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Sui grattacieli del mondo o sulle banchine di Ellis Island. Le foto di Lewis Hine raccontano il «grandioso spirito umano»

dicembre 4, 2013 Benedetta Frigerio

Lewis Hine svelò al mondo come la classe popolare seppe far ripartire l’America dopo la Grande depressione.

Sono sue le immagini degli scultori dei monumenti moderni. Gli uomini che durante la grande depressione stavano sospesi sulle traversine d’acciaio per innalzare i grattacieli della futura New York. Lewis Hine (1874-1940) è il fotografo che descrisse un mondo sconosciuto all’America benestante e che coi suoi scatti rese icone i volti dei lavoratori di un’America che voleva riprendersi dalla depressione economica.

BELLEZZA E INGIUSTIZIA. La mostra “Costruire una nazione. Geografia umana e ideale”, allestita presso il Centro Culturale di Milano, in via Zebedia 2, contiene 60 immagini provenienti dalla Collezione Rosenblum di New York. Aperta fino al 2 febbraio, parla di un uomo che con la macchina fotografica percorse tutti gli Stati Uniti, svelando le condizioni durissime degli immigrati e del lavoro minorile, «fino a riuscire a sensibilizzare l’opinione pubblica e a cambiare le leggi per tutelare i diritti degli ultimi», spiega a tempi.it la curatrice della mostra, Enrica Viganò. «Considerato il padre della fotografia sociale, Hine è però lontano dal pietismo e dalla denuncia moderni, che tolgono dignità al povero». Anche nell’immagine più dura, come ad esempio quella del piccolo con il viso coperto di carbone (“Scavatore in una miniera di carbone”, 1908, West Virginia, nella foto a sinistra) emerge la particolarità unica della persona. Viganò sottolinea che «questi sono i volti dei poveri, eppure appaiono più espressivi di quelli anonimi che si scorgono oggi per strada».
Anche “Bagno nel bucato nella cucina di una casa popolare” mostra una bambina che, immersa in un lavabo, sorride contenta». Lo stesso vale per i ragazzini della classe popolare che, davanti a una banca di New York, giocano felici alla cavallina. Hine non forza le cose per denunciare e in lui l’equazione sfruttamento uguale infelicità non esiste. «Nelle sue immagini si coglie il fascino della vita insieme alla durezza dello stato in cui si trova». Forse è proprio il contrasto fra l’irriducibilità della grandezza umana e le condizioni ingiuste che la circondano ad aver colpito il cuore degli americani. «Certamente – continua Viganò – è questo che rese la sua denuncia efficace».

MOSSO DALLA SPERANZA. Hine fu anche il primo a capire che Ellis Island, dove sbarcavano gli immigrati del Vecchio Continente per venire in America, «era lo scenario di un evento epocale, le cui immagini si sarebbero infatti scolpite nell’immaginario collettivo degli europei». Forse c’era qualcosa che univa Hine a chi attraversava l’oceano non sapendo neppure se sarebbe arrivato a destinazione: «La speranza, per cui era disposto a camuffarsi per entrare nelle fabbriche dello sfruttamento o a rischiare la vita appeso in una cesta a centinaia di metri da terra per immortalare gli operai al lavoro».

SI POTRA’ SEMPRE COSTRUIRE. Affascinato dall’uomo al lavoro, alla fine del suo percorso, Hine arriverà a parlare solamente di questo. «Con gli operai passerà molto tempo – continua Viganò – trovando in essi una risorsa enorme. Lavoravano senza protezioni, rischiavano la vita ogni giorno, eppure sapevano che stavano partecipando alla costruzione di un futuro migliore e questo bastava». In un suo libro, il fotografo racconta così quello che avveniva in cima all’Empire State Building: «Ho socializzato con migliaia di lavoratori. Alcuni sono eroi, tutti sono persone che è un privilegio conoscere». Nemmeno la società tecnologica per Hine avrebbe mai potuto sostituire il mistero umano. Scrisse: «Questo è un libro sugli uomini al lavoro, uomini di coraggio, abilità, audacia e immaginazione. La città non si costruisce da sola, la macchina non costruisce le macchine, a meno che dietro ci siano i cervelli (…) quante più macchine moderne vedrete, tanto più potrete rispettare – anche voi – gli uomini che le creano». Lo stesso Hine descriverà infine il suo traguardo: «Posso illustrare così la mia tesi, che dopo tutto lo spirito umano è la cosa più grandiosa».

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