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Ibra e Thiago Silva al PSG: «Solo con progetti seri si può ovviare all’assenza di top player»

luglio 12, 2012 Emmanuele Michela

Intervista a Francesco Caremani, giornalista esperto di economia calcistica: «Il Milan paga i fallimenti dell’ultimo anno. Ma questa scelta può rivelarsi coraggiosa»

«Se fra tre o quattro anni il Milan sarà una grandissima squadra molto competitiva, sarà riuscita ad abbattere il monte ingaggi, e magari avrà pure uno stadio di proprietà, rivedremo tutti il giudizio su queste due cessioni. Quello che ora sembra una debolezza, tra qualche anno potrà essere letto come una risorsa». Illusioni troppo speranzose o scenari plausibili? Più le ore passano e più Ibrahimovic e Thiago Silva si avvicinano sempre di più al Paris Saint Germain, con un operazione di mercato da 62 milioni di euro. Lo sbigottimento in casa Milan è grande: la perdita dei due giocatori più forti della rosa è un colpo grosso al morale, e segna un ulteriore indebolimento di una delle società più gloriose di sempre e di un calcio, quello italiano, che si fa sempre più periferico in Europa. Ne abbiamo parlato con Francesco Caremani, giornalista freelance e grande esperto del versante economico del pallone.

Caremani, sembra assurdo che il Milan solo pochi giorni fa avesse rifiutato un offerta da 45 milioni per il solo Thiago Silva, mentre ora ne accetta una da 62 perdendo anche Ibrahimovic. Società debole?
Vista da fuori pare che in casa Milan ci sia una una situazione di successione: la squadra è sempre stata un fiore all’occhiello di Berlusconi e Galliani, sempre rimanendo però nell’ottica della vittoria. Con costi molto alti, fin dagli anni Novanta: non dimentichiamoci che all’epoca si chiudevano degli affari come quello di Lentini, o come quello di De Napoli, che il Milan comprò e mise in panchina per non lasciarlo alla Juventus. Queste sono cose che alla lunga pagano. Quando si governa una società bisogna organizzarla bene: il Milan lo ha fatto, e le vittorie di questi anni lo dimostrano. Però nell’ultima stagione è successo qualcosa: era la squadra più forte, con il monte ingaggi più alto in Italia, eppure non ha vinto nulla. Allegri aveva in mano una Ferrari, ma alcune componenti si sono rotte (Cassano, Boateng), e così quell’organico perfetto non ha girato come doveva. Di questo fallimento nessuno vuole parlare, preferendo nascondersi dietro al gol annullato a Muntari, ma il suo impatto economico l’ha avuto eccome. Inoltre, non dimentichiamoci che parliamo di uno sport che è sempre più indebitato: il calcio in Italia è la quinta economia del Paese, ma come altre economia è in sofferenza. E in tutto questo Galliani deve muoversi in un regime di fair play finanziario.

Queste cessioni vanno quindi lette come un modo per rimediare agli ultimi insuccessi?
Certo, il risparmio si calcola facile, e sono tanti soldi. In più, stiamo parlando di soldi freschi: gli arabi sono gli unici a pagare subito, senza spalmare queste cifre su più anni, e così riescono a prendersi quello che vogliono. Però tornando alla stagione appena conclusa, si vede ancora la debolezza della società rossonera: come ha fatto il Milan, che viene da anni di vittorie, ad essersi fatto superare sulla vicenda degli stadi di proprietà da una società come la Juve, che invece veniva dal dramma sportivo ed economico della Serie B? Una scelta come quella dei bianconeri mette la Juve davanti alle altre squadre italiane per i prossimi 5 anni, e il fatto che un club così ben organizzato da sempre come il Milan non abbia uno stadio simile, fa riflettere. Una cessione come questa è coraggiosa, ma decisamente vantaggiosa. Va poi considerato che un giocatore come Ibra non fa più testo: è uno che lascia molto facilmente le squadre in cui gioca, perché dietro di lui c’è Mino Raiola, che incassa sempre tanto dalle cessioni di questo attaccante.

La vendita dei due giocatori è come dice lei prima di tutto una scelta economica, visto che si calcola un risparmio totale di 170 milioni di euro. Ma vale la pena privarsi dei due giocatori forse più forti ora in Italia per fare cassa in questo modo? Non c’era altra maniera per la società rossonera?
Credo che la domanda da farsi sia un’altra: chi comanda ora al Milan? Evidentemente si stanno spostando i rapporti di forza all’interno della dirigenza, e si è costretti a fare molto di più i conti coi soldi che si hanno in tasca. È chiaro che se decidono di vendere questi due giocatori hanno calcolato che è più utile più fare questa scelta di mercato. Però ci sono squadre come la Juve che dimostrano che con un progetto serio si può ovviare all’assenza del top player. Non dimentichiamoci che il Montpellier ha vinto il campionato francese con stipendi non superiori ai 200mila euro annuali!

Fa specie pensare che un club come il Milan così attento al fair play finanziario si veda superare da una squadra che nell’ultimo anno e mezzo ha agito in maniera spudorata sul mercato. Al PSG non interessa nulla delle norme dettate dalla Uefa? Riusciranno comunque a raggiungere il tanto fatidico pareggio di bilancio?
Attenzione ad una cosa: il fair play finanziario non tiene conto del fatto che, quando una società viene venduta, questa riparte da zero. Ergo queste squadre con nuove proprietà (PSG, Manchester City…) hanno soldi freschi per fare quello che vogliono, senza ereditare debiti eccessivi. Chiaramente c’è da aspettarsi che inizieranno anche a rallentare, proprio per rientrare nei parametri del fair play finanziario. Poi di escamotage ce ne sono tanti: Abramovich ha trasformato i debiti in azioni e se li è ricomperati tutti. Lo United si è quotato in borsa a Wall Street, e in questo modo cercherà di ripianare i suoi debiti: consideriamo che questa squadra ha 620 dipendenti, quindi è una vera e propria azienda, con un patrimonio e un valore enorme. Dall’altro lato hai poi club come l’Arsenal, che è una delle società considerate meglio organizzate in tutto il mondo, che in questi anni ha fatto una scelta virtuosa in senso opposto: puntare sui giovani. Negli ultimi tempi non hanno vinto niente, però riescono sempre a qualificarsi per la Champions League. E così incassano utili, e rivendono a peso d’oro i loro giocatori. Varrebbe la pena provare a fare così in Italia, anche a costo di arrivare secondi?

L’addio di Thiago Silva e Ibrahimovic è l’ennesimo segno della crisi del calcio italiano. Prima accennava alla Juventus e al suo stadio di proprietà: su quali altri fattori bisogna puntare per ripartire a livello economico?
È chiaro che lo stadio di proprietà è una cosa importantissima, perché genera introiti, merchandising, ricavi anche da altri settori. Poi una grande attenzione va messa sul costo del lavoro, e non soltanto su quello dei calciatori: le società hanno centinaia di dipendenti. Ad esempio l’Inter: lo sai che produce una rivista con 14 giornalisti? Quanto costa e quanto rende una cosa simile? E poi, infine, direi anche che abbiamo un livello manageriale bassissimo: la preparazione professionale dei nostri dirigenti è poca. Questi sono alcuni dei fattori su cui puntare, per sperare di arrivare alla sostenibilità economica del nostro calcio italiano.

 

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4 Commenti

  1. francesco taddei scrive:

    il calcio italiano non è in crisi solo per mancanza di soldi: anche a causa di stadi vecchi e scomodi, di tifoserie che sembrano bande organizzate, che magari riescono a far fermare le partite e anche da un gioco del calcio che al terzo passaggio consecutivo va giù di sforbiciata alle caviglie.

  2. Aval scrive:

    “Come ha fatto il Milan, che viene da anni di vittorie, ad essersi fatto superare sulla vicenda degli stadi di proprietà da una società come la Juve, che invece veniva dal dramma sportivo ed economico della Serie B?”
    E per fortuna è un esperto. La Juventus ha iniziato la procedura per costruire il proprio stadio più di dieci anni fa grazie ad Antonio Giraudo. Durante l’anno di B, il Delle Alpi stava per essere demolito.
    Quali sarebbero gli “anni di vittorie” del Milan? Prima dello scudetto 2010/2011, arrivato a distanza di sette anni sette dall’ultimo tricolore, l’ultimo trofeo vinto è stata la Champione del 2007. 3 trofei in sette anni. Non mi pare si possa parlare di “anni di vittorie”…
    Grande esperto, non c’è che dire…

    • Emmanuele Michela scrive:

      Caremani si riferiva al Milan di Ancelotti: non penso ci sia bisogno di enumerare i trofei che i rossoneri hanno messo in bacheca in quel periodo… non sono quelli “anni di vittorie”? Quella società così ben organizzata e vincente ora si è fatta superare da una dirigenza che nelle ultime stagioni oltre ad aver giocato in Serie B è andata incontro anche ad alcune annate decisamente negative (sia sul piano sportivo, che su quello economico).

      • paolo delfini scrive:

        CARI AMICI , IL MILAN DAL 1988 IN POI, PER UNA VENTINA DI ANNI HA VINTO TANTI TROFEI,IN ITALIA E ALL’ESTERO, TANTISSIMI PIAZZAMENTI, FINALI PERSE,E’ STATO QUASI SEMPRE PROTAGONISTA CON GRANDI ALLENATORI E TANTISSIMI GIOCATORI DI ALTO LIVELLO, QUINDI SECONDO ME IL GIORNALISTA CAREMANI HA PERFETTAMENTE RAGIONE, COME RIBADISCE NEL COMMENTO L’AUTORE DELL’ARTICOLO EMMANUELE MICHELA.
        SALUTONI A TUTTI.

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