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Ateo e divino Eugene Delacroix

luglio 29, 2011 Mariapia Bruno

Eugene Delacroix (1798-1863) era solito dire che «La prima virtù di un dipinto è essere una festa per gli occhi». Lo diceva descrivendo il suo stile, che gli ha permesso di divenire il padre di alcuni dei capolavori più celebri della storia dell’arte. È il principale esponente del romanticismo francese, noto soprattutto per essere l’autore del Massacro di Scio (1824) e La Libertà che guida il popolo (1830), opere che riflettono il contesto politico del tempo in cui erano forti le istanze rivoluzionarie e l’instabilità politica. Delacroix è stato anche uno dei più grandi pittori di soggetti religiosi di tutti i tempi. Molte sono le composizioni sacre che ci ha lasciato, alcune delle quali sembrano essere state quasi dimenticate nei transetti e nelle volte delle chiese parigine. Può capitare di passarci davanti e riscoprirle per caso, ma la loro importanza è fondamentale per comprendere la lezione di questo grande maestro e lasciarsi stupire dal suo modo originale di interpretare il sentimento religioso.

 

Pur essendosi definito per tutta la vita un non credente, fin da giovane Delacroix aveva riflettuto sull’esistenza di Dio, come si evince in una nota nel suo diario del 12 ottobre del 1822. «Ho appena visto Orione brillare per un momento nel cielo fra le nuvole nere e il vento tempestoso», scrive il pittore dopo aver osservato la costellazione, «Dapprima ho pensato alla mia vanità, di fronte a questi mondi sospesi. Poi ho pensato alla giustizia, all’amicizia, ai sentimenti divini impressi nel cuore dell’uomo, e non ho più trovato niente di grande nell’universo se non lui e il suo creatore. Questa idea mi ha folgorato. E’ possibile che lui non esista? Allora sarebbe stato il caso, combinando i vari elementi fra loro, a farne germogliare le virtu, riflesso di una grandezza sconosciuta! Se il caso avesse creato l’universo, cosa significherebbero mai parole come coscienza, rimorso e dedizione? Oh, se tu potessi credere con tutta la forza del tuo essere a questo Dio che ha stabilito il dovere, ogni tua incertezza sparirebbe. Perché è ammettilo pur sempre questa vita, il timore di perderla o di veder turbata la sua tranquillità, a segnare i tuoi giorni fugaci, che invece scorrerebbero nella pace se tu vedessi, al termine, il seno del Padre divino pronto ad accoglierti».

 

Sono proprio questi dubbi, uniti al bisogno umano e universale di certezze, che conducono il pittore a interpretare le tematiche sacre facendo leva sulle sue sensazioni più profonde. Una delle prime opere sacre ad essere eseguita è Il Cristo nell’orto degli ulivi, che adorna il transetto sinistro della chiesa di Saint-Paul-Saint-Louis. Commissionatagli nel 1824 dal Prefetto del Dipartimento della Senna, la tela fu terminata nel 1826 ed esposta al Salon del 1827. Qui, il momento che precede l’arresto e la cattura di Cristo ci viene presentato in tutta la sua drammaticità. Colto nel suo massimo turbamento, Cristo è rappresentato insieme a tre angeli che, con espressione grave, presagiscono la sua morte. E’ straordinario il modo in cui il pittore rende la scena, comprendendo e interpretando, in modo totalmente cristiano, il significato della Passione. Ma è soprattutto dopo il viaggio in Africa (1832) che lo stile di Delacroix comincia a prendere forma.

 

Grazie al contatto con l’oriente il pittore comprende l’importanza della luce e dei colori e scopre che questi non servono solo a dare forma e consistenza al soggetto, ma possono diventare veri e propri protagonisti dell’opera, provocando profonde emozioni. Ne è un esempio la Pietà eseguita per la Cappella della Vergine nella chiesa di Saint-Denis du Saint-Sacrement, nella quale i colori, insieme ad una forte espressività dei soggetti, cominciano a giocare un ruolo fondamentale. L’incarico fu affidato a Delacroix dal prefetto della Senna Rambuteau il 4 giugno 1840 dopo che il pittore Robert Fleury aveva rifiutato. Il pittore si mette a lavoro nell’inverno 1843-44 e nell’arco di 17 giorni porta a compimento la tela che il critico d’arte Paul Mantz descrive ne L’Artiste con queste parole: «Non è una Pietà come se ne sono già fatte tante (…) è la verità stessa, qui non ci sono più ne abilità acquisita, ne procedimenti accademici, è meglio dell’arte, se è possibile, perché è il cuore, l’umanità e la vita». E’ un’opera in cui la perfezione delle forme viene abbandonata a favore di una più intensa espressività. La Vergine viene resa con le braccia levata come se fosse in croce,  in un atteggiamento di totale abbandono al dolore. Allo stesso modo il corpo di Suo figlio perde la solennità tipica delle contemporanee deposizioni e ci viene mostrato emaciato e sofferente.

 

Numerose le critiche rivolte al pittore per questa sua scelta espressiva, come quella del 20 ottobre 1844 di un anonimo cronista del Journal des Artistes, che scrive: «inginocchiatevi davanti a questa Vergine crocifissa, inanimata, dura e sfigurata; davanti a questo corpo ributtante, orribile, che egli osa presentarci come l’immagine del Figlio di Dio». In realtà Delacroix aveva già superato se stesso e attraverso la cruda umanità di quel corpo è riuscito ad esprimere perfettamente il concetto di Cristo che si fa carne. Ma il punto di arrivo di tutte le sue composizioni religiose è il ciclo pittorico commissionatogli nel 1849 per la Chiesa di Saint Sulpice, considerato il suo testamento spirituale. Il pittore, che lo porta a termine nel 1861, affresca direttamente sulle pareti della Cappella degli Angeli La lotta di Giacobbe con l’angelo, Eliodoro cacciato dal tempio e San Michele che atterra il demonio. Qui, i forti contrasti cromatici, il colore e i profili tratteggiati, la chiara influenza orientale, la potenza del messaggio religioso non lasciano alcun dubbio: Delacroix ha raggiunto il suo vertice e, come scrive il saggista Paul de Saint Victor nel 1862 sulla rivista La presse «Il maestro è tutto nella sua opera, coi suoi pregi straordinari, coi suoi difetti dovuti ai suoi eccessi, con la sua grande fantasia e il suo disordine plastico, ricercando la struttura e il carattere mentre dispregia la bellezza e la correttezza formale, rivestendo di un colore splendido delle forme incolte, simile insomma ad un grande poeta barbarico».

 

   

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