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L’arte di scendere dal piedistallo

giugno 18, 2017 Manuela Maddamma

L’architetto che considerava il design parte dell’arte contemporanea e che ideò il Bosco Verticale. Una mostra di Gaetano Pesce a Mantova

gaetano-pesce

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Designer, architetto, poeta, narratore, alchimista per la sua inesausta ricerca di nuovi materiali, Gaetano Pesce è in mostra fino al 3 settembre al Corridoio del Capitano del Palazzo Ducale di Mantova. Il termine che meglio riassume la sua carriera, lunga più di mezzo secolo, è semplicemente quello di artista. Un sintetizzatore poliedrico di forme e tecniche che ha saputo tradurre nel linguaggio del postmoderno quell’ideale di opera d’arte totale, la Gesamtkunstwerk (teorizzata per la prima volta dal filosofo tedesco Karl F.E. Trandhorff nel 1827 e innalzata a vette altissime da Richard Wagner a partire dal 1849) che, all’inizio del Novecento, aveva affascinato anche Gustav Klimt e i suoi compagni di strada della Secessione Viennese. Per Gaetano Pesce il design e l’architettura sono mezzi espressivi dell’arte contemporanea non inferiori alla pittura e alla scultura, alla fotografia e al video, all’installazione e alla performance. Tanto che i suoi lavori non vengono offerti solo nelle aste internazionali dedicate al design, ma anche in quelle di arte contemporanea.

Appena ventenne, da poco intrapresi gli studi di architettura, Pesce aveva esordito proprio come artista. Aveva aderito al Gruppo N di Padova che, insieme al Gruppo T di Milano, aveva dato il via alla rivoluzione dell’Arte cinetica e programmata. Nata come superamento della poetica informale e del vecchio dibattito tra arte figurativa e astratta – una distinzione che per Pesce continua a non avere alcun valore – era stata, all’alba degli anni Sessanta, la risposta del mondo dell’arte al design e alla moda, che avevano portato nelle case, negli uffici e nei negozi vestiti, mobili e oggetti fantasiosi, di plastica coloratissima, mentre la scienza e la tecnologia proiettavano la vita quotidiana nel futuro. Il quadro o la scultura basati sul gesto, la materia e l’espressione del pensiero e della sensibilità dell’artista visto come individuo isolato e fuori dal tempo, erano superati.

Per artisti come Gianni Colombo, Alberto Biasi, Toni Costa e Gaetano Pesce l’ingegneria e l’architettura, il design e la tecnologia potevano essere utilizzati anche per creare un’arte ludica, messa in movimento da piccoli motori. Bruno Munari, del resto, l’aveva scritto già nel 1938: «Gli artisti devono abbandonare i romantici pennelli, la polverosa tavolozza, la tela e il telaio. Devono creare opere d’arte con le macchine. Non più tela e telaio, ma metalli, materie plastiche, gomme e resine sintetiche». Una lezione che Gaetano Pesce non ha mai dimenticato: i confini tra l’arte, il design e la produzione industriale per lui sono sempre stati irrilevanti. Per Pesce l’arte non è qualcosa da incorniciare o mettere su un piedistallo, ma una risposta creativa ai bisogni mutevoli nel tempo, e che trova anche nelle novità del presente le sue soluzioni.

La serie Up, prodotta dal 1969 al 1973 e tornata nei negozi di arredamento dal 2000, gli regalò un’immediata notorietà. Sono sette oggetti, tra poltrone, divani e un poggiapiedi, diventati icone del design italiano alla fine degli anni Sessanta e subito entrati, con altre invenzioni di Pesce, nelle collezioni permanenti del Museum of Modern Art e del Metropolitan Museum di New York, del Victoria & Albert di Londra, della Triennale di Milano e del Vitra di Weil am Rhein, in Germania. Fedele all’idea che l’arte deve essere utile e fruibile ha creato forme biomorfe, sinuose e sensuali che, evocando la fertilità come nelle sculture femminili paleolitiche, rappresentano, nella turbolenta società post sessantottina, un manifesto di spontanea, intuitiva adesione alle istanze di emersione del rimosso femminile.

Alla poltrona più famosa della serie, la Up 5, veniva spesso abbinato un poggiapiedi, Up 6, una grande sfera legata alla poltrona-donna da una corda, come per ribadire l’ossessione di Pesce per il vincolo materno. Le prime sei sedute della serie Up sono forme originali, mentre la settima è l’unica che riprende, senza modifiche, una forma già presente nella natura: è un grande piede, e cita dunque apertamente la classicità della statuaria greca e romana. Realizzate in un materiale allora modernissimo come il poliuretano espanso, e rivestite di tessuto elastico dai colori vividi eppure singolarmente placidi, nella versione originale erano confezionate sottovuoto. L’imballo consisteva in una scatola di cartone spessa pochi centimetri. Al suo interno la poltrona, compressa, veniva collocata in un involucro di pvc. Una volta aperto, la poltrona a poco a poco si gonfiava, incamerando l’aria, e prendeva la sua forma e la sua consistenza: un’attenzione per il risparmio dello spazio nell’imballaggio per quei tempi avveniristica.

Dal 1969 abbiamo come la formazione di un piccolo sistema solare in cui gli astri sono le invenzioni create da Pesce nel suo studio newyorkese ma prodotte da aziende italiane: la lampada Moloch, il sofà Il pugno e la serie di tavoli e sedute Golgotha nei primi anni Settanta, e poi i divani Cannaregio e Tramonto a New York cui seguirà, molti anni dopo, anche Notturno a New York, o il tavolo Sansone, per citare le più note. Nel 2010, in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Pesce ha realizzato Sessantuna, 61 tavoli tricolore che, riuniti, formano la sagoma dell’Italia. Senza dimenticare i vasi e le altre creazioni in morbida resina colorata, ma anche le abitazioni, gli uffici, i musei, i giardini progettati, modellando le forme come uno scultore, in Europa, America e Asia. Convinto che l’estetica debba sempre sposarsi al benessere dell’uomo, le sue realizzazioni sono inconfondibili per le soluzioni tecniche che implicano l’uso di materiali innovativi, e per l’uso potente del colore che, quand’anche possa dare adito all’accusa di appariscenza, per Pesce è invece un richiamo a quel che è stato fatto nella classicità: «I templi greci erano policromi», come ha ricordato.

L’idea della vegetazione verticale, che copre le facciate degli edifici, ora molto à la page, Pesce l’ha messa in pratica già nel 1993, quando portò a compimento la costruzione dell’Organic Building di Osaka, e l’ha ripresa quattro anni dopo nel progetto per l’Oklahoma Memorial: «Una tipologia che ho innovato molti anni fa è il giardino verticale. Se i terreni delle città sono costosi, i muri ciechi dei palazzi possono essere investiti da strutture verdi verticali. Da quando ho cominciato queste nuove tecnologie molti architetti mi hanno copiato, ma molte volte con un’attitudine “alla moda”», ha scritto Pesce con un intento vagamente beffardo ma certamente provocatorio. La provocazione, del resto, l’ha cominciata a frequentare molto presto, anche sperimentando materiali molto poco artistici. Nel 1975 creò un Omaggio a Mies van der Rohe per Le futur est peut-être passé, una mostra collettiva al Musée des Arts Décoratifs. Era una vetrina nella quale aveva messo, insieme a quattro modelli di creazioni dell’architetto tedesco, anche della carne acquistata dal macellaio. La carne andò presto a male, e un odore insopportabile invase la sala del museo. Dopo undici giorni l’opera di Pesce venne sostituita da un cartello: «L’Omaggio a Mies van der Rohe è stato rimosso per ragioni di igiene pubblica».

Da architetto Gaetano Pesce è sempre stato interessato alle periferie delle città. È lì che la sperimentazione è possibile, e i suoi edifici scultorei trovano l’humus adatto per crescere: «La periferia è il terreno di sperimentazione ideale per la progettazione. In periferia troviamo, allo stato embrionale, i valori che svilupperanno il futuro. Nei centri storici regna il passato, lo spazio diviene commemorativo e la società si cristallizza: per questo l’idea del centro oggi è superata. La città contemporanea, infatti, ha bisogno di molti centri, più o meno specializzati. La periferia è policentrica e vi si percepisce con intensità il carattere liquido del nostro tempo, l’energia della frontiera»: è una dichiarazione di poetica di un artista contemporaneo.

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