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Partono i “Mendel day”. Agnoli: «La scienza sperimentale è nata da uomini di grande fede»

febbraio 16, 2013 Benedetta Frigerio

Intervista a Francesco Agnoli, promotore di un’iniziativa che vuole illustrare come nella storia della scienza ragione e fede siano sempre andate a braccetto

Ragione e fede. Un tabù metterli vicini. Ma non è sempre stato così. Lo è diventato solo nell’ultimo secolo, quando gli scienziati ateisti sono stati portati su un palmo di mano dai mezzi di informazione del laicismo moderno. Si tratta di persone come Margherita Hack, come il neuroscienziato dell’università di Trento Giorgio Vallortigara o il filosofo Telmo Pievani, «per cui l’idea di Dio è un effetto secondario dell’evoluzione di cui, insieme all’idea di anima, possiamo fare a meno», spiega lo storico Francesco Agnoli, autore di Scienziati, dunque credenti (Cantagalli).

La storia della scienza, però, dice tutt’altro. Per questo «abbiamo deciso di promuovere “I Mendel Day”, giornate pensate per ricordare che la scienza sperimentale è uno dei tanti doni della grecità e del cristianesimo al mondo», spiega Agnoli a tempi.it. La prima di queste giornate si terrà il 20 febbraio dalle 16 presso l’istituto “Alle Stimate” di via Carlo Montanari, 1 a Verona. Si partirà parlando della figura di Gregor Mendel «cercando di far capire come la sua genialità sia figlia del monastero in cui crebbe. Raccontando come i monaci furono abilissimi agricoltori, botanici, farmacisti, e poi meteorologi e sismologi (di un monaco, padre Benedetto Castelli,  il primo pluviometro; di un altro, padre Andrea Bina, il primo sismografo moderno…). Non solo, furono loro a disboscare buona parte dell’Europa, ad inventare diversi tipi di vini, la birra, lo champagne (dom Perignon)».
Come fu possibile tanta creatività ora quasi scomparsa? «Essi pregavano e lavorando contemplando la natura, certi che fosse regolata da una legge ordinata e voluta da un Creatore. Perciò volevano comprenderla. E sicuri dell’esistenza della meta arrivavano a scoprirla, al contrario degli scettici che difficilmente scoprono qualcosa». Il motto dei monaci benedettini è “Ora et labora”: «Dalla contemplazione di Dio nasce la passione per il creato e la vita, è questo che muove il lavoro di Mendel: convinto che in ogni cosa c’è una legge del creatore pensò che doveva esserci anche quella dell’ereditarietà». Eppure morì e nessuno, per trent’anni, si accorse della sua grande scoperta. Scrisse persino a Darwin, ma quando morì fu definito dal giornale locale, “abile meterologo” e “padre dei poveri”. «Mi colpisce l’integralità dell’esperienza con Dio, che è così concreta da essere a 360 gradi; infatti Mendel si occupò anche dei sordo-muti (a inventare il primo linguaggio dei segni, fu sempre un monaco, nel Seicento, padre Pedro Ponce de Leon; mentre gli unici ad educarli fino all’Ottocento furono religiosi di vario genere)».
Questo stesso amore fa scoprire a Lejeune la trisomia 21. Perciò Mario Garganti parlerà di lui. Mentre Enzo Pennetta, coautore di Lazzaro Spallanzani e Gregor Mendel. Alle origini di biologia e genetica (Cantagalli) parlerà di «Lazzaro Spallanzani», che fu, oltre che prete cattolico,  il “principe dei biologi” , il “Galilei della biologia”. Ma questi sono solo alcuni dei grandi scienziati religiosi, perché «la scienza sperimentale è nata tutta da uomini di grande fede». Come Nicolò Copernico, ad esempio, un canonico polacco o come Nicolò Stenone, «danese protestante convertito al cattolicesimo, sacerdote e vescovo,  che divenne padre della cristallografia, della geologia e della paleontografia».
Fondatore della microsismologia è invece Timoteo Bertelli, barnabita dell’Ottocento. Sono tantissimi i monaci famosi per alcune scoperte, come padre Benedetto Castelli, discepolo e amico di Galieleo Galilei, padre, oltre che del pluviometro, come si è detto, anche dell’idraulica moderna.

Cosa ci dice questo? «Che l’uomo ha un’anima, che lo differenzia da tutti gli altri esseri. Dall’inizio della storia l’uomo ha in sé l’idea di trascendenza, un desiderio che lo fa muovere. Perciò, anche quando l’universo lo schiacciasse lui sarebbe superiore ad esso, perché lui pensa, ha un cuore, come diceva Blaise Pascal. Ma non esistono solo scienziati come la Hack anche se hanno meno risonanza: «Fortunatamente ci sono scienziati contemporanei come Nevill Francis Mott , noto premio nobel per la fisica, che parla di un gap per cui non ci sarà mai una spiegazione scientifica e questo gap è la coscienza umana, nessuno potrà dimostrare cosa un uomo sta pensando».
Scrive poi John Carew Eccles, che ha dedicato parte dei suoi studi al rapporto fra mente e cervello: «Vi sono appunto nell’uomo delle funzioni superiori a quelle del cervello, che non possono essere spiegate solo facendo riferimento ad esso». Ci sono dunque cose come il pensiero, la libertà, la nostra umanità che non sono riducibili alla chimica. E infatti concludeva Eccles: «L’Autocoscienza non è affatto nel processo evolutivo darwiniano, io penso che sia una creazione divina». Agnoli spiega che a fargli eco è il premio nobel, non credente, Francis Crick, il quale afferma categoricamente che «il tema del funzionamento della mente e della coscienza è il principale nodo irrisolto della biologia». Spiace che questo campo sia ormai inesplorato dalla maggioranza degli scienziati moderni, ma è così, conclude Agnoli, «perché non concepiscono che esista altro da ciò che si vede e si tocca. Eppure come scriveva Saint-Exupéry: “l’essenziale è invisibile agli occhi”».

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