omnia (GS IV) mette in evidenza la Sua affermazione risoluta: «La fede cristiana non è un’idea, ma una vita». Commentando la celebre affermazione paolina (Rm 3,28), Lei ha parlato, a questo proposito, di una duplice trascendenza: «La fede è un dono ai credenti comunicato attraverso la Comunità, la quale da parte sua è frutto del dono di Dio» («Glaube ist Gabe durch die Gemeinschaft, die sich selbst gegeben wird», GS TV; 512). Potrebbe spiegare che cosa ha inteso con quell’affermazione, tenendo conto naturalmente del fatto che l’obiettivo di queste giornate è chiarire la teologia pastorale e vivificare l’esperienza spirituale dei fedeli?
«Si tratta della questione: cosa sia la fede e come si arrivi a credere. Per un verso la fede è un contatto profondamente personale con Dio, che mi tocca nel mio tessuto più intimo e mi mette di fronte al Dio vivente in assoluta immediatezza in modo cioè che io possa parlargli, amarlo ed entrare in comunione con lui. Ma al tempo stesso questa realtà massimamente personale ha inseparabilmente a che fare con la comunità: fa parte dell’essenza della fede il fatto di introdurmi nel noi dei figli di Dio, nella comunità peregrinante dei fratelli e delle sorelle. La fede deriva dall’ascolto (fides ex auditu), ci insegna san Paolo. L’ascolto a sua volta implica sempre un partner. La fede non è un prodotto della riflessione e neppure un cercare di penetrare nelle profondità del mio essere. Entrambe le cose possono essere presenti, ma esse restano insufficienti senza l’ascolto mediante il quale Dio dal di fuori, a partire da una storia da Lui stesso creata, mi interpella. Perché io possa credere ho bisogno di testimoni che hanno incontrato Dio e me lo rendono accessibile. La Chiesa non si è fatta da sé, essa è stata creata da Dio e viene continuamente formata da Lui. Ciò trova la sua espressione nei sacramenti, innanzitutto in quello del battesimo: io entro nella Chiesa non già con un atto burocratico, ma mediante il sacramento. E ciò equivale a dire che io vengo accolto in una comunità che non si è originata da sé e che si proietta al di là di se stessa.
La pastorale che intende formare l’esperienza spirituale dei fedeli deve procedere da questi dati fondamentali. È necessario che essa abbandoni l’idea di una Chiesa che produce se stessa e far risaltare che la Chiesa diventa comunità nella comunione del corpo di Cristo. Essa deve introdurre all’incontro con Gesù Cristo e portare alla Sua presenza nel sacramento».

Foto da Shutterstock


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5 Commenti

  1. Rolli Susanna scrive:

    Ah!, sante parole sempreverdi, quale profondità d’animo!!, avercelo in casa!, invece è là……Meglio così; se venisse da me la sua forte Fede sarebbe messa a dura prova!! :)

    “La pastorale che intende formare l’esperienza spirituale dei fedeli deve procedere da questi dati fondamentali.È necessario che essa abbandoni l’idea di una Chiesa che produce se stessa e far risaltare che la Chiesa diventa comunità nella comunione del corpo di Cristo. Essa deve introdurre all’incontro con Gesù Cristo e portare alla Sua presenza nel sacramento.” : stamparlo e porlo in alto, a caratteri cubitali, perchè non entra in tutti i cervelli, questa semplice acutezza. La Chiesa, se è vera Chiesa, sa PREGARE -col cuore- affinchè Dio, con la Sua Grazia, avvicini al S. Cuore di Gesù le anime, nulla più: poi, il Tabernacolo poste nelle Chiese, grazie a queste preci, dovrebbe strabordare (perchè me lo segna errore?) di Ostie Consacrate, per nutrire le anime che si impegneranno in un cammino di santificazione, fatto di preci e altro, grazie al quale altre anime si avvicineranno al Sacro Cuore di Gesù -e quello Immacolato di Maria. Quindi, in breve, perchè la Chiesa -soprattutto quella odierna occidentale- torni a brillare non di luce propria ma di luce divina -per così dire, intendendo la Luce dello Spirito- occorre fare nient’altro che pregare maggiormente -col cuore, affinchè il “Signore mandi santi sacerdoti e ferventi religiosi alla sua Chiesa” – si recita nel S. Rosario. Poi, la preghiera, se è vera preghiera, porterà frutti abbondanti, sia spirituali (salvezza delle anime -v. S. Paolo) che materiali.
    Se sbaglio, mi “corrigerete”!!

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