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Cos’hanno in comune Roberto Lassini e Russell Crowe?

aprile 20, 2011 Rodolfo Casadei

Come reagire ai danni irreparabili di un’odissea giudiziaria che ha i connotati dell’ingiustizia? C’è chi, come Roberto Lassini, ex sindaco di Turbigo incarcerato e spazzato via da accuse di peculato prima di poter dimostrare che erano false, mette fuori un manifesto con su scritto “Fuori le BR dalle Procure”; e c’è chi, come Russell Crowe nei panni di John Brennan in “The Next Three Days”, organizza l’evasione dal carcere della moglie ingiustamente condannata all’ergastolo per un omicidio che non ha commesso e la sua fuga all’estero. La differenza fra i due atti è che il primo appartiene alla realtà, il secondo alla finzione di un film. Un’altra differenza è che il secondo permette di ristabilire, nella forma della rappresentazione, un minimo di giustizia, il primo contribuisce all’entropia propria dell’ingiustizia con il suo eccesso di antagonismo.

Ma una cosa ce l’hanno in comune: entrambe sfidano la giustizia costituita, entrambe violano le regole, nell’intento di affermare una giustizia più profonda e più corrispondente alla realtà. Entrambe svelano la verità sulla giustizia istituzionale che i parrucconi – e non stiamo qui a fare il troppo lungo elenco dei loro nomi, che tutti abbiamo presente – fanno finta di non conoscere quando gonfiano il petto, alzano il sopracciglio e modulano la voce secondo accenti stentorei per stigmatizzare i Lassini di turno dall’alto della loro ipocrisia: le istituzioni sono fatte di persone, e le persone hanno pregi e difetti, virtù e vizi, cedono o resistono alle tentazioni, e così via.

L’espressione “fiducia nelle istituzioni” è quanto di più stolto o di più farisaico si possa pronunciare: a meritare fiducia, o sfiducia, sono sempre e solo le persone, mai entità astratte come “le istituzioni”, “la magistratura”, ecc. Possiamo dirla con le parole di Paul Haggis, il regista del film, personaggio piuttosto spinoso ma ricco di idee: «Non mi fido delle istituzioni, mi fido delle persone». Frase che riassume al millesimo il senso del film: la colpevolezza di Lara, la moglie di John Brennan, poggia su una montagna di prove che testimoni, polizia e laboratori scientifici accumulano con rigore e che giudici e giurie trovano inoppugnabili. Un solo essere umano è certo della sua innocenza contro ogni evidenza avversa: il marito, che fonda il suo giudizio non sull’analisi di fatti isolati, ma sulla conoscenza che viene dall’esperienza matrimoniale. Il criterio della certezza morale contro il criterio puramente quantitativo degli indizi numerosi e convergenti. La conoscenza che più si approssima alla verità passa attraverso l’affetto, non attraverso la fredda analisi dei fatti esercitata da chi si fa scudo del distintivo delle istituzioni.

Fidarsi (o anche non fidarsi) più delle persone che delle istituzioni naturalmente comporta un prezzo molto alto da pagare, che è l’ostracismo da parte delle élites anaffettive e di quella parte di società (a volte maggioritaria) che le élites riescono a condizionare. Solo chi ha patito ingiustizie simili alle sue può mostrare comprensione per l’errante Roberto Lassini, abbandonato anche dal suo partito, così come nella fiction pochissimi credono nelle ragioni di John&Lara, che dovranno trascorrere il resto della loro vita esuli in Venezuela. Lo spettatore può evitare il dilemma di investire la sua fiducia nella coppia di sposi oppure nelle istituzioni, perché la scena finale del film mostra come le cose sono veramente andate, cioè la successione di coincidenze sfortunate che incastrano Lara Brennan nel ruolo di colpevole che non le appartiene.

Ma “la società”, che nel film conosce solo le opposte versioni dei fatti, tenderà a continuare a credere alla montagna di prove raccolte dalla Procura piuttosto che alla protestata certezza morale di John Brennan. È un fatto: il mondo degli affetti e delle certezze morali che gli corrispondono è quantitativamente più piccolo e meno esteso del mondo dei rapporti impersonali, dei gelidi mostri istituzionali. È anche più debole? No, grida la saga di Russell Crowe, da “Il gladiatore” a “The Next Three Days” passando per “Cinderella Man” e “A Beautiful Mind”: il mondo degli affetti, quando è messo con le spalle al muro, finisce sempre per sconfiggere le potenze di questo mondo. Che si tratti del perverso imperatore Commodo o del dipartimento penitenziario e della polizia di Pittsburgh, del giovane e potente Max Baer dal pugno assassino o della viscida deriva della malattia mentale, un generale degradato a gladiatore o un mite insegnante di lettere, un vecchio pugile decaduto o un accademico schizofrenico possono sconfiggerli. Se al loro fianco c’è una donna, una famiglia o anche solo il ricordo durevole di essa (i cari defunti del generale Massimo). Perché la forza del mondo degli affetti è più potente della geometrica potenza delle istituzioni, delle patologie e dei pronostici (sportivi o di altra natura). Lunga vita a Russell Crowe, abbasso tutti i Gianfranco Fini del mondo.

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1 Commenti

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