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Non è con la volontà che si esce dalla disperazione, ma grazie a un abbraccio

febbraio 24, 2016 Aldo Trento

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Caro padre Aldo, combatto da quattro anni con la bulimia. Per me è la sofferenza più grande della vita e inizio a pensare di non poterne guarire. Sono seguita da medici, psicologi, nutrizionisti, psichiatri. Ne ho cambiati tanti di questi esperti, ma il risultato non cambia. (…)

Ci sono giorni nei quali percepisco che la vita per quanto drammatica è il dono più grande che ho e che non posso perdere una sola cosa, un solo granello di tutto questo, dalle foglie che cadono dagli alberi al sole, al mio moroso, alla mia famiglia, ai miei amici… poi puntualmente sento il vuoto dentro… Il vuoto della vita, un vuoto che non riesco a colmare e che non riesco a gestire tanto è grande, tanto mi ferisce.

E allora c’è il cibo, pronto a riempirmi, pronto a farmi illudere di poter bastare. E mangio fino allo sfinimento, fino a esplodere per poi vomitare tutto. Tutto, compresa la mia voglia di vivere, la mia voglia di lottare (…). E in questi momenti ho una voragine, passo i giorni a letto: io, il mio letto e il cibo. E non riesco a rialzarmi perché mi faccio schifo, sono arrabbiata perché Lui mi ha messo questa roba gigante dentro e io non ho le forze, non riesco a portare la croce che mi chiede di tenere. (…)

Ho bisogno di avere la certezza che Lui mi ami così, e che io stessa posso amarmi anche per questa roba che ho, per questo schifo. (…) Oggi leggevo un tuo articolo in cui dici che il dolore è stata la risorsa più grande (…).
Marta

Tutte le volte – e sono tante – che ricevo queste mail mi viene la pelle d’oca. Tempo fa ho ricevuto una lettera in cui mi si diceva: «Devi lottare contro certi pensieri o ossessioni perché oltre che far male a te, fai male a chi ti sta vicino». Una cosa che mi ha irritato perché disumana. Guardando la mia storia, sono uscito sempre perdente da questa lotta tra volontà e ossessioni. Vedendomi incapace di controllare la mia mente, vivevo come scrive Marta.

L’imperativo “devi” dell’amico o il “non riesco” di Marta genera solo rabbia e disperazione quando uno scopre la sua impotenza. Nel Senso religioso don Luigi Giussani ricorda una novella di Thomas Mann, Il piccolo signor Friedemann. Il protagonista è il quarto figlio di una ricca e nobile famiglia tedesca. Una disgrazia gli ha impedito uno svilupo normale: è nano, gobbo e gravemente rachitico. Con il passare degli anni, rendendosi conto della sua condizione sviluppa una grande forza di volontà che gli permette di raggiungere un equilibrio totale. La gente lo stima ma nessuno lo ama. Lui ha tutto sotto controllo. Una sola cosa, la più importante, gli è sfuggita: la possibilità di innamorarsi. Quando questo accade, entra in crisi tutto l’ordine che è riuscito a raggiungere con la sua volontà. Un folle innamoramento non corrisposto trasforma il piccolo signor Friedemann in un freddo suicida.

Un grido che fa tenerezza
Tutti sappiamo cosa dobbiamo fare, ma la nostra volontà è impotente. L’imperativo “devi” è ciò che di più disumano esiste. San Tommaso d’Aquino diceva che «la vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione». È solo l’incontro con un volto o con dei volti in cui brilla la presenza del Mistero a muovere la libertà dell’uomo. Non è con la forza della volontà che una persona riesce a risalire dal baratro della depressione, della bulimia o della anoressia.

È drammatica e dolorosa l’impotenza che sperimentiamo: «Passo i giorni a letto: io, il mio letto e il cibo». Chi può comprendere questa impotenza se non un altro che ha vissuto questa disperazione? Nel mio caso solo don Giussani con la sua genialità umana ha colto e abbracciato questa mia impotenza e mi ha tenuto per mano, come fa la mamma con il suo bambino per insegnargli a camminare.

Nel nostro ospedale arrivano spesso pazienti con problemi di tipo psichiatrico. Non è facile avvicinarmi, perché a volte cercano anche di aggredirmi. Mi fanno tenerezza, perché nel loro delirio gridano “mamma”. Cercano la mamma. Manifestano un tremendo bisogno di tenerezza. Per cui, come la goccia che cade rompe la pietra, così se mi avvicino piano piano e fedelmente, non solo non reagiscono più come al loro arrivo, ma lasciano che dia loro la mano, regalandomi a loro volta un sorriso.

Eugenio Borgna e don Giussani ricordavano che l’unico metodo per uscire o contenere queste crisi è quello dell’abbraccio. È ciò che desidero per te, insieme a tanta pazienza.
paldo.trento@gmail.com


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