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Intervista – Jagoda Buić racconta le sue opere uniche e irripetibili

novembre 29, 2013 Mariapia Bruno

Fino al 6 gennaio 2014 il Museo Revoltella di Trieste ospita la retrospettiva dal titolo Teathrum Mundi dell’artista, scenografa e regista dalmata Jagoda Buić. L’evento, che coincide con l’anno in cui la Croazia entra nell’Unione Europea, presenta una serie di pezzi rappresentativi del lavoro della versatile creativa – sculture monumetali tessili, composizioni in carta, collage, costumi teatrali – che risponde alle domande di Tempi raccontando con piacere del proprio operato.

Jagoda, come lei stessa ha affermato, con le sue opere tesse materialmente il passato per creare il presente. La sua scelta artistica affonda, infatti, le radici nelle tradizioni e nelle materie della sua terra d’origine, la cui essenza è già stata diffusa attraverso le sue creazioni nei musei del mondo che le ospitano. Cosa ci vuole raccontare attraverso di esse?

Le mie sculture tessili, oggi, sono diventate opere uniche e irripetibili perché, dopo la tragedia della guerra in Jugoslavia, non è più possibile ricomporre quel gruppo di donne slovene, croate, serbe, macedoni, montenegrine e musulmane, artefici e continuatrici di una tradizione primordiale e quotidiana – l’arte del tessere –  che hanno intrecciato a mano, sotto la mia guida sulle alture di Sjenica, gomene di navi con fili di juta, crini di cavallo, filacci di lino, dando così vita a una materia “altra” fatta di elementi che, del mare e dalla terra da cui provengono, ne mantengono e ne trasmettono la possenza e la forza arcana. E’ così che sono nate le mie sculture, che si compongono da forme che evocano miti e tradizioni ancestrali e che, al contempo, si collocano nella forma della contemporaneità. Nelle mie opere ho cercato di mantenere intatte la forza e la “sapienza” della mia terra, aspra e tormentata, ricca di storia e di bellezza, attraverso la valorizzazione delle tradizioni più profonde. Sono forme che, nei materiali, nei volumi, nelle strutture, affondano le radici nel mio mare, il mare Nostrum.

Lei ha esperienza nel mondo del teatro come costumista, scenografa e regista, ed è affascinante notare come gli elementi tipici di scena – come pannelli, volumi e panneggi – riprendano vita nelle sue opere. Quali sono gli oggetti del palcoscenico, o anche gli spettacoli teatrali, a cui si sente più legata o che la ispirano maggiormente?

Per quanto riguarda il teatro e le mie scenografie, non ho particolari predilezioni: è lo spazio il principale motore della mia ispirazione. Ogni volta è un viaggio, un’avventura dentro lo spazio che accoglie l’opera; le mie messe in scena hanno sempre tenuto conto del Genius Loci che influenza le mie progettazioni e indirizza le scelte dei tessuti. Il mio obiettivo è sempre stato quello di creare forme e scenari adeguati allo spazio che li accoglieva. Spazio che molto spesso era uno scenario all’aperto e di grandi dimensioni, come nel Re Lear nell’isola di Brioni o l’Amleto nella rocca di Dubrovnik. Per i costumi, i volumi e i panneggi, sono sempre stata guidata dal richiamo e dalla ricerca delle tradizioni,  come nella scelta dell’utilizzo di tessuti fatti a mano per le messe in scena, in quanto simboli della tradizione più antica del tessere.

Cosa ha preso dall’Italia e da Trieste in particolare?

Dall’Italia ho preso tutto, tutto quello che ho potuto approfondire della splendida cultura Italica e tutto ciò che ho potuto vedere, conoscere e apprezzare durante i miei viaggi. Tanto che ho deciso di vivere gran parte della mia vita a Venezia, dove tutt’ora risiedo a lungo durante l’anno. A Trieste, splendida città di frontiera, ho avuto l’opportunità di esporre il mio Theatrum Mundi ritrovando sulle rive della città quello stesso mare e quella stessa “bora” che soffia nella mia Spalato nativa. A Trieste devo un’accoglienza e un calore da parte del pubblico e della critica che mi ha fatto sentire “a casa mia”.

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