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Andavamo al Drive In. È per questo che non moriremo boldrinisti

aprile 11, 2017 Alessandro Giuli

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Pubblichiamo la rubrica delle “lettere al direttore” contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti). Per scrivere ad Alessandro Giuli: direttore.giuli@tempi.it.

* * *

Caro direttore, anzitutto complimenti per il nuovo corso di Tempi: rinnoverò l’abbonamento e ne farò fare di altri. Dopodiché: ho letto male io o il Fatto quotidiano di giovedì scorso ha scritto che Forza Italia ha vinto per vent’anni grazie al Drive In? 
Gabriele Rossetti Milano

Grazie a lei, gentile signor Rossetti. No, non ha letto male. Si tratta di una tesi non proprio originale, tornata in voga per via di uno studio con pretese scientifiche secondo il quale «il centrodestra di Silvio Berlusconi deve a quegli show anni Ottanta 18 seggi del 1994, 61 nel 1996 e 40 nel 2001». Motivo: «Gli adulti esposti a Mediaset da piccoli hanno capacità di calcolo e di comprensione linguistica significativamente peggiori», sono dunque «meno intellettualmente sofisticati e meno orientati all’impegno civico e dunque più vulnerabili alla retorica di Berlusconi». Scemi noi a non averlo capito prima. Dietro le tette di Tinì Cansino, lì dove nessuno sguardo poteva giungere (e te credo), si nascondeva il progetto eversivo del Caimano: instupidirci di endorfina per tenerci lontani, un domani, da Libertà e Giustizia; irridere i paninari milanesi (ualboi!) per distoglierci dall’umanitarismo di Laura Boldrini; inocularci in vena il Vito Catozzo di Giorgio Faletti – un proto Di Pietro che diceva «se io saprei che mio figlio mi diventerebbe un orecchione, vivo glielo faccio mangiare il ritratto di Dorian Gray!», poi divenuto scrittore di massa da 4 milioni di copie vendute – pur d’isolarci dalla nascitura lotta di genere senonoraquandista… E così via, tra Enrico Beruschi che dileggiava le telenovelas (Una brutta fazenda, ovvero Beruscao il penultimo mandingo) e Sergio Vastano travestito da fuorisede bocconiano. Fellini ha definito Drive In «l’unico programma per cui vale la pena di avere la tivù». Per noi, che pure non crediamo alle ricerche scientifiche sul nesso tra televisione e politica, un motivo sufficiente per votare Berlusconi a vita.

* * *

Mi riferisco alla lettera dello studente di liceo classico Lorenzo Viganò pubblicata nel numero 13 di Tempi che condivido nei contenuti. Mi permetto però, a mia volta, una correzione linguistica riguardo all’uso in proposizioni relative – purtroppo ormai frequente – di “dove” al posto di “in cui”. L’avverbio “dove” può semmai avere il significato di “nel luogo in cui”. Sarebbe stato certamente più elegante scrivere «in un periodo in cui le materie umanistiche…». Un piccolo sforzo, affinché la semplificazione della lingua (fenomeno certamente inarrestabile) non lasci il posto alla sciatteria. Un cordiale saluto.
Roberto Ruggeri Brescia

Ps. Compro sempre la rivista, che trovo ultimamente molto più ricca di argomenti e interessante. Continui a seguire la linea che mi sembra di intravedere: molti valori religiosi cristiani, molta politica (anche non “corretta”) e zero “partitica”.

* * *

Tutto da condividere l’editoriale dell’ultimo numero. In particolare la conclusione sul valore e l’attualità dell’idea tradizionale di patria, e di una Europa delle patrie «che non sia la replica dell’illusorio programma di Ventotene»; idee che marcano anche le posizioni di Karol Wojtyla sui due temi. In particolare nel libro-intervista Memoria e identità «l’espressione patria – dice – si collega con il concetto, con la realtà di padre (pater) con il patrimonio, cioè, con l’insieme dei beni che abbiamo ricevuto in retaggio dai nostri padri (…) e riguarda anche la terra e il territorio. Ma più ancora coinvolge i valori e i contenuti spirituali che compongono la cultura di una data nazione». Intesa questa, oltre che in quella culturale, nella espressione delle sue istituzioni. «La Dottrina sociale cattolica – aggiunge – ritiene che tanto la famiglia quanto la nazione siano società naturali (…) Perciò nella storia dell’umanità esse non possono essere sostituite da nient’altro. Non si può, per esempio, sostituire la nazione con lo Stato, come dimostra la storia delle singole nazioni europee». E conclude affermando che i valori che sono a fondamento della sua concezione di patria e di nazione «sono gli stessi che alimentano quelli della mia visione di patria europea, sintesi dei valori delle singole entità nazionali». Giusto infine ricordare che la concezione di patria che fondava l’idea di patria europea di Wojtyla è la stessa del papa emerito Joseph Ratzinger, che aprendo il suo discorso al Bundestag di Berlino il 22 settembre 2011 ha detto: «È per me un onore e una gioia parlare avanti a questa Camera Alta, davanti al Parlamento della mia patria tedesca (…) anche come connazionale che si sa legato per tutta la vita alle sue origini e segue con partecipazione le vicende della patria tedesca».
Nicola Guiso via internet

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