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Vanno bene i corsi pomeridiani, «ma attenti a non “adultizzare” i bambini»

ottobre 5, 2014 Elisabetta Longo

Secondo l’Istat i nostri figli hanno una fitta agenda di impegni dopo la scuola. Intervista alla psicologa Vittoria Maioli Sanese: «È l’esito della mancanza della famiglia»

Lunedì inglese, martedì nuoto, mercoledì basket, giovedì calcio, venerdì di nuovo inglese e sabato mattina partita del campionato. L’agenda dei bambini di oggi è sempre più fitta di impegni. Lo testimoniano i dati dell’Istat: il 64,4 per cento dei bambini tra i 6 e 10 anni (scuola elementare) frequenta un corso dopo la scuola e, di questi, il 30,8 per cento è inerente ad attività sportive. Fanno bene i genitori a cercare di accrescere in questo modo gli interessi dei più piccoli? Tempi.it lo ha chiesto a Vittoria Maioli Sanese, psicologa della coppia e del bambino.

Quanto c’è di buono e giusto nell’iscrivere i bambini a corsi nel tempo libero? 
È l’esito della mancanza della famiglia. Per carità, non c’è nulla di male a volere che il proprio bambino faccia qualcosa di salutare come ginnastica o impari l’inglese, ma è l’affollarsi dei corsi nei pomeriggi dei bambini che lascia trasparire la mancanza della famiglia. All’origine ci sono vuoti di relazione da riempire. Non c’è più la famiglia patriarcale, non si ha più una rete di cugini, di amici del vicinato con cui giocare, questi rapporti vanno sostituiti e creati a incastro. La famiglia è un soggetto individuale, il più delle volte chiuso in se stesso. E da questo l’appiglio ai corsi del tempo libero.

Quanto sono utili questi corsi?
Un tempo ci si affidava alla scuola per crescere i bambini. La scuola era una figura cardine, la famiglia era sicura che nelle ore scolastiche l’educazione del bambino fosse custodita. Oggi non è più così, la scuola è in crisi, quello che viene insegnato non viene ritenuto soddisfacente, e così si iscrivono i bambini a corsi supplementari. I bambini sono chiamati a essere super efficienti, anche più di quanto non vorrebbero. I genitori, purtroppo, sono costretti a orari lavorativi prolungati e ritengono sia meglio iscriverli a cinese o a nuoto, piuttosto che lasciarli a casa con una tata. Effettivamente, a parità di costi, il ragionamento ha una logica.

Anche i genitori hanno bisogno di questi corsi dopo scuola?
Così come i bambini fanno fatica a non avere più legami con parenti della stessa età o amichetti di quartiere, allo stesso modo succede ai genitori. Che trovano negli altri genitori, prima e dopo le lezioni, un modo per farsi nuovi amici, per condividere l’esperienza della genitorialità. Sono una risposta alla solitudine.

I genitori delegano ad altri l’educazione dei figli?
All’asilo nido le educatrici si prendono cura dello svezzamento, alla scuola materna insegnano come controllare gli sfinteri, liberandosi del pannolino, poi l’allenatore di calcetto insegnerà come obbedire agli ordini. Così in uno dei processi più importanti dell’apprendimento del bambino, quello dell’accettazione dell’autorità, si perde di vista la figura fondamentale. Agli occhi del bambino diventa quasi più importante quando apprende dall’insegnante di turno che dai suoi genitori.

Tra scuola, compiti e corsi del dopo scuola i bambini non hanno più un attimo per giocare.
La famiglia diventa il mezzo strumentale, il procacciatore di studenti, senza i soldi dei genitori non ci sarebbero le iscrizioni ai corsi. Che però non sono certo da demonizzare. Il problema non è cosa imparano, ma chiedersi se sia davvero necessario imparare tutti i giorni qualcosa di nuovo. Si vuole “adultizzare” i bambini, si richiede che loro abbiano un’agenda fitta ogni giorno, che siano competitivi con se stessi, nel caso di discipline singole, e con gli altri, nel caso di discipline di squadra. Sono gli adulti che li spingono a essere così, quando dagli spalti dei campetti amatoriali urlano ai loro figli “vai e spaccagli le gambe”, riferito a una partita tra pulcini. Si chiede ai bambini competenze da adulti, ma sono gli adulti stessi che dovrebbero chiedersi se loro, in primis, le hanno.

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24 Commenti

  1. Filomena scrive:

    “È l’esito della mancanza della famiglia, non c’è più la famiglia patriarcale, delegare l’educazione dei figli, autorità”
    E dopo si parla di linguaggio del pensiero unico e questo sfoggio di linguaggio da stereotipi di una famiglia che nessuno più vuole, come lo chiamate? Accusate la cultura odierna è voi fate lo stesso con termini dell’Ottocento.

    • Toni scrive:

      @ Cara Filomena
      Ci andrei piano sul fatto della famiglia “che nessuno vuole”. Diciamo che alla famiglia sono stata poste condizioni sociali che trasformano l’esistenza della stessa in una corsa agli ostacoli. La nefasta abitudine che i figli vengono delegati ad altri , per fini educativi, ha costo sociale di creare una parvenza di ciò che è una autentica cognizione dell’educazione, che non si basa solo nozioni, ma su un rapporto di comunicazione affettiva estranea per forza di cose, nonostante la buona volontà, a dagli “impiegati” stipendiati a tale ruolo. Un figlio non sarà mai ben educato se non ha buoni genitori che lo curano, che ci palano, che ci giocano… ponendolo a centro del proprio essere (cosa molto impegnativa per degli estranei).Il costo sociale ha effetti che sono sotto gli occhi di tutti (droga, bullismo, crisi di ogni tipo….)
      Tra gli “ostacoli” (ne trascuro alcuni… tipo l’organizzazione del lavoro) c’è la perversa convinzione, figlia del più deleterio femminismo (malsano e sciocco) , che le donne che scelgono di essere “madri”, sono per forza di cose succube di un potere ,maschile autoritario…. e delle “fallite”. La scelta consapevole è scartata, e se la si tiene in conto è per usarla come strumento d’offesa , denigratorio, con riferimenti ad una ebete “famiglia da mulino bianco”, ad un ancor cedevole “angelo del focolare” o inutile “cambia pannolini”. Su questa cognizione base ne deriva che è solo la donna in carriera ad essere una donna di successo, anche se ciò è a dispetto della stesa esperienza che vede spesso le “riuscite” donne secondo tale criterio… perfettamente infelici (ma non bisogna dirlo forte). Cara Filomena… i conti si fanno all’ultimo nella vita… si diventerà vecchi … contaci!

      • Toni scrive:

        @ Filomena,
        dimenticavo! Il “pensiero unico”, non è espressione delle opinioni che si esprimono in un sistema liberale. Il “pensiero unico” si ha quando lo Stato, prende parte, e le “opinioni” le valuta e le vuole “per forza” cambiare. Il favore a tale obbrobrio è stato espresso più volte da te e da amici tuoi, quando vogliono imporre corsi di “rieducazione” su ciò che è giusto o meno pensare. Tu sei per il “pensiero unico”.

      • Filomena scrive:

        Senti Toni, è come se tu per giustificare la tua idea di famiglia potessi tranquillamente sorvolare al ruolo ingiusto che fino alla riforma di famiglia, veniva assegnato alle donne. E te la cavi dicendo ma in fin dei conti ci sono donne che scelgono liberamente questo ruolo tradizionale (come se certi condizionamenti e retaggi storici non influenzerebbero certe “libere scelte”) e non casco nel giochetto: ma sarai vecchia anche tu e avrai bisogno! Quel tipo di famiglia patriarcale a cui tu ti ispiri non esiste più per fortuna. E questo non significa fare l’arrivista sul lavoro anche se rispetto a questa accusa, quando riferita agli uomini è sicuramente molto più tollerata. La destrutturazione dei ruoli in famiglia tra uomo e donna passa attraverso la dignità delle persone e se questo fa perdere una serie di privilegi dell’uomo che rappresentava l’autorità, bene ce ne faremo una ragione. È proprio questo concetto di autorità che nella famiglia di oggi si é giustamente trasformato in autorevolezza e che vede protagonisti alla pari uomini e donne nella cura ed educazione dei figli in ruoli intercambiabili.
        Credimi la società va avanti ugualmente e i fenomeni di bullismo ma soprattutto quelli di violenza domestica non sono legati alla “democratizzazione” della famiglia, ma dal fatto che gli uomini non vogliono cedere il potere e i privilegi che avevano in passato. All’idea di possesso nei confronti dei membri della famiglia in particolare delle donne. E questa é soprattutto una caratteristica tutta italiana.

        • Filomena scrive:

          Influenzato e non influenzerebbero. Chiedo scusa per il grossolano errore

          • Toni scrive:

            Non so se il mio post di risposta è in moderazione (mi è comparso un bad gataway).
            Segnalo inoltre che spesso quando clicco su “Rispondi” si aprono pagine assurde (assicurazioni, agenzie di viaggio, Google business, ecc) . Altri hanno lo stesso problema?

            • giovanna scrive:

              Caro Toni, meno male che capita anche a te ! Nel senso che pensavo di aver beccato un virus !

          • Toni scrive:

            Cara Filomena, il tuo “Senti Toni”, mi sa di rimprovero…. , ma per me, resta, che non ci siamo con il tuo ragionamento, è poco convincente per due ordini di motivi: Presenta la stessa dinamica che utilizzano tanti per argomentare (furbescamente) quando (per esempio) vogliono giustificare la propria avversione alla Chiesa (con una sorta di “c’era una volta”) tirando in ballo le Crociate o altre cose.
            Le responsabilità sono sempre personali, ed oggi non puoi addebitare qualcosa a qualcuno in nome di ciò che è stato la storia (del resto tu ti tiri fuori veementemente quando accusano il movimento femminista di atrocità e/o idiozie culturali ) .
            In secondo luogo presuppone che “necessariamente” chi non la pensa come te (uomini e donne) che convintamente ritengono che i rapporti non sono necessariamente espressione di dominio, è “per forza” vittima di un “retaggio” di condizionamenti. Come dire… solo tu hai ragione e le cose sono andate solo per come sostieni tu. Ignori spacciatamente che la verità di una cosa non è mai contenuta in un singole elemento. E così ritorniamo al punto di partenza… “il pensiero unico”, il tuo lo è.
            Detto ciò CONFERMO nulla impedisce o vieta che una donna ha lo stesso identico diritto di essere madre e non “lavoratrice” e questa sua decisione non solo e non merita dileggi da chicchessia, ma ha diritto ad un riconoscimento sociale.
            “E questa é soprattutto una caratteristica tutta italiana ciale.” , permettimi di dirmi che è il tuo capolavoro…. ed è una menzogna, la “democratizzazione” ben avviata in altri paesi “civili” (quelli che tu ami per i “diritti”) …produce molto più violenza rispetto alla nostra. C’è qualcosa che nei tuoi conti non torna… e non lo sai.

            • Filomena scrive:

              Ovviamente la responsabilità é personale e io non minimamente pensato che tu possa essere un violento, però sia pure animato da buone intenzioni ma il messaggio che trasmetti é discriminatorio e questo genera violenza anche se tu lo declini non necessariamente in un rapporto di dominio.
              In questo il tuo pensiero è pericoloso perché se tu cresci un figlio dicendogli che lui é quello che una volta sposato diventa il capofamiglia, che solo lui ha il diritto di dare il cognome ai figli, che magari fino a qualche anno fa anche la moglie deve rinunciare alla sua identità, è molto probabile che questi cresca con l’idea che lui rappresenta l’ordine e le regole, gli altri devono seguono le direttive. E questo anche se sei animato dalle più buone intenzioni. Certo non tutti diventano dei violenti ma l’idea che i ruoli sono diversi rimane. Ti potrebbe inoltre ricordare che, come dici tu a parti rovesciate l’uso di determinati termini evoca significati ben precisi. Dire che il rapporto tra uomo e donna è complementare e non vicendevole evoca l’idea che una delle due parti fa da complemento, da appendice non da parte pienamente paritaria. E guarda caso non si dice quasi mai che che l’uomo é complementare alla donna ma viceversa.
              Infine ti faccio presente che in Italia mediamente 120 donne all’anno vengono uccise e nel 70% l’assassino è il marito o il convivente quasi sempre per motivi di gelosia è di possessività.

              • Filomena scrive:

                Scusami ma ho scritto di getto e ho inviato senza rileggere come te…sei contagioso nella scrittura.

              • Toni scrive:

                Ogni pensiero e’ pericoloso se deformato dalle intenzioni.
                Non credo in niente di pericolo se il figlio riceve una educazione che non è circoscritta ad una pura nozione, ma in una esperienza che coinvolga l’intera sua personalità . A questo servono i genitori . Se mia moglie mi ha riconosciuto un tu olo questo non si traduce su lei in uno strumento passivo di dominio. Ma il tutto è’ finalizzato ad uno scopo che entrambi perseguiamo. Ed in questo concetto rientra anche l’idea che ognuno fa quello che sa fare meglio….e spesso , su altre cose, sono io che seguo.
                Per quanto riguarda la violenza ti sbagli …. certi civilissimi ci battono anche nel femminicidio.
                Scrivo con cellulare. … credo che ho scritto bene ….. credo.

              • Toni scrive:

                Sono pure qua …. moderato

          • Toni scrive:

            Non sono questi i tuoi “grossolani errori” questi sono “fiori nei campi a primavera” rispetto a …….. ….In ogni caso ti ho risposto al “Senti Toni ….” ma la moderazione è attenta (e mi pare giusto).

  2. Valentina scrive:

    Io sono favorevole a questo tipo di educazione. I bambini che, oltre ad andare a scuola, svolgono altre attività imparano a stare insieme agli altri, anziché sotto la gonna della mamma, imparano a socializzare, sviluppano al meglio la loro personalità e i loro talenti, si interessano a qualcosa di nuovo, sono più aperti e curiosi… Insomma, è un modo sano di crescere, di gran lunga preferibile alla situazione di chi, tornato da scuola, si limita a fare i compiti e a studiare per l’indomani e poi passa il resto della giornata chiuso in casa, tutto solo, buttato davanti alla televisione a mangiare schifezze e ingrassare. No, meglio abituare i bambini a uscire di casa, a stare con gli altri, a buttarsi coraggiosamente nella realtà che si trova fuori dalle mura di casa e a sviluppare anche un sano spirito competitivo. Perché è questo che la società di oggi richiede ai nostri ragazzi: essere aperti, curiosi, socievoli, intraprendenti e competitivi. Nel mondo di oggi non c’è spazio per i mammoni timidi e impacciati, cresciuti nell’ambiente protettivo, confortante e chiuso della loro famiglia.

    • yoyo scrive:

      Un po di corsi vanno bene, ma qui li stiamo sclerotizzando. E quando potranno fare solo i bambini, giocare? Si fa amicizia soprattutto nel tempo libero, nel libero incontrarsi. E poi stare un po coi familiari è poi così nocivo?

      • Valentina scrive:

        “Fanno i bambini”, giocano e fanno amicizia proprio mentre svolgono quelle attività che li fanno stare con altri bambini e che sono adatte a loro: i genitori iscrivono i figli, per esempio, a un corso di nuoto o di musica per bambini, non ad attività per adulti. Così i bambini “fanno i bambini”, giocano, fanno amicizia, si divertono e soprattutto crescono in modo sano. Con i genitori si rtitrovano alla fine della giornata, quando anche loro sono a casa. Durante il giorno i genitori sono al lavoro e molti hanno il rientro pomeridiano: tenere i figli in casa servirebbe soltanto a lasciarli soli davanti alla televisione, non starebbero comunque con i genitori, visto che sono al lavoro. No, per me ribadisco: meglio abituare i bambini a uscire di casa, a stare con gli altri, meglio creare per loro impegni sani e utili a una crescita equilibrata. So per esperienza che questo è il modo migliore di allevarli. Ne sono realmente convinta.

        • saras scrive:

          Io sono una mamma a casa,con quattro bambini di cui una neonata, una in prima elementare e due alla scuola materna. Li vado a prendere a scuola tra le 12 e le 12.30 e poi sono tutto il pomeriggio a casa. Ognuno dei 3 più grandi ha un’ora di corso pomeridiano a settimana (musica e danza, per ora). Direi che è più che sufficiente, a quell’età, e di certo è un di più, non indispensabile. Per il resto stanno a casa. No, non davanti alla tv a ingozzarsi di patatine. Mangiano a casa, poi ascoltano storie, giocano (e litigano) in giardino o in casa, tra di loro per lo più, o coi vicini o da soli, leggono libri, disegnano, fanno i compiti, fanno merenda… poi sì, a sera, dopo aver messo a posto, essersi lavati e messi in pigiama, allora tv, mentre io cucino. Io li seguo più o meno da vicino, leggo qualche storia, faccio con loro qualche lavoretto, magari un giro fuori ma spesso faccio anch’io le mie faccende e sto dietro alla piccolina. Addirittura il sabato mattina facciamo scuola d’italiano (viviamo all’estero).E’ una giostra, per me! Di certo non mi annoio né mi sento una fallita: li vedo crescere, mi diverto con loro, e anche se arrivo esaurita a fine giornata mi ripeto che sono fortunata ad avere questa possibilità, e loro anche: i figli li abbiamo fatti, e ce li cresciamo noi. Neppure loro si annoiano, non stanno attaccati alla mia sottana, sono ben integrati a scuola, hanno un sacco di amici e di interessi, sono vivaci e apertissimi-fin troppo- agli altri,estranei compresi. Quello che voglio dire è che il contrario di bambini sempre ai corsi non è bambini tonti sotto l’ala di mammà! Grazie a Dio non sono stressati, giocano e giocano, il più filosofo dei 4 a volte guarda per aria e fa bene a perdere il suo tempo così,libero, non intruppato. Questa è la mia esperienza e credo non sia l’unica del genere.

        • saras scrive:

          Io sono una mamma a casa,con quattro bambini di cui una neonata, una in prima elementare e due alla scuola materna. Li vado a prendere a scuola tra le 12 e le 12.30 e poi sono tutto il pomeriggio a casa.

          Ognuno dei 3 più grandi ha un’ora di corso pomeridiano a settimana (musica e danza, per ora). Direi che è più che sufficiente, a quell’età, e di certo è un di più, non indispensabile. Per il resto stanno a casa.
          No, non davanti alla tv a ingozzarsi di patatine.
          Mangiano a casa, poi ascoltano storie, giocano (e litigano) in giardino o in casa, tra di loro per lo più, o coi vicini o da soli, leggono libri, disegnano, fanno i compiti, fanno merenda… poi sì, a sera, dopo aver messo a posto, essersi lavati e messi in pigiama, allora tv, mentre io cucino.
          Io li seguo più o meno da vicino, leggo qualche storia, faccio con loro qualche lavoretto, magari un giro fuori ma spesso faccio anch’io le mie faccende e sto dietro alla piccolina. Addirittura il sabato mattina facciamo scuola d’italiano (viviamo all’estero).
          E’ una giostra, per me! Di certo non mi annoio né mi sento una fallita: li vedo crescere, mi diverto con loro, e anche se arrivo esaurita a fine giornata mi ripeto che sono fortunata ad avere questa possibilità, e loro anche: i figli li abbiamo fatti, e ce li cresciamo noi.
          Neppure loro si annoiano, non stanno attaccati alla mia sottana, sono ben integrati a scuola, hanno un sacco di amici e di interessi, sono vivaci e apertissimi-fin troppo- agli altri,estranei compresi.
          Quello che voglio dire è che il contrario di bambini sempre ai corsi non è bambini tonti sotto l’ala di mammà!
          Grazie a Dio non sono stressati, giocano e giocano, il più filosofo dei 4 a volte guarda per aria e fa bene a perdere il suo tempo così,libero, non intruppato. Questa è la mia esperienza e credo non sia l’unica del genere.

        • giovanna scrive:

          L’alternativa dell’articolo non è tra stare da soli tutto il pomeriggio davanti alla televisione, o uscire
          per i vari corsi. Si ricorda semplicemente che questi corsi suppliscono alla solitudine odierna.
          Da piccola io non avevo assolutamente la necessità di andare a qualche corso per socializzare
          ( anche se ci andavo lo stesso, perché mi piaceva moltissimo la musica e andavo ai corsi di nuoto ) , perché bastava che aprissi la porta e trovavo amiche e amici per giocare dopo i compiti.
          Ora non è più così, e sono d’accordo che questo costituisca una mancanza sia per i figli che per i genitori. E’ una semplice constatazione.
          Il discorso noiosissimo su ruolo maschile o femminile c’entra poco o niente.
          E’ più una questione di visione della vita e della famiglia.
          Ma si sa, la lingua batte dove il dente duole !

  3. Filomena scrive:

    Influenzassero e non influenzerebbero. Chiedo scusa per il grossolano errore

  4. Giac9mo scrive:

    Io non ho ancora figli, mi sposo il prossimo maggio. Non so nulla di cosa significa avere figli. Penso che li mandero’ a nuoto, gli faro’ fare quello che gli piacera’ fare. Ma cerchero’ di stargli vicino il piu’ possibile. Un bimbo non ha bisogno solo di vestiti, di cibo o di chissacosa… ha bisogno dei suoi genitori. Spero di poter stare con i miei figli piu’ tempo possibile!!

  5. Alessio scrive:

    L’articolo è indubbiamente interessante, ma sarebbe utile tener conto del fatto che fino ad alcuni anni fa i bambini venivano trattati come piccoli adulti. Era sbagliato, certamente, ma ora siamo all’estremo opposto: è risaputo ormai da anni che trattare i bambini come piccoli idioti (ovvero come fanno la maggior parte dei genitori, a volte troppo coccolosi e apprensivi) impedisce loro una corretta crescita. Adesso c’è il fenomeno del web e della tecnologia, ai figli si danno pc e tablet per sostituire sia le carezze sia le sberle.
    Sicuramente, è meglio riempire l’agenda di un figlio e fargli fare qualcosa di utile, piuttosto che dargli un tablet o non poterlo accudire come si deve.

    • yoyo scrive:

      Sarebbe bene che quella agenda fosse riempita con una ratio, come mi sembra dal esempio di Saras. Io non sono contario ai corsi pomeridiani, ma mi semvra che tsnte famiglie stiano affogando i figli di impegni, mentre una parte fondamentale della infanzia è la spontaneità.

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