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Perché le api stanno scomparendo? Analisi di un problema (anche italiano) e di un acaro terribile: la Varroa destructor

giugno 27, 2014 Elisabetta Longo

Inquinamento, parassiti, alimentazione monotona, pesticidi. Sono tanti i fattori che causano la Ccd, colony collapse disorder. Intervista al professor Ignazio Floris, entomologo dell’Università di Sassari

«Se le api scomparissero dalla terra, all’uomo non resterebbero che 4 anni di vita». Questa frase, attribuita a Albert Einstein, è citata sempre più spesso dai media perché il numero di api nel mondo sta calando di anno in anno. Sono molti gli Stati che si stanno muovendo per contrastare il fenomeno e in rete circolano da tempo immagini apocalittiche di come sarebbero i supermercati se non ci fossero le api. La situazione è davvero così drammatica? L’abbiamo chiesto al professor Ignazio Floris, docente di Entomologia all’università di Sassari e responsabile del gruppo di lavoro “API” della Società Entomologica Italiana.

Professore, in questi giorni il presidente Obama sta lavorando con il Congresso per creare una task force “salva api”. Cosa ne pensa?
La politica statunitense sta da tempo combattendo questo problema, perché l’economia e la produzione agricola negli Usa è molto diversa da quella europea. Le api lì sono un vero e proprio mezzo produttivo, necessario all’impollinazione degli enormi campi di monocolture presenti sul territorio. Loro lo chiamano “colony collapse disorder”, la sindrome dello spopolamento degli alveari. L’80 per cento dell’impollinazione dipende dalle api, per un’incidenza economica totale di 15 miliardi di dollari l’anno, ed è questo il motivo per il quale gli Usa portano avanti studi e investimenti per salvare gli alveari.

Qual è la causa della moria delle api?
Le cause scatenanti sono molteplici, cambiano a seconda delle varie aree del mondo. Talvolta c’è solo una causa, talvolta le cause si sommano una all’altra, per questo non si riesce, per il momento, a trovare una soluzione definitiva al problema. Sono stati segnalati problemi legati ai pesticidi, in particolare nell’Unione Europea, alla nuova classe di insetticidi chiamati “neonicotinoidi”. Si parla del surriscaldamento globale e di altre forme d’inquinamento, si parla soprattutto di un acaro, chiamato Varroa destructor.

Che cos’è la Varroa?
In Italia è presente dal 1981. Si tratta di un parassita proveniente dall’Asia, che ha sempre convissuto con la specie locale di api, l’Apis cerana, senza creare particolari problemi. Poi passando su Apis mellifera si è diffuso inizialmente nell’est europeo per poi invadere l’Europa occidentale e il resto del mondo, ad eccezione dell’Australia, divenendo il principale problema patologico per le api. L’acaro misura 1,5-2 mm, ed è pertanto piuttosto grande in rapporto al corpo dell’ape, sulla quale si nutre succhiando l’emolinfa (il sangue dell’ape), riproducendosi all’interno delle cellette dei favi, e intaccandone fortemente le difese immunitarie, esponendola di conseguenza ad altri agenti patogeni, soprattutto virus. L’unica area del mondo esente da questo parassita è l’Australia, dalla quale è attiva una forte importazione di api soprattutto verso gli Usa. Pur essendo disponibili diversi acaricidi in commercio, non è stato ancora trovato un sistema adeguato di controllo di questo parassita. Inoltre, alcuni degli stessi acaricidi impiegati per la lotta sono a loro volta fonte di problemi per le stesse api e per i prodotti dell’alveare. Non ci sono al momento mezzi “biologici” per combatterlo, come nel caso di altri parassiti delle piante o degli animali, utilizzati nelle coltivazioni e negli allevamenti come antagonisti naturali.

Quindi ricapitolando, si parla di inquinamento, pesticidi e acari. Cos’altro causa la morte delle api?
C’è anche la malnutrizione, soprattutto nelle aree del mondo, come gli Stati Uniti, in cui ci sono grandi estensioni di monocolture. In questo modo le api si nutrono sempre e solo della stessa pianta, prendendo un solo tipo di polline e di nettare. È un po’ come se noi ci nutrissimo solo di pane: avremmo gravi carenze vitaminiche, ci ammaleremmo. Lo stesso capita alle api che non variano alimentazione.

Si fa sempre riferimento alla frase di Einstein. Anche qualche film catastrofico di Hollywood l’ha usata come spunto.
Al di là del fatto che probabilmente l’illustre scienziato non l’abbia mai pronunciata, resta il fondamento scientifico. Molte delle piante che coltiviamo, in un modo o nell’altro, sopravviverebbero anche senza api, ma in diversi casi avrebbero difficoltà a fornirci produzioni adeguate ed economicamente convenienti. Ben diverso sarebbe il caso di tutta quella flora che nasce spontanea nel mondo, senza l’aiuto dell’uomo. Senza api non esisterebbe. Ci dobbiamo sicuramente preoccupare del contributo delle api alle coltivazioni, da cui traiamo alimenti e guadagni, ma sono tante altre, e molte di più, le piante che rischierebbero l’estinzione.

Può fornirci qualche numero relativo alla moria delle api?
In totale nell’Unione Europea c’è stata una diminuzione di alveari negli anni scorsi che ha superato il 50 per cento. In Italia questa cifra si attesta sul 20/30 per cento. Anche negli Stati Uniti si aggira intorno al 30 per cento, in Giappone al 25 per cento. In Sudamerica e Africa invece l’incidenza negativa di questo problema è decisamente ridotta o nulla, perché in quei territori è minore l’impatto delle cause che nominavamo prima e anche le razze di api sono più resistenti al parassita Varroa.

Viene sottovalutato il problema?
La persona comune se pensa all’ape pensa principalmente solo al miele o alla puntura dolorosa. E invece il principale ruolo delle api nelll’ecosistema è quello dell’impollinazione, un ruolo al quale l’uomo non si potrà mai sostituire. Negli Stati Uniti, ad Harvard, stanno facendo uno studio per creare le api artificiali (robobee). Mentre in alcune aree agricole della Cina, in maniera opposta, sono gli uomini a impollinare manualmente le piante. Tentativi apprezzabili, ma che mai possono eguagliare il gesto perfetto che compiono le piccole api da milioni di anni.

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