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Pietro Mennea, l’atleta che diceva: «Da quando ho smesso di correre, vado più veloce»

marzo 21, 2013 Emmanuele Michela

Un cancro lo ha ucciso a 61 anni. I suoi record in pista e le sue mille attività dopo il ritiro, perché «non si può vivere di ricordi. Servono sempre ambizioni»

La Freccia del sud ha smesso di correre stamattina, in una clinica di Roma dove era ricoverato per cercare di combattere il cancro. È morto all’età di 61 anni Pietro Mennea, l’ex-velocista barlettano che a cavallo tra anni Settanta ed Ottanta fu una delle voci più affermate del panorama sportivo azzurro. Per tutti è l’uomo del record, quel 19,72 con cui corse i 200 metri alle Universiadi di Città del Messico, su una gara ostica quanto può essere gareggiare a più di 2000 metri d’altezza: quel primato ha retto per 17 anni, fino a quando cioè non si è scomodato lo statunitense Michael Johnson per superarlo.

GARA CON LE MACCHINE. L’amore per la corsa gli era entrato nel sangue da bambino, per poi affermarsi a pieno regime durante gli anni dell’adolescenza: tempo fa raccontava di una singolare sfida che tenne contro un avversario speciale: l’automobile. Sui 50 metri sapeva essere più veloce di un’Alfa o, addirittura, di una Porsche. Gli bastò poco così per dare il “la” ad una carriera silenziosa, umile ma in costante crescita: 5 partecipazioni alle Olimpiadi, l’ultima, 1988 a Seul, da portabandiera italiano. La sintesi di una stagione che gli ha portato tre titoli europei e un argento mondiale e l’ha visto diventare simbolo dell’Italia di quegli anni, in una popolarità sempre maggiore. Nel ’76 a Montreal non ci voleva andare, ma il pubblico insorse e gli fece prendere l’aereo: riuscì ad arrivare in finale ma gli statunitensi erano troppo forti, e per 11 centesimi lo fecero scivolare ai piedi del podio. A vincere fu però il giamaicano Don Querrie. Il quale, 4 anni dopo, non poté nulla di fronte all’altra impresa di Mennea.

A MOSCA LA CONSACRAZIONE. Le Olimpiadi di Mosca sono famose per il boicottaggio della squadra americana, mancanza che però non privò Mennea dei suoi rivali al titolo olimpico sui 200. Le immagini di quel successo parlano da sé, e dicono della grandezza dell’impresa dell’atleta azzurro, penultimo ai 100 metri, vittorioso al traguardo di appena due centesimi sullo scozzese Wells e, appunto, su Querrie. Venti anni dopo l’oro di Berruti a Roma, ecco una nuova consacrazione per l’atletica italiana: Mennea divenne un idolo in patria, conteso tra i ragazzini che correvano in cortile che volevano fregiarsi del suo nome.

QUATTRO LAUREE. Ma la Freccia del sud ha saputo dimostrarsi campione anche dopo aver lasciato scarpe chiodate e canotte azzurre. Era uomo di dedizione, fatica e impegno tra piste e allenamenti, doti che ha voluto poi riversare sullo studio anche dopo il ritiro, ottenendo anche qui risultati da record: 4 sono le lauree conseguite, scienze politiche (già prima del ritiro), giurisprudenza, scienze motorie e lettere. Ed esaurita la vita da sportivo, ha saputo re-inventarsi cercando sempre nuove vie dove correre: brillante la sua attività da commercialista e avvocato nello studio legale di Roma, condotto assieme a Manuela Olivieri, sua moglie. È stato anche eurodeputato, fino al 2004, s’è buttato pure nel mondo del calcio, come dg della Salernitana nel ’98, guidando la squadra appena tornata in A dopo quasi mezzo secolo di lontananza. «Non si può vivere di ricordi, ogni giorno bisogna reinventarsi, avere progetti e ambizioni», raccontava lui stesso un anno fa. «Vado più veloce adesso», azzardava. Otto mesi fa la scoperta della malattia, peso che ha deciso di portare avanti solo con la moglie e alcuni amici. Fino a stamattina.

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