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Tra realismo autocritico e pensiero metafisico, Roma accoglie Salvador Dalì

giugno 11, 2012 Mariapia Bruno

Visionario, pazzo, surreale, onirico, paranoico: quando si parla di Salvador Dalì  (1904-1989) non c’è aggettivo che tenga. D’altronde come si può definire un uomo che è stato soprattutto un personaggio – interprete di se stesso nella sua egocentrica, presuntuosa eppur virtuosa personalità -, che ha regalato, a chiunque ne osservi le tracce, un sentimento di stupore misto a meraviglia e a volte orrore? Pittore, scultore, cineasta, scrittore, spagnolo e complicato, Dalì è famosissimo per quel suo baffetto all’insù che sfida la forza di gravità, per quegli orologi molli che prendono in giro la nostra corsa contro il tempo (dimostrandoci quanto – in realtà – il tempo sia un concetto assolutamente relativo), e per quelle composizioni a prima vista incomprensibili, dove sotto quei cieli, a volte tersi a volte neri, prendono vita storie fisiche e metafisiche.

Queste fantastiche creazioni non sono altro che il frutto di una ben riuscita e labirintica auto-psicoanalisi, come è evidente nell’opera Autoritratto molle con pancetta fritta (1941), una delle più importanti della mostra romana Dalì. Un artista. Un genio, visibile fino al 1 luglio al Complesso del Vittoriano a Roma. Qui il viso sciolto, la cui mollezza è associata dall’artista al formaggio camembert mangiato la sera prima, è sorretto da alcune stampelle, immagine che ritroviamo spesso nelle sue opere e che rappresentano il dualismo dell’essere umano, composto sia di corpo – un corpo che è destinato inevitabilmente a liquefarsi come la maschera in primo piano –  che di anima. E le formiche che mangiano la pancetta? Quelle non sono altro che un’allusione al cannibalismo “castrante” del padre che, cieco di dolore per la perdita del primogenito (Salvador è stato concepito dopo la morte del fratello), non si è forse mai reso conto del talento del secondo che, a detta di molti, si è rivelato un vero e proprio genio.

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