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Spagna. La secessione della Catalogna minaccia di costare alla sua gente quarant’anni di miseria

settembre 24, 2015 Rodolfo Casadei

Secondo i calcoli dell’economista Mikel Buesa, il temuto strappo indipendentista potrebbe costare alla regione 16 punti di Pil contro i due di Madrid. E i cittadini dovrebbero attendere quasi mezzo secolo per rivedere il livello di reddito attuale

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Il giorno più temuto da milioni di spagnoli, quello delle elezioni regionali in Catalogna che potrebbero consegnare il potere a una coalizione di forze politiche secessioniste, si avvicina. Domenica prossima la lista Junts pel sí, che riunisce il partito centrista Convergenza democratica di Catalogna (Cdc) del governatore uscente Artur Mas, gli indipendentisti di Sinistra repubblicana catalana (Erc) guidati da Oriol Junquera e altre formazioni minori di sinistra, potrebbe uscire dalle urne con la maggioranza dei seggi e, alleandosi a un partito di estrema sinistra favorevole alla secessione da Madrid (il Cup, Candidatura di unità popolare), dare vita a una maggioranza assoluta indipendentista. In tal caso, prenderebbero il via una serie ai atti istituzionali e organizzativi che, secondo il governatore uscente Artur Mas, porterebbero la Catalogna all’indipendenza nel giro di 18 mesi.

AVVERTIMENTI DA MADRID. Di fronte a questa prospettiva, esponenti del governo centrale stanno facendo di tutto per scoraggiare gli elettori catalani dal votare per la coalizione indipendentista. Ieri il ministro degli Esteri José Manuel García Margallo ha dichiarato che in caso de secessione tutti i catalani perderanno la nazionalità spagnola; il ministro delle Finanze Cristobal Montoro aveva evidenziato che i buoni emessi dalla Catalogna sono già classificati a livello di “titoli spazzatura”, e che con l’indipendenza il nuovo stato non troverebbe sui mercati prestiti per far decollare il proprio funzionamento, mentre il sottosegretario per la Sicurezza sociale Tomás Burgos ha avvertito che il sistema pensionistico di una Catalogna indipendente sarebbe insostenibile, a meno che gli importi delle pensioni non venissero brutalmente ridotti o i versamenti previdenziali aumentati di parecchio.

QUANTO PIL IN FUMO. Sulle conseguenze economiche di una separazione fra Spagna e Catalogna molto si è scritto sui giornali spagnoli in questi anni, ma poco si è prodotto in termini di numeri messi nero su bianco. Ci ha provato l’economista Mikel Buesa, docente dell’Università Complutense di Madrid. In un libro appena uscito dal titolo La Pachorra conservadora e in alcuni articoli scritti per la stampa spagnola ha calcolato che a causa delle conseguenze di un’ipotetica secessione catalana sull’interscambio fra la Catalogna e il resto della Spagna, il neonato stato catalano perderebbe il 16,4 per cento del suo attuale Pil, il resto della Spagna solo il 2,1 per cento.

«GIÙ LE ENTRATE FISCALI». I calcoli di Buesa si basano sui dati dell’interscambio nel 2011, presuppongono che a causa della secessione la Catalogna si ritrovi fuori dal mercato comune dell’Unione Europea e fuori dell’euro (ipotesi valida allo stato presente delle normative europee e del diritto internazionale) ed escludono dal calcolo eventuali delocalizzazioni in territorio spagnolo di imprese che attualmente sono insediate in Catalogna (la considerazione di questa variabile aggraverebbe il danno inferto dalla secessione all’economia catalana). Gli effetti della caduta del Pil non riguarderanno solo i redditi dei privati, ma soprattutto le finanze pubbliche: «La riduzione del Pil», scrive Buesa, «porterà a una caduta delle entrate fiscali in coincidenza con un aumento della spesa pubblica (a causa della formazione del nuovo stato da una parte, e dall’assunzione delle funzioni dello Stato sociale, che già ora sono gestite in deficit, soprattutto per quanto riguarda la spesa pensionistica), cosa che condurrà a una situazione insostenibile di deficit di bilancio, attorno al 10 per cento del Pil secondo la mia stima contenuta nel libro La pachorra conservadora».

«INTERESSI ALLE STELLE». Con un deficit di bilancio annuale del 10 per cento, la Catalogna non riuscirebbe certamente a farsi ammettere come stato membro nell’Unione Europea e nell’eurozona, dove una delle condizioni è che il deficit pubblico annuale resti dentro al 3 per cento. Spiega l’economista: «In questa situazione delle finanze pubbliche, che si sommerà all’attuale esistenza di alti livelli di indebitamento (la Catalogna ha un debito di 37,4 miliardi di euro verso la Stato spagnolo, ndr), il tasso di interesse sul debito finirà per essere molto elevato, rendendo enormemente difficile il finanziamento tanto del settore pubblico come di quello privato».

VACCHE MAGRISSIME. Esclusa per forza di cose dall’euro, continua Buesa, la Catalogna «dovrà adottare una nuova valuta e operare con essa svalutandola fino ad arrivare al livello di impoverimento reale al quale la condurrà la crisi post-indipendenza. In definitiva, i catalani perderanno reddito pro capite e benessere per un lungo periodo, che non sarà inferiore a 15-20 anni. Per tutto questo tempo il reddito pro capite catalano andrà allontanandosi dalla media europea, e solo una volta compiuto l’aggiustamento si potrà avviare un processo di convergenza, la cui durata non sarà inferiore a un quarto di secolo, per tornare all’attuale livello, cioè quello pre-indipendenza». Quarant’anni per tornare al reddito pro capite di oggi. Soddisferà bisogni identitari profondi, ma per il portafoglio del cittadino comune l’indipendenza catalana sembra proprio un cattivo affare.

Foto Ansa/Ap


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4 Commenti

  1. Alessandro says:

    Le solite minacce idealiste da quattro soldi, le stesse che ci terrorizzarono, a noi italiani, per convincerci che l’entrata nell’euro era indispensabile “altrimenti avremmo fatto la fine dell’Argentina” ci assillarono all’epoca (come se la Grecia non avesse fatto la stessa fine pur stando nell’euro). La verità che l’economia è una materia sociale e nulla è prevedibile (come nessuno aveva previsto la fame che ci avrebbe portato l’euro). Come le nazioni si fondono così si possono disunire. Se il resto della Spagna perdesse solo il 2% di PIL non avrebbe tutto questo interesse a terrorizzare i catalani e se non entrasse nell’euro potrebbe essere una doppia minaccia per la Spagna (e per noi) con produzione di stessi prodotti agricoli ma venduti non in euro (boom di esportazioni).

    • Mimo says:

      Infatti, hai assolutamente ragione.
      Il problema ce l’ha semmai la Spagna che, come noi, ha una valuta troppo forte e ha paura di un concorrente in casa.

  2. angelo un says:

    Caro Casadei, complimenti per l originalità di pensiero

  3. recarlos79 says:

    se i catalani per senso di responsabilità si prendessero pure la loro parte di debito pubblico la smetterebbero di gridare al regime e ammutolirebbero con la coda tra le gambe. no all’europa delle regioni si a quella delle nazioni!

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