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La coerenza editoriale (e le felici endiadi) dell’Osservatore Romano

marzo 16, 2013

L’Osservatore Romano letto da Antonio Gurrado
Anno CLIII n. 61 (46.305) – Edizione straordinaria di mercoledì 13 marzo 2013, ore 20:30
Direttore: Giovanni Maria Vian
Titolo: Annuntio vobis gaudium magnum HABEMUS PAPAM Georgium Marium Bergoglio qui sibi nomen imposuit Franciscum
Tipologia: Broadsheet
Periodicità: Quotidiano
Prezzo: € 1
Pagine: 8
Pubblicità: 0,1%
Costo di ogni pagina: 12,5 centesimi

Prima caratteristica dell’Osservatore è una sostanziale introvabilità in edicola che collima con una certa negligenza dei lettori. Quelli di Tempi, abituati a vederlo in allegato o in pdf, sanno bene che i contenuti effettivi del giornale vaticano non coincidono con la bolsa cronaca di fatti preteschi in salsa ottocentesca che la (scarsa) popolazione lettrice d’Italia si aspetta di trovarci. Anche i più pigri però, anche i più negligenti e pregiudiziali, s’incuriosiscono all’Osservatore quando viene eletto un nuovo Papa. La loro curiosità, purtroppo, resta sovente confinata alla confezione, cioè al collezionismo se non al pittoresco: il fregio multicolore che contorna la prima pagina (questa volta assegnato a Isabella Ducrot), il titolo in latino e la foto del nuovo eletto. Se fosse il caso di fermarsi qui, tanto varrebbe che l’edizione straordinaria venisse stampata sul monofoglio, come il volantino della pubblicità di una lavatrice, con l’annuncio e basta per far contenti gli italiani che quanto a superficialità non li batte nessuno; invece, se le pagine sono otto, ci sarà un motivo.

Mercoledì sera un’ampia maggioranza di italiani avrà guardato lo svelamento dell’identità del nuovo Papa fermandosi all’attimo e all’individuo, alla polemichetta sul Papa progressista o peronista, alla superficie della croce in ferro o del vescovo venuto dalla fine del mondo che saluta timidamente e chiede un favore prima di salire sul pullmino. Ci saremo divisi in favorevoli e contrari, tutti vaticanisti per un giorno o una settimana tutt’al più, prima di tornare alle faccende consuete e a dimenticarci di accendere il televisore al mezzogiorno della domenica per sentire cos’altro ha da dirci questo Papa Francesco. Siamo fatti così e temo che non ci sia verso di migliorarci. L’Osservatore Romano se non altro ci prova (non per niente viene percepito come giornale ospite nelle edicole, stampato all’estero, multilingue e italiano solo fino a un certo punto) e nell’edizione speciale di mercoledì scorso si produce in un mirabile esercizio di coerenza editoriale e dottrinale. Il quotidiano è strutturato in questo modo. In prima pagina, l’annuncio della nuova identità del Papa, ossia la notizia che il cardinale Bergoglio diventa Francesco, successore di Pietro. In ottava e ultima, la biografia di Bergoglio senza alcuna concessione alla retorica che trasuda dai quotidiani nazionali; asciutta quasi come, si potrebbe azzardare se non suonasse irriverente, una necrologia; tono che forse ha senso se si considera che, nonostante gli sforzi dei giornalisti patrii che scavano scavano nel passato del pontefice argentino, dal momento dell’elezione non c’è più il cardinale ma c’è Papa Francesco, l’uomo che è lì non in quanto avanzamento di carriera di Bergoglio ma in quanto successore di Pietro. Ed è per questo, non per la fretta di raffazzonare un’edizione straordinaria, che tutte le pagine interne del quotidiano sono dedicate alla figura di Pietro nei testi sacri, nell’arte, nella letteratura, nella storia e nella coscienza di un suo cerebrale successore quale Paolo VI. Sono queste pagine la vera biografia del nuovo Papa.

Si potrebbe  ravvisare una certa apparente ridondanza nella definizione dell’Osservatore, sotto la testata, come “giornale quotidiano politico religioso”. Giornale e quotidiano sono etimologicamente sinonimi anche se l’uso ha progressivamente distinto i loro campi semantici facendo sì che ogni quotidiano sia un giornale ma non tutti i giornali siano quotidiani. È grossomodo un’endiadi come la successiva coppia di aggettivi, “politico religioso”: siamo stati abituati per così tanto tempo allo sperpero della religiosità da parte di politicanti sedicenti cattolici (e da parte di taluni preti che confondono la politica con la demagogia) che ci siamo insensibilmente rassegnati al luogo comune secondo il quale i politici non devono fare sfoggio di religione e che i preti devono astenersi dal fare politica. Seguendo un cavourismo deteriore ci siamo dimenticati che la religione dev’essere necessariamente politica perché, etimologicamente, è quod religat, ossia ciò che lega insieme una comunità. Non si può essere cattolici in solitaria così come non si può dire con la coscienza pulita che se si pensa alle cose di lassù si può lasciare andare liberamente in malora l’ingranaggio in cui viviamo. Anche “politico religioso”, per nostra fortuna, è un’endiadi.

Menzione d’onore infine per il doppio motto in corsivo che affianca lo stemma vaticano. Unicuique suum ha goduto di pessima stampa in Italia grazie ai professionisti dello sciascismo, mentre è la chiave della giustizia retributiva sulla quale si regge la ragionevole fede in un Dio che nell’oltretomba punisce e ricompensa a seconda degli atti compiuti in questa vita. È un’ammonizione mitigata dalla consolazione che l’accompagna e che da centocinquant’anni continua a dire: qualsiasi cosa accada, state tranquilli, non praevalebunt.

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