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I miei soldi. La scommessa dei Pir: prodotto sicuro per le famiglie?

febbraio 21, 2017 Mariarosaria Marchesano

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Con la legge di stabilità per il 2017 è stato introdotto in Italia un nuovo strumento di investimento per le famiglie e i privati. Si chiama Pir (Piano individuale di risparmio) e ha la particolarità di essere stato ispirato da un obiettivo di politica economica positivo come quello di sostenere le piccole e medie imprese del made in Italy. Attraverso questo strumento, che gode di un potente incentivo fiscale (sui Pir non si pagano tasse se i soldi sono accantonati per più di 5 anni), il governo tenta di convogliare il risparmio privato verso quel sistema produttivo che rappresenta l’orgoglio nazionale, fatto di produzione di abbigliamento e accessori, mobili, design, arredo, ma anche high tech ed elettronica. Si tratta per lo più di aziende quotate a piazza Affari, ma non di grandi dimensioni e bisognose di risorse finanziare per svilupparsi e crescere sui mercati internazionali.

Le condizioni poste sono che non si può investire una somma superiore a 30 mila euro all’anno per un totale di 150 mila euro suddiviso in un quinquiennio. Da quel che si sa, l’industria del risparmio gestito è già al lavoro per confezionare prodotti (fondi d’investimento) che abbiano come paniere titoli di queste società e presto assisteremo a campagne di lancio dei primi Pir. Ora, la domanda è se questi strumenti possono rappresentare un’opportunità soprattutto in una fase in cui i rendimenti dei titoli di stato sono tanto bassi.

Tempi lo ha chiesto a un consulente indipendente come Claudio Grossi, responsabile del settore investimenti di Progetica (società che si occupa di educazione e pianificazione finanziaria). “Credo che con troppa disinvoltura i Pir siano stati presentati come una grande opportunità d’investimento”, dice Grossi, “ma bisogna sapere che si tratta di un’opportunità di tipo speculativo, poiché non è detto che si recuperi il capitale investito. Occorre, dunque, ponderare attentamente la scelta sulla base delle proprie disponibilità e dei propri bisogni”. Grossi ne fa soprattutto una questione di metodo.

I principi di base dell’educazione finanziaria, tema su cui c’è grande attenzione anche da parte del Parlamento che ha appena approvato una legge in materia nell’ambito del decreto risparmio (vedere inchiesta sul prossimo numero di Tempi in edicola giovedi 23 febbraio), suggeriscono di rispettare sempre la diversificazione del rischio, cioè mai tutti i risparmi su un prodotto solo. “Il problema è che questi fondi sono, al contrario, costruiti per puntare su un unico tipo di asset il che ne fa strumenti basati su una scommessa di mercato”, spiega Grossi. Un altro fattore importante da valutare è la durata: “Quando investo mi devo sempre chiedere qual è l’orizzonte temporale coerente con i miei obiettivi. Concludendo, posso puntare sui Pir solo se sono pronto ad accollarmi una certa dose di rischio e se sono certo che non avrò bisogno di quei soldi per almeno cinque anni, che è il lasso di tempo richiesto per ottenere il beneficio fiscale. Altrimenti non ha senso”.

Foto da Shutterstock

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