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Li amo perché esistono. Così sto davanti ai miei malati

giugno 23, 2012 Aldo Trento

Caro padre Aldo, quest’estate ho partecipato a un incontro in cui si diceva che la carità è un avvenimento e non un sentimento. Vorrei che mi aiutassi a capire meglio questa bellissima affermazione, partendo dalla tua esperienza personale. 
Lettera firmata

Don Carrón durante la giornata di inizio anno di Cl, ha ricordato una lettera in cui don Giussani scriveva ad Angelo Majo: «Un po’ di sere fa, pensando, ho scoperto che l’unico amico mio eri tu». E perché lo considera amico? Perché «quella vibrazione ineffabile e totale nel mio essere di fronte alle “cose” e alle “persone” non riesco a captarla se non nel tuo modo di reagire». Don Carrón commenta: «Tra le tante cose a cui don Giussani poteva guardare per identificare chi gli era amico, quale indica? Ancora una volta ci spiazza: non una intelligenza particolare, non una capacità di dominare il suo pensiero, non una coerenza etica da ammirare, ma la “vibrazione ineffabile e totale” davanti all’essere, che lui coglie nel modo di reagire del suo amico».

In questa vibrazione consiste la carità come Avvenimento, vibrazione per il fatto che la realtà esiste, che esisto, che le persone esistono. Questa esperienza ha cominciato a convertirsi in carne il giorno in cui don Giussani mi ha abbracciato. Da quel giorno, anche nei miei momenti di maggiore confusione, questa vibrazione non è mai diminuita grazie a volti ben precisi, con nomi e cognomi nei quali questa vibrazione è evidente, palpabile. Infatti, si è convertita nello strumento di cui l’Essere Assoluto si è servito per mostrare al mondo in forma concreta la sua presenza, la sua carità. Nell’alzarmi al mattino il primo sentimento che provo è quello di riconoscere immediatamente l’essere: io esisto, padre Paolino esiste, padre Oscar esiste, padre Daff esiste. Questa coscienza è la prima ragione forte che mi unisce a ognuno di loro e a tutti. L’unica cosa che importa non è la simpatia o l’antipatia, ma il fatto che loro esistono. Questo è l’inizio della casa come luogo dell’essere. Se la vibrazione dell’essere è la prima reazione dopo essermi svegliato, la seconda è guardarmi, guardarli e guardare tutto con il cuore, sapendo che tutti e ognuno sono «Tu che mi fai». In questa posizione non è eliminata la fatica del temperamento o il modo di essere di ciascuno (la nostra casa è un “circo” in cui si trova di tutto), ma tutto questo non può non rientrare nella vibrazione dell’essere, perché io esisto, Paolino esiste, Oscar esiste, Daff esiste ed è questa la commozione che mi muove e rende possibile ciò che è impossibile.

Prova a pensare cosa significa vivere commossi guardando l’essere, o quello che esiste, nella certezza che tutto è frutto del Mistero!

Al contrario, che senso avrebbe la vita di Víctor, il piccolo ricoverato in stato di coma dalla nascita, o la vita del mio figlio adottivo Aldo, totalmente deformato dalla testa ai piedi? Cosa mi permette di vivere commosso e in adorazione davanti a queste ostie bianche se non il fatto che esistono e che Dio le sta facendo in ogni momento? Víctor è lì. Anche Aldo. Riconoscere che esistono è la prima e più grande forma di carità, la carità come avvenimento. Ma questa posizione (continuazione di quello che Dio dice nella Genesi, dopo aver creato le cose, «e vide che era cosa buona» e dopo la creazione dell’uomo «e vide che tutto era cosa molto buona») sarebbe impensabile senza l’incontro con Cristo reso concreto per me nell’abbraccio di don Giussani. Solo se Cristo è ciò che ho di più caro nella concezione di me e nel modo di vivere tutto e di relazionarmi con tutto, questa vibrazione davanti all’essere è possibile e creativa. L’incontro con Cristo risveglia in me di tanto in tanto questa vibrazione, per cui il mio cuore si apre all’esistenza abbracciandola tutta. Allora la casa, come qualsiasi bambino vittima dei peggiori atti di violenza, non costituisce un problema da affrontare, ma l’Avvenimento dell’essere che ci rende tutti uno.

I problemi in casa e nella vita diventano obiezioni e non una possibilità, solo quando invece di partire dall’Essere, uno parte dall’aspetto fenomenico della casa o delle persone o quando guardandola non vede l’unità tra le persone della casa, tra l’Essere e la realtà. Cioè, quando non viviamo la realtà intensamente non comprendiamo la sua dimensione sacramentale, che è ciò che ci permette di adorare il paziente qualsiasi sia la sua situazione fisica o il lebbroso, o me stesso, o quelli che vivono con me.

Ti faccio alcuni esempi che descrivono questa posizione di fronte alla realtà. Alcuni giorni fa hanno abbandonato nel vialetto del centro anziani e mendicanti un ammalato di lebbra. Immediatamente le infermiere di turno lo hanno soccorso con tanta carità, ma si è manifestato un problema: nella residenza non c’era nessun letto libero. Dove metterlo? Mi hanno chiamato preoccupate, perché erano coscienti che non potevano abbandonarlo e scacciare lui e Cristo. Mi hanno chiesto: «Padre, cosa facciamo?». Senza pensarci neanche un secondo gli ho risposto: «Fate un letto nella cappella del Santissimo Sacramento e mettetelo lì». Quando sono andato a visitarlo, l’ho trovato avvolto in un lenzuolo bianco e pulito. Il suo corpo, profondamente deformato, con le stigmate della lebbra, coincideva con quella presenza viva nel Santissimo Sacramento esposto e ben visibile nell’Ostensorio. Alla sinistra di Gesù il lebbroso. Che commozione vederlo nella cappella in compagnia di Gesù Eucarestia e di san Damiano, il religioso che è morto di lebbra con i lebbrosi nell’isola di Molokai!

Gesù ha vissuto una grande familiarità con i lebbrosi e i Vangeli sono pieni di brani che raccontano il suo incontro con loro. Per questo, guardando Gesù, non posso non sentirmi immedesimato con la sua persona, sentirmi un privilegiato per il fatto di appartenere, in qualche modo, a quel popolo ammalato che Lo circondava. La scultura lignea che rappresenta l’apostolo dei lebbrosi mi ricorda ogni giorno il momento in cui sono stato chiamato da Gesù a offrirgli tutta la mia vita. Ero ancora un bambino delle elementari quando ho visto il film Molokai in cui il protagonista è padre Damiano. Tanta è stata la commozione che, finito il film, sono corso a casa e ho detto a mia mamma che volevo essere come padre Damiano, entrare in seminario per studiare e diventare missionario! Per me è stato un gran dolore quando il Rettore del seminario dei “Padri Canossiani” mi ha detto: «Toni (era il mio soprannome ) sei troppo piccolo per entrare in seminario e non c’è una stanza per te». Molto mortificato gli ho risposto, tanto grande era il mio desiderio: «Padre, se non ci sono letti posso dormire per terra». E adesso vedo compiuto il desiderio della mia infanzia. È stata una gioia il giorno in cui ho messo nella cappella l’immagine del Santo a lato del Santissimo Sacramento. Gioia diventata ancora più grande quando ho potuto far sdraiare in questa stessa cappella l’immagine viva di Cristo e di Padre Damiano: questo mio figlio lebbroso!

Questa è la posizione – che unisce il vivere con la vibrazione per ciò che esiste, e di conseguenza, vivere intensamente il reale, come affermava don Carrón durante la giornata di inizio anno – che sperimento contemplando il corpo quasi putrido di molti ammalati o con i bambini della casita di Belén. Bambini che hanno sofferto qualsiasi tipo di violenza. Quindi, come aiutarli a uscire dal tormento nel quale vivono? Come non lasciarmi determinare dalla vibrazione che molti di loro manifestano in modo brutale? Come non lasciarmi prendere dall’impotenza o come trasformare questa impotenza in abbraccio? Guardare loro per il solo fatto che ci sono, che stanno con me e quindi sono un dono per me, è una battaglia quotidiana. Cosa mi unisce a loro, cosa mi fa essere padre e accettare il loro modo di reagire, educandoli? Cosa mi impedisce di gettare la spugna anche quando questi poveri si ribellano con violenza e uno sente il desiderio di rimandarli nel luogo da cui sono stati abbandonati? Solo la nozione dell’essere, del fatto che esistono e che sono fatti in ogni istante da Dio.

Non posso guardarli senza vibrare con la stessa commozione che sentiva padre Damiano per i suoi lebbrosi. Guardarli in questo modo fa si che la relazione educativa acquisisca una libertà e una tenerezza sconosciute alla capacità umana. Per questo ogni giorno riprendo il cammino con una certezza granitica, offrendomi totalmente, cosciente del fatto che esiste una libertà che va rispettata, perché solo Dio conosce quali saranno i passi. È una libertà grande anche per me. La carità è un avvenimento e non un sentimento. Cioè una vibrazione della mia libertà di fronte all’essere e non un sentimento che cambia a seconda delle circostanze o dei temperamenti. Ti amo solo perché esisti. Amore è affermare l’esistenza dell’altro così come affermare che questo altro è relazione con il Mistero che lo crea in questo momento. La carità è l’affermazione dell’essere.

paldo.trento@gmail.com

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