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Doninelli: «David Foster Wallace unisce ironia e pietà. E parla al cuore»

settembre 7, 2012 Daniele Ciacci

Luca Doninelli risponde alle critiche lanciate da Bret Easton Ellis, autore di “American Psycho”, a David Foster Wallace. «Non separa mai la narrazione dal pensiero, e mentre ti diverte ti dà anche delle conoscenze»

«Chiunque giudichi Foster Wallace un genio letterario dovrebbe essere incluso nel Pantheon degli imbecilli». Questa un’uscita su Twitter dello scrittore Bret Easton Ellis, autore del bestseller American Psycho, che ha fatto infuriare il popolo della rete. Un’esplosione di risentimento, o un giudizio da prendere in considerazione? Ne parliamo con Luca Doninelli, scrittore.

Condivide le uscite di Bret Easton Ellis?
Il problema non è considerare una persona più o meno geniale. Con il passare degli anni ho sempre meno stima di parole come “intelligenza” o “genio”. Sono appellativi che, adesso, si attribuiscono a chiunque. Se ci pensa, nessuno dice mai di Albert Einstein o di Dante Alighieri che sono persone “molto intelligenti”. Di loro si parla soltanto di ciò che hanno fatto e detto, della teoria della relatività e della Commedia, mica della loro “intelligenza”.

E cosa “hanno fatto e detto” questi due autori?
Bret Easton Ellis, come scrittore, è nato e morto negli anni Ottanta. Foster Wallace, nonostante sia pieno di difetti e abbia la capacità di scrivere centinaia di pagine di una noia insopportabile, ha scollinato quel decennio. Ben inteso, io non sono d’accordo con la sua idea di letteratura e non lo stimo a priori, ma è un uomo che si è donato totalmente in quello che ha fatto. Davide Foster Wallace comunica una tensione umana che lo rende accattivante: indagando in modo maniacale la realtà – non diversamente da come fanno i ragazzi di oggi – e i meccanismi psicologici e neuronali dell’uomo. Perché i giovani lo amano? Perché unisce ironia e pietà, entrambe doti fondamentali in un grande narratore.

Ironia” e “pietà”.
Guardare a se stesso e all’umanità senza mai separare la pietà dall’ironia. Perché ci vogliono tutte e due. L’acrimonia da un lato e il pietismo dall’altro limitano la rappresentazione del mondo. Ma se l’ironia tempera la pietà e viceversa si crea uno sguardo ampio e magnanimo sul mondo. In letteratura, non è importante essere dei geni. E neanche fare soldi. Poi c’è chi ci riesce e va benissimo. Ma Carlo Emilio Gadda, ad esempio, non ha mai venduto tanto, ma è un gigante. Oppure pensi ai Duran Duran, che suonano ancora ma non se li fila nessuno. Eppure hanno fatto grande la musica. È il mondo che va così.

Quale settore dell’opera di Foster Wallace predilige?
Più ancora che da romanziere, lo adoro come saggista. È divertente: Oblio, Consideri l’aragosta, Tennis, tornado e trigonometria… sono libri immortali. Mettono il sapere di qualsiasi genere in rotta di collisione con la natura umana, con una generazione traviata, con i meandri più oscuri della psiche. Chi vuol fare il sociologo dovrebbe leggerli perché imparerebbe uno sguardo profondo sull’uomo. E poi Wallace è un grande intrattenitore.

Cosa intende per “intrattenitore”?
Non separa mai la narrazione dal pensiero, e mentre ti diverte ti dà anche delle conoscenze. Oggi si pensa che la letteratura debba dare forti emozioni, come se le emozioni fossero separate dalla conoscenza. Le faccio un esempio: un mio amico, comico teatrale, lavorando alla sceneggiatura di uno spettacolo, ha un’intuizione. Mi dice: «Scrivendo in questo modo di queste cose, “umanizziamo” la matematica». Pirla. La matematica è già umana perché conoscerla è emozionante.

Quindi David Foster Wallace “batte” Bret Easton Ellis?
Ellis non potrà mai scrivere una relazione come: Se questa è l’acqua. Non avrà mai la grandezza d’animo per farlo. Che sia un genio o meno, non conta. Conta solo ciò che parla concretamente al cuore delle persone. Ed è ciò che è riuscito a David Foster Wallace, con una sofferenza personale tale che non può non rendercelo amico.

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