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Soldi / Pir, attenti alle commissioni

settembre 5, 2017 Mariarosaria Marchesano

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Creati e sponsorizzati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, promossi a tutto spiano da banche, promotori finanziari e fondi d’investimento, osannati, con rare eccezioni, dai media. Sono i Pir, piani individuali di risparmio, il prodotto finanziario più “cool” del 2017, l’anno dei rendimenti negativi dei titoli di stato. Ma sono davvero così convenienti? In teoria, lo sono perché offrono un potente incentivo fiscale che dovrebbe assicurare un rendimento soddisfacente a chi li sottoscrive, a condizione che sia disposto ad aspettare cinque anni. Nella pratica, però, questo non è sempre vero a causa delle esose commissioni applicate dai gestori e che non sempre sono visibili agli occhi dei risparmiatori.

L’euforia dei primi mesi, alimentata dal successo popolare riscosso dai Pir che hanno raccolto da marzo ad oggi oltre 5 miliardi di euro di risparmio degli italiani contro una prima previsione di 1,8 miliardi (ma pare che per fine 2017 la raccolta potrebbe arrivare a 10 miliardi di euro), sta andando scemando con l’emergere delle prime analisi che stanno sollevando dubbi su questo prodotto finanziario. Non che si siano fermate le campagne promozionali. Anzi. Le banche continuano a proporre i Pir ai clienti in modo spinto, anche perché le uniche perplessità sollevate fino ad oggi dai mezzi di informazione sono legate ai rischi di un’eventuale bolla speculativa dovuta alla crescita fuori controllo delle quotazioni dei titoli in cui i Pir investono e quasi mai al peso eccessivo dei costi accessori. Costi che possono arrivare ad erodere il beneficio fiscale previsto dal legislatore, motivo per cui vale la pena ribadire la regola che quando si decide qualsiasi forma di investimento finanziario occorre sempre farsi dire con esattezza a quali spese si va incontro.

Va precisato che i Piani individuali di risparmio sono destinati a investire esclusivamente in società quotate in Borsa e con una percentuale obbligatoria (pari al 20% del totale) da allocare sulle piccole e medie imprese. Aspetto quest’ultimo che ha reso i Piani individuali di risparmio uno strumento affascinante poiché sono stati percepiti (e venduti) come un modo per sostenere il made in Italy di piazza Affari. Il che è anche vero e può essere un obiettivo condivisibile. Però strada facendo ci si accorge che c’è qualcosa che non va. Una recente e dettagliata analisi pubblicata da BeeBeez, sito specializzato in investimenti finanziari alternativi di cui è media partner Milano Finanza, passa al setaccio spese correnti e commissioni di sottoscrizione dei Pir prendendo come fonte i dati di Morningstar, società internazionale di ricerca e investimenti indipendente. Ebbene, ne emerge un quadro molto meno roseo rispetto a quello prospettato all’opinione pubblica fino ad oggi.

L’analisi è di Raffaele Zenti, co-fondatore di AdviseOnly, società fintech italiana ed è anche membro indipendente del board di Fondaco Sgr, società indipendente di gestione del risparmio. Viene messo in evidenza che, in diversi casi, oltre a commissioni di gestione e d’ingresso, i Pir presentano commissioni di performance (calcolate variamente). Qualche prodotto presenta anche costi legati al disinvestimento prima dei 5 anni (che si vanno ad aggiungere alla perdita del beneficio fiscale, con relativa mora, che è previsto dalla normativa).

Secondo Zenti, dunque, quello che emerge è un quadro di prodotti Pir mediamente costosi per i risparmiatori e in alcuni casi si arriva a raggiungere circa il 4% tra commissioni e spese correnti. Per contro, va detto che non sempre le commissioni di sottoscrizione vengano applicate, essendo per lo più a discrezione del collocatore che spesso decide di “scontarle” al cliente. Ma qual è la commissione giusta, quella che consentirebbe a chi investe di godere dei rendimenti sperati alla fine dei cinque anni? Zenti afferma che le differenze tra i singoli prodotti sono enormi e che il Pir medio italiano, per essere interessante, ha bisogno di un rendimento lordo annuo del sottostate pari ad almeno il 3%.

Sarebbe opportuno, in sede di sottoscrizione, farsi fare tutti i calcoli (proiezioni sul rendimento atteso atteso al netto di tutti i costi) prima di decidere di investire.

Foto da Shutterstock

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