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I Redskins in trincea contro la campagna politicamente corretta che vuole cambiargli il nome

agosto 10, 2013 Emmanuele Michela

I “pellerossa” di Washington di nuovo alle prese con una vecchia polemica: «Quel termine è razzista». Ma la storia della squadra dimostra che non è così

L’ultima voce ad essersi alzata è quella di Slate. In un commento pubblicato ieri, il direttore della testata on line David Plotz spiegava che quello sarebbe stato l’ultimo articolo scritto da lui con il nome dei Washington Redskins ancora completo. A dare fastidio, nella denominazione della squadra di football americano, è proprio quel termine, “redskins”, pellerossa. un termine che per tanta carta stampata americana rappresenta un «racist slur», un’offesa a sfondo razziale, inaccettabile al giorno d’oggi negli Stati Uniti.

ONORE AI SIOUX. La polemica non si è innescata ieri, ma è piuttosto vecchia, e negli ultimi due decenni è  tornata fuori con frequenza. Ciò che è chiaro è che la dirigenza della franchigia non vuole affatto privarsi di quel nome: dietro c’è una storia decennale, iniziata nel 1933 a Boston, città da cui poi la squadra sarebbe migrata a Washington quattro anni dopo. All’epoca si chiamavano “Braves”, i coraggiosi, ma il proprietario George Preston Marshall propose di passare appunto al termine “Redskins” per rifarsi al coraggio e allo spirito fiero dei nativi americani. L’intento, ovviamente, non era insultare quelle popolazioni, bensì esaltarne le virtù guerriere. Quel nome, poi, rappresentava anche un omaggio a William Dietz, che di lì a poco sarebbe diventato head coach della squadra: ex giocatore, Dietz rivendicava orgogliosamente le sue origini Sioux (anche se secondo qualcuno era un bianco che si fingeva indiano). «Non cambieremo mai il nome. È semplice, MAI, usi pure le maiuscole», diceva non più di tre mesi fa Daniel Snyder, proprietario della squadra, a Usa Today. «Credo che i tifosi dei Redskins capiscano la grande tradizione, a cosa si riferisce e cosa significa».

UNA CAUSA NEL 1992. Spiegazioni che non vanno giù ai giornali: tanti si sono schierati nella battaglia perché quel nome venisse cambiato. Una campagna che negli anni si è fatta sempre più intensa. Le prime proteste risalgono agli anni Settanta, e nel 1992 il dibattito si è addirittura spostato davanti a un giudice, per via della causa intentata contro la squadra da Suzan Harjo, avvocata dei diritti dei nativi. La Harjo chiedeva al Ttab, l’ente pubblico americano dei marchi registrati, la cancellazione di quel termine considerato scandaloso e immorale. Il Ttab però diede ragione alla squadra, e proprio in quell’anno il Washington Post propose un sondaggio ai suoi lettori, che si espressero in larga maggioranza (89 per cento) perché il nome rimanesse quello. Dieci anni più tardi invece una ricerca della National Annenberg Survey, centro sondaggi dell’Università del Pennsylvania, interrogò i nativi di 48 stati americani per scoprire che addirittura il 90 per cento di loro non vedeva alcun problema in quel nome.

LA NFL RESISTE. Ciononostante la polemica ciclicamente torna fuori. Una nuova causa è in corso al Ttab con il sostegno questa volta di diversi nativi americani, mentre lo scorso marzo dieci membri del Congresso hanno scritto a Roger Goodell, commissario della Nfl, perché anche intervenga nella polemica. Il mondo del football però sembra essere deciso: la storia dei Redskins non si tocca. «I Washington Redskins hanno un nome che per la sua origine rappresenta un significato positivo, distinto da ogni altra denigrazione che può esservi letta in altri contesti», è stata la risposta di Goodwell ai dieci politici. «Per i milioni di tifosi, che rappresentano uno dei bacini più diversi d’America per etnia e provenienza geografica, il nome è una forza di unione, che rappresenta forza, coraggio, orgoglio e rispetto».

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2 Commenti

  1. MaMa says:

    Estirpiamo tutti i vitigni di negroamaro.. mica che qualcuno si offende! Gli africani chiamiamoli diversamente colorati!! e i gay diversamente amabili….. e chi porta aventi certe campagne di politicamente corretto diversamente intelligente.

  2. il filarete says:

    La democrazia occidentale è ormai degenerata nel suo contrario. Si crede in diritto non solo di regolarci la vita, ma anche ciò che dobbiamo pensare e ciò che dobbiamo dire. Ne è una conseguenza penosa e fastidiosa la questione della cosiddetta legge anti-omofobia in discussione alla Camera.
    Ribelliamoci finchè siamo in tempo: l’obiettivo delle carogne sinceramente democratiche è quello di renderci schiavi e tagliarci la lingua.

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