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Banche venete. «Per salvarle verranno spesi fino a 17 miliardi. Governo doveva agire prima»

giugno 27, 2017 Francesca Parodi

L’analisi a tempi.it dell’esperta Carlotta Scozzari: «Tutte le volte che in Italia si deve risolvere una crisi, si aggirano le regole del bail-in. È la morte dell’Unione bancaria»

Domenica il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto di salvataggio delle due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, dichiarate insolventi dalle autorità europee dopo una grave crisi bancaria dovuta alla cattiva gestione. La soluzione è stata quella di vendere la “good bank” (cioè la parte sana di questi istituti) a Intesa San Paolo al prezzo simbolico di un euro. Della “bad bank” (i crediti deteriorati che hanno affondato le due banche) se ne farà invece carico lo Stato, che verserà subito 5,2 miliardi di euro. «In Italia il mercato delle sofferenze in pancia alle banche è un mercato dove il prezzo lo fa il compratore, in questo caso Intesa, che ha un potere contrattuale enorme» spiega a tempi.it Carlotta Scozzari, giornalista economico-finanziaria di Business Insider Italia. «Spesso i fondi americani che comprano i crediti deteriorati chiedono un prezzo molto basso, sotto ai 20 centesimi per ogni euro di sofferenza. Di conseguenza, nel momento in cui una banca italiana vende a un prezzo così basso le sue sofferenze deve poi cercare dei soldi per sostenere le forti perdite irrobustendo il proprio patrimonio». È proprio il caso delle banche venete, che per cedere a Intesa la “good bank” ha immediato bisogno di un’iniezione di capitale. In questo caso verrano usati i soldi dei contribuenti.

Oltre alla somma versata subito, dovranno essere utilizzati altri 12 miliardi per un totale di circa 17 miliardi di fondi pubblici, anche se per il momento molti di questi sono rappresentati da garanzie di vario genere e non è detto che vengano spesi. L’esito dell’operazione dipenderà dal prezzo al quale lo Stato riuscirà a vendere i crediti deteriorati e dalla gestione da parte di Intesa delle due banche venete. «Lo Stato immagina che un domani, in caso di ripresa del mercato delle sofferenze, potrà guadagnarci qualcosa. Ma intendiamoci, i tempi sono lunghissimi, ci vorranno, 10-15-20 anni, come è successo per le sofferenze del Banco di Napoli: negli anni Novanta fu creata la “bad bank” di quell’istituto e poi quei crediti vennero recuperati, ma dopo anni. Le banche venete invece avevano urgenza di risolvere il problema subito».

L’alternativa a questa soluzione sarebbe stato il bail-in, previsto dalla direttiva europea Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) che ha introdotto delle regole per gestire le crisi di banche e imprese di investimento. Lo strumento del bail-in consiste nella risoluzione della crisi attraverso i soldi dei suoi azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100 mila euro, evitando così l’uso di denaro pubblico. «Questo invece è una sorta di bail-out mascherato» dice Scozzari, cioè l’intervento economico di un attore esterno, in questo caso come in molti altri, lo Stato. Con le due banche venete, spiega l’esperta, si è escluso il bail-in per evitare di penalizzare, riducendone il valore, le obbligazioni non subordinate, che sono nei portafogli di tantissimi piccoli risparmiatori. «Ci hanno sempre insegnato che un’obbligazione è relativamente sicura. Ridurre il valore delle obbligazioni non subordinate avrebbe innescato una forte crisi di fiducia verso le banche italiane, con ricadute su ogni singolo istituto».

Se lo Stato ha rinunciato al bail-in per tutelare i risparmiatori, Ferdinando Giugliano di Bloomberg scrive che la soluzione approvata per la crisi delle banche venete segna «la morte dell’unione bancaria europea», in quanto l’Italia si è nuovamente sottratta alle norme comunitarie in materia. «In effetti, tutte le volte che in Italia si doveva risolvere una crisi, è stato trovato un modo per aggirare le regole del bail-in» commenta Scozzari. «Con Montepaschi di Siena si è optato per la ricapitalizzazione precauzionale, una modalità eccezionale nello schema del bail-in, che consente l’impiego di denaro pubblico. Con le banche venete invece si è completamente usciti da questo schema preferendo la liquidazione coatta in base alla legge italiana».

La Bce ha infatti valutato che Popolare di Vicenza e Veneto Banca, in caso di fallimento, non avrebbero prodotto conseguenze significative sull’intero sistema bancario (non sono perciò banche «sistemiche»), perciò ha approvato la soluzione italiana che evita il bail-in. «Continuiamo a uscire dalle regole europee. Allora poniamoci il problema del bail-in e dell’unione bancaria». Secondo Scozzari, il problema è la mancanza di coraggio del governo: «Si sarebbe potuto agire prima e trovare una soluzione meno dispendiosa, 17 miliardi sono una cifra elevatissima. Invece si è aspettato così tanto perché l’Europa ha posto dei paletti forti e il governo italiano con il ministro dell’Economia Padoan non se l’è sentita di far sentire la propria voce».

Foto Ansa

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