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«La riduzione della Bibbia a sola etica mondana o a utopia è una forma di ateismo»

gennaio 18, 2017 Giuseppe Laras

Il discorso pronunciato dal rabbino emerito di Milano, in occasione della visita alla sinagoga del cardinale arcivescovo Angelo Scola

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Pubblichiamo l’intervento di Rav Giuseppe Laras, Rabbino emerito di Milano, in occasione della visita del cardinale arcivescovo Angelo Scola alla sinagoga di Milano il 17 gennaio. Il testo è stato letto da Roberto Jarach, vicepresidente del memoriale della Shoah. Il testo è tratto dal sito Mosaico.

Saluto di cuore tutti i convenuti, con particolari sentimenti di vicinanza e amicizia nei riguardi del nostro gradito ospite S. E. il Cardinale Scola, Arcivescovo Metropolita di Milano, e del mio stimato successore, il carissimo Sig. Rabbino Rav Alfonso Arbib shlita, nostro Rabbino Capo.

Esistono molte tentazioni – più o meno subdole, più o meno sanguigne -, e cedervi può ben accadere. Lo sperimentiamo tutti.

Tutti possiamo a buon diritto cedere alla tentazione di ritenere il dialogo ebraico-cristiano irrilevante, dato che coinvolge pochi interpreti, le cui fila sono rese sempre più esigue da frizioni intestine; ricerca di un “posto al sole”; provvedimenti improvvidi da parte di persone di cui si vorrebbe potersi fidare, spesso presentati sottoforma di “aperture”; età media altissima dei partecipanti; presunti intellettuali lontani dal reale e dalla concretezza, noiosi e autoreferenziali.

Che dire poi del fatto che in tutte queste nostre iniziative manchino i giovani – e i giovani reali, quelli che sosterranno le nostre comunità e la vita culturale, politica ed economica del Paese nel futuro? – Senza giovani non si va da nessuna parte! Senza il coinvolgimento dei giovani siamo condannati! E la nostra società occidentale, appunto, a causa di pessime filosofie, che si sono insinuate nelle ultime decadi con effetti deleteri anche nella vita di entrambe le nostre Comunità di fede, è invecchiata e si è indebolita. Tutto ciò sta portando e porterà ancora tanto male e si sta abbattendo come un’inesorabile scure sia sulle Chiese che sulle Comunità Ebraiche in Occidente.

Si può lamentare – ed è vero – che il Dialogo ebraico-cristiano sia un’appendice della vita del cristianesimo, spesso poco praticata e mai realmente fattivamente additata dai suoi pastori alla maggior parte dei fedeli. Un’appendice – tuttavia – interessantissima e promettente, rispetto a un passato funesto e doloroso e a un presente per nulla facile, colmo di insidie. Purtroppo gli insegnamenti conciliari e successivi sul dialogo tra cristiani ed ebrei – unico e speciale da entrambe le parti – sono restati spesso lettera morta, anche nelle omelie quotidiane di insigni uomini di Chiesa.

Ci si può lamentare, non senza ragioni, che gli ebrei siano spesso restii a questo dialogo, con molte perplessità, timori, risentimenti, amarezze. E che si rivendichi troppo spesso il passato a fronte del futuro. Se questo può esser vero, va tuttavia ricordato che la storia antica e recente subita da parte ebraica in relazione al cristianesimo ha un enorme peso, che affatica e rallenta il passo. Inoltre, anche a livello sociologico, è naturale che una “minoranza assoluta” – gli ebrei – eriga attitudini di difesa rispetto a una “maggioranza assoluta” – i cristiani, in questo caso -, inevitabili per sopravvivere e non farsi fagocitare, pur riconoscendo le effettive buone intenzioni di questi ultimi.

E che dire, infine, del fatto che, per motivi strumentali e ideologici, dall’affermazione, sempre più scientemente ridotta ad anticaglia dismessa, delle “radici ebraico-cristiane” dell’Occidente, si sia passati all’affermazione del futuro “islamo-cristiano” dell’Europa? Le parole hanno un peso enorme, al pari della loro assenza (in questo caso l’espunzione dell’aggettivo “ebraico” in relazione al futuro comune), e lasciano intendere molte cose.

E allora? Chiudiamo “baracca e burattini” oppure, come talvolta sostengono i detrattori, continuiamo elegantemente “a prenderci in giro”?

No! Questo ci obbliga a individuare severe e caparbie nuove strategie per l’incremento e il rafforzamento sinceri del dialogo ebraico-cristiano. Questo ci obbliga a resistere ai disfattisti bi-partisan e ai colpi di mano di alcuni, anche se in altissimo loco.

Non possiamo e non vogliamo cedere per non tradire e profanare la memoria di quegli eroi cristiani, laici o religiosi, che – in quanto cristiani – difesero gli ebrei, anche a costo della vita, non solo perché essere umani in generale, bensì proprio perché ebrei nello specifico, individuando così tra noi un vincolo unico. Non possiamo e non vogliamo cedere, dissipando il patrimonio, pur fragile e forse esiguo, conquistato sinora, per non tradire la memoria e la fiducia di quegli ebrei – religiosi e no – che, con non minore coraggio, hanno ritenuto di riaprire i loro cuori e le loro menti a cristiani positivamente e amichevolmente disposti verso Israele e il suo mistero, che passa necessariamente – e non incoerentemente – oggi anche per la ritrovata sovranità nazionale ebraica in Terra di Israele, dato che la maggior parte del nostro Popolo vive lì e che da lì per lo più promana la voce della Torah nella nostra generazione.

L’antisionismo è la terza grande riedizione dell’antisemitismo, che fu dapprincipio religioso e poi, secoli dopo, una volta laicizzatosi, razziale. Tale sentimento e ideologia è forse una riedizione del veleno subdolo di Marcione, che fu dapprima teologico, poi etico, infine forse oggi politico, proiettante comunque sugli ebrei – che vogliono essere tali e che lo vogliono per la propria discendenza – le medesime ombre di disprezzo e di morte. Stia oggi (soprattutto oggi) ben attenta la Chiesa ad evitare il “richiamo della foresta”, avvelenato e devastante, di Marcione, considerando che essa medesima nel distaccarsi dalla propria matrice perderebbe ineluttabilmente ogni significanza e giustificazione a esistere.

Non possiamo e non vogliamo cedere però, in primo luogo, per non tradire ed erodere il futuro di entrambe le nostre Comunità e di chi verrà dopo di noi, che forse vede già minate molte possibilità di pieno sviluppo a causa di un presente divenuto angusto e vile.

Spetta stavolta, in questo rapido e decisivo snodo della storia occidentale come pochi altri ve ne sono stati, a tutti noi, cristiani ed ebrei, cogliere l’opportunità per fare della Bibbia il futuro, diverso eppur sinergico, delle nostre due Comunità di fede, ridando linfa alla civiltà occidentale. E spetta con urgenza estrema ancora a noi restituire alla Bibbia la sua voce reale, escatologica e divina, che non può essere in alcun modo ridotta a manuale laico per assistenzialismi, buonismi e pacifismi di sorta. Quest’ultima dilagante, perversa attitudine coincide con l’offesa della moralità e dell’intelligenza dei non credenti e con lo svilimento del ruolo e dell’identità del credente, che è anch’egli peccatore e per nulla esente da colpe o meschinità. La riduzione della Bibbia a etica mondana o a utopia è una forma né coraggiosa né onesta di ateismo.

È la Bibbia che, pur spesso in versione laicizzata, ha fatto innamorare l’Occidente delle libertà individuali – un bene assolutamente non negoziabile! – a fronte delle libertà collettive degli antichi e di altre culture pur rispettabili. È la Bibbia che ha reso, attraverso l’economia straordinaria dell’Alleanza, l’uomo libero anche rispetto al suo Dio e non assoggettatoGli, ancorché in partnership con il suo Creatore. È ancora la Bibbia che ha insegnato a declinare la libertà non in arbitrio – come invece testimoniano tristemente certe attitudini odierne – ma in responsabilità, accettando liberamente il giogo divino.

Tacere tutto questo per compiacere il mainstream ci rende non autentici, deboli e forse anche stupidi!

Se perderemo questo tempo difficilissimo e unico, oziando, chiudendo gli occhi o dissimulando, andremo in perdizione e con noi andrà in perdizione il lascito sofferto dei nostri padri e il futuro dei nostri nipoti, cosa quest’ultima ancor più intollerabile. Forse sarà solo il vero dialogo ebraico-cristiano a poter salvare, se la Chiesa e gli ebrei ci crederanno e oseranno, il futuro dell’Europa e del mondo libero.

Che l’Eterno e provvidente Unico Signore stenda su noi tutti la Sua pace e la Sua benedizione e rafforzi il nostro sincero dialogo e la nostra cooperazione.

Rav Prof. Giuseppe Laras

Foto Ansa

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