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Arriva la fiction su Calabresi, «servitore dello Stato» e «testimone del Vangelo» ucciso dai rivoluzionari comunisti

dicembre 28, 2013 Giuseppe Brienza

Così Giovanni Paolo II definì il commissario ucciso da terroristi di sinistra, al quale è dedicata la prima puntata della serie tv che a gennaio ripercorrerà le vicende degli anni di piombo

Santo o aguzzino? Ancora oggi si disputa sulla figura di Luigi Calabresi, commissario-capo di Pubblica Sicurezza, assassinato il 17 maggio 1972 (era nato a Roma, il 14 novembre 1937) da Ovidio Bompressi, con la complicità di Leonardo Marino, su mandato di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, tutti e quattro membri del gruppo comunista-rivoluzionario di “Lotta Continua”.

LA DAMNATIO MEMORIAE. La “leggenda nera” sul Commissario nasce con la triste vicenda della morte di Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico milanese, che dopo lo scoppio della bomba nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura a Milano (Strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969), venne fermato insieme ad altri anarchici milanesi da agenti della Questura di Milano. Il 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage, Pinelli negli uffici della questura milanese, dove si era recato da solo – con il proprio motorino – convocato dal giovane Luigi Calabresi, che l’anarchico già conosceva, fu interrogato per ore dallo stesso commissario e da altri ufficiali. Nella serata del 15 dicembre, attorno a mezzanotte, il corpo di Pinelli precipitò dalla finestra e si schiantò nel cortile della questura. Successivamente a una serie di inchieste e dopo la riesumazione del cadavere, la magistratura stabilì che Pinelli era caduto per un “malore attivo”, cioè si era avvicinato alla finestra e a seguito di un malore aveva perso l’equilibrio ed era precipitato ma, ormai, una violenta campagna di stampa dell’estrema sinistra, e in particolare di “Lotta Continua”, aveva bollato il commissario Luigi Calabresi come il torturatore e l’assassino di Pinelli.

IL SANTO. Di taglio completamente opposto è la visione del commissario che ne da uno dei suoi maggiori biografi, lo storico e giornalista Luciano Garibaldi che, dalle colonne del mensile cattolico Il Timone, ha da tempo rivendicato «passi avanti da compiere» sulla figura di Calabresi, in particolare esaminando «con la dovuta attenzione la richiesta di dare inizio a un processo di beatificazione teso ad accertare le virtù cristiane di Luigi Calabresi, richiesta avanzata da numerosi esponenti della Chiesa, primo tra i quali colui che fu il confessore e padre spirituale del commissario, don Ennio Innocenti, del clero romano» (“Luigi Calabresi, un uomo da non dimenticare”, in il Timone, n. 66, settembre-ottobre 2007, p. 22).
«Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le “assurdità” cristiane – ha commentato il cardinale Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, nella prefazione al documentato libro di Giordano Brunettin, “Luigi Calabresi. Un profilo per la storia” (Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis) – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all’onestà. Per questo è stato ucciso; e, dopo l’uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole».
Anche Giovanni Paolo II in occasione del XXX anniversario del sacrificio di Calabresi (caduto nel 2002), lo ha definito, «generoso servitore dello Stato, fedele testimone del Vangelo, costante nella dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni, esempio nell’anteporre sempre all’interesse privato il bene comune».

LA FICTION DELLA RAI. Di Calabresi si riparlerà sicuramente a partire dal 7/8 gennaio prossimi, in concomitanza con la fiction trasmessa in due puntate in prima serata da Rai Due, nella quale Emilio Solfrizzi interpreta la figura del Commissario romano.
Si tratta del primo appuntamento della serie “Gli anni spezzati”, dedicata appunto al terribile periodo del terrorismo italiano («anni di piombo»), realizzata in co-produzione da Albatross Etertainment e Rai Fiction Due, liberamente tratte dal volume, appena pubblicato dalle Edizioni Ares di Milano, “Gli anni spezzati. Il Commissario”. L’Autore, il già citato Luciano Garibaldi, vi ricostruisce con una documentazione scrupolosa e completa la campagna di odio e di linciaggio morale che gran parte della stampa scatenò, negli anni dal 1970 al 1972, contro Calabresi, ripercorrendo, come rileva Marcello Veneziani nella Prefazione al volume «in modo appassionato e incalzante, attento ai dettagli e alle sfumature, la vicenda Calabresi, preceduta dal caso Pinelli – che Garibaldi tratta col rispetto che merita».

IL LIBRO. Sullo sfondo del libro, pagina dopo pagina si staglia, immutata e quasi imperturbabile, la figura del Protagonista: «Il ritratto di Luigi Calabresi», continua Veneziani, «è un ritratto in piedi. Un uomo che aveva il senso dello Stato, che credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, che aveva la responsabilità di uomo d’ordine. Un’espressione antica, terribilmente démodé, le compendiava tutte: “servitore dello Stato”. Così si definiva Luigi Calabresi. E chi fa una smorfia d’insofferenza per un’espressione antiquata e retorica, ripensi con rispetto che a quella definizione Calabresi restò fedele fino alla morte. Inclusa. Tutto per 270mila lire mensili».

GIUSTIZIA E RICONCILIAZIONE PER GEMMA CALABRESI. Luciano Garibaldi è stato il primo giornalista che è riuscito, trentatré anni fa, a far parlare in un’intervista su Gente la vedova di Luigi Calabresi, Gemma Capra, una donna minuta e forte che, negli occhi grigio-azzurri porta ancora la memoria di una ferita senza fine intrecciata a una vita che il dolore non è riuscito a fermare. Ma che l’ha portata ha reagire parlando, ad esempio, alle giovane generazioni di legalità e coraggio nel servire le Istituzioni ed il bene comune. Come ha fatto, ad esempio, nel marzo scorso a Carpi, partecipando ad una iniziativa educativa intitolata non a caso “Il coraggio di ri-cominciare”, nella quale ha proposto la sua testimonianza e quella del marito, ai ragazzi delle scuole medie e superiori.

GLI ANNI PEGGIORI SONO PASSATI (?). Conoscere e far conoscere oggi la vicenda di Calabresi appare, dunque, una battaglia di principio e di verità storica. Anche grazie a testimonianze come quella di Gemma, a Calabresi fu data dal presidente Ciampi, con trentadue anni di ritardo, la medaglia d’oro al valor civile.
Come la vedova Calabresi, anche per Leonardo Marino, l’ex operaio delle carrozzerie Mirafiori ed ex militante di “Lotta Continua”, il “grande accusatore” di Adriano Sofri, l’“assistenza” dal cielo di Luigi, ha ricondotto sul cammino della fede, chissà se la cultura (e la televisione) italiana sapranno riparare all’esecrazione ed al disprezzo tributati dall’intellighenzia ad una intera famiglia. E si riuscirà, finalmente, come ha riconosciuto il “redento” Marino, che «gli anni peggiori sono passati».

 

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7 Commenti

  1. blues188 scrive:

    Questi filmati sono le solite eterne terronate che ci propinano quotidianamente e che fanno sembrare ciò che non è.

  2. Dado scrive:

    In classe, alle superiori, i miei compagni leggevano ad alta voce l’articolo di LC in cui si affermava la correttezza politica dell’eliminazione fisica del commissario. Provavo una grande tristezza e ho preso posizione di fronte a loro, anche di fronte alla loro soddisfazione a sentenza eseguita.
    Sono sempre stato convinto della necessità del perdono unilaterale e gratuito, questo permette, di fronte ai colpevoli che non lo chiedono, di giudicare nettamente l’ideologia che li ha mossi e che li muove ancora oggi!

  3. Il Santo scrive:

    Riuscire a scrivere un articolo citando la parola “santo” e il Commissario Calabresi è un’impresa degna del Cirque du Soleil.

  4. Francesco Spinelli scrive:

    le puntate di questa sera e domani de:” Gli anni spezzati:Il commissario “, rappresentano una formidabile occasione per fare un altro “ passettino” verso la verità sia Giuseppe Pinelli e che Luigi Calabresi: infatti, simul stabunt, simul cadent. La puntata di ieri sera di presa diretta è un buon viatico.
    Io credo che mentre per Giuseppe Pinelli si tratta di conoscere i dettagli di come è morto, per Luigi Calabresi si tratta di sapere perché è morto. La favola che sia stato ucciso per vendicare Pinelli è, infatti, miseramente fallita.

    Il 18 dicembre 2006 all Corriere Gerardo d’Ambrosio disse:” «Se qualcuno parla di diciassettesima vittima di piazza Fontana ( Giuseppe Pinelli), allora si potrebbe dire che il commissario Calabresi è stata la diciottesima vittima… ». Ed è perfettamente vero nel senso che i responsabili della strage di Piazza Fontana, sono anche gli assassini di Luigi Calabresi o, quantomeno, i mandanti, o, coloro che, sapendo, non hanno fatto niente per impedirlo: Lotta Continua, nel periodo in cui venne assassinato, il Commissario, era infiltrata dalla Fonte Como.

    Roberto Cotroneo sull’Unità del 17 gennaio 2007 scrisse: “Sappiamo che ci fu un vero e proprio linciaggio della stampa contro di lui. Sappiamo che non fu né scortato e né protetto da questo pericolo. E sappiamo che fu assassinato per questo motivo “. Per il linciaggio o la mancanza della protezione?
    La tesi più plausibile è che Luigi Calabresi sia stato eliminato perché era diventato troppo pericoloso per il Potere: infatti, stava andando dal Giudice per dire, finalmente, tutta la Verità, era tornato indietro per cambiare la cravatta rossa con una bianca.
    Gerardo D’Ambrosio ha detto che per riaprire il caso ci vorrebbe un fatto nuovo: il fatto nuovo lo deve produrre Lui stesso, Lui che chiudendo il caso in istruttoria ha impedito il dibattito processuale. Il tempo stringe. Gutta cavat lampadem non vis sed saepe cadendo.

  5. Pereira50 scrive:

    Carissima Signora Licia,
    avevo cominciato a scriverLe appena ho ricevuto la sua bellissima lettera, ma come sempre mi accade, forse perché è nella mia natura, non porto a compimento le cose con la dovuta tempestività.
    E invece i tempi sono importanti, anche nelle piccole cose, in quelle che ci sembrano insignificanti , nelle cose da niente.
    Come è vero che ogni giorno ha la sua pena, è pure vero che ogni giorno ha la sua gioia, e mentre, forse, è giusto che ognuno tenga per se la sua pena , non è altrettanto giusto che tenga per se la sua gioia.
    Nel bellissimo film “ Sacco e Vanzetti “ che ho visto al cinema a Roma, quaranta anni fa mi è rimasta in mente una frase della lettera che uno dei due scriveva al figlio che doveva essere molto piccolo :” La felicità dei giochi non tenerla tutta per te “.
    Ecco sarebbe importante che la gioia, le cose positive, che ci succedono riuscissimo a condividerle con gli altri.
    Ecco la gioia grande che l’altra sera ho provato, quando aprendo la porta ho sentito che c’era la mia nipotina Eliana, è stata una cosa indicibile, anche perché del tutto inaspettata; la notte poi con mia figlia Beatrice, che è di nuovo in attesa hanno, dormito da noi. Il giorno dell’Immacolata siamo stati invece a casa sua a Falerna Marina,

    ho letto con molto interesse ed attenzione la 2a edizione di “ Una storia quasi soltanto mia “ che Lei mi ha cosi gentilmente mandato.
    Alla domanda di Scaramucci : “ Ora cosa cambia ? “
    Lei risponde. “Il riconoscimento da parte dello Stato, da parte del Presidente della Repubblica, è molto importante, qualunque cosa possano dire o possano cercare di fare. Ma per il resto niente, non cambia niente. Io la mia vita la continuo come al solito. Per avere giustizia bisogna sapere la verità e per avere la verità bisogna che il segreto di Stato venga abolito, che le carte siano a disposizione di tutti “
    Ma questo non è un passo avanti ? Spero, spero che lo sia. Ma in realtà non oso sperare , a furia di delusioni si diventa cauti. Ci sono molti che non vogliono la verità sulle stragi, su piazza fontana, sulla morte di Pino e mi aspetto che nascano altri ostacoli, altri depistaggi, oppure che si dica che tutto è chiuso, che si è fatta pace e non c’è più bisogno di altro. Invece il riconoscimento che Pino è stato vittima innocente non chiude, anzi rende ancora più necessario che si aprano i cassetti e venga fuori la verità “
    Ecco signora Licia anch’io ho l’impressione che molti, ritengano che non si possa andare oltre, che bisogna accontentarsi, che non bisogna pretendere troppo.
    C’è una parte del discorso del Presidente che mi fa pensare questo e viene subito dopo la parte più coraggiosa: “ Rispetto e omaggio dunque di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’assurda fine.”
    A questo punto ci si sarebbe aspettati che parlasse della seconda parte della verità, che invitasse tutti coloro che in questa triste vicenda hanno avuto un ruolo di primo piano, a partire da D’Ambrosio, da coloro che erano nella stanza a fare uno sforzo di memoria, ad avere il coraggio che aveva avuto Lui, per dire finalmente tutta la verità. E invece le parole che seguono rappresentano un macigno, una pietra tombale , come a dire che ora tutto è chiuso.
    “ Qui non si riapre o si rimette in discussione un processo “
    Quel “QUI “ che dovrebbe sottintendere che altrove, invece, si può, anzi si deve, andare avanti , chiude ogni spazio con le parole :” che porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza “.

    E invece è alle conclusioni di D’Ambrosio bisogna ritornare se si vuole ristabilire :”l’intiera verità “ senza attendere i tempi di Sacco e Vanzetti.

    Bianchi D’Espinosa e D’Ambrosio in realtà di coraggio ne avevano avuto: dopo tutte le menzogne che avevano sollevato l’indignazione di tutta la cultura italiana:
    Oggi come ieri – quando denunciammo apertamente l’arbitrio calunnioso di un questore, Michele Guida, e l’indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati – il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione.
    “ D’Ambrosio mi incuriosiva perché mi dava l’idea della persona che fa i giochi d’incastro, che raccoglie i pezzetti, e cerca di metterli a posto, mi ha dato l’impressione di un’enorme pazienza e del lavoro di mosaico. E di lavoro ne ha fatto veramente tanto. Peccato. Da D’Ambrosio mi aspettava di più che dagli altri. Eravamo partiti bene, aveva fatto quello che gli altri non avevano fatto. E’ stato lui che ha mandato gli avvisi di reato a tutti e sei, non solo a Calabresi, anche ai sottufficiali e pure a Lograno. Qualcosa si muoveva, le cose che bisognava fare subito lui si muoveva, a due anni di distanza però le faceva. Che sono le cose normali che un magistrato deve fare. Nel frattempo Bianchi D’Espinosa aveva chiesto la riesumazione e l’autopsia, faceva sorvegliare il cimitero dalla guardia di finanza perché non si potevano sapere le reazioni di quegli altri. Figurati Lerner ! ha fatto il diavolo a quattro, ha persino denunciato l’avvocato Smuraglia dicendo che mi aveva ingannata spingendomi a fare accuse false contro Calabresi e gli altri. Ogni giorno c’era una novità, finalmente le cose si muovevano. Mi sembrava di nuovo possibile… Poi Bianchi d’Espinosa è morto. L’istruttoria di D’Ambrosio è durata quattro anni e si è conclusa con niente l’ipotesi di un malore “.
    Ma si era fermato ad una versione verosimile, come se si trattasse di un fatto senza testimoni e invece nella stanza c’erano almeno quattro persone.
    Mi ha impressionato molto il contributo di Bruno Manghi, in particolare quando dice :” Più avanti, grazie a un’indagine dell’avvocato Gentili nell’ambiente dei carabinieri, maturammo la quasi certezza che l’uccisione di Pino non era ne frutto di complotto ne di suicidio ma di un brutale incidente. Poi si ruppe la solidarietà tra gli avvocati, tra la linea giuridica di Smuraglia e quella militante di Gentili, che prosegui come avvocato della mamma di Pino. Infine l’infausta e astuta sentenza del Giudice d’Ambrosio liquidò la vicenda.

    Non abbiamo capito se quella decisione sia stata un’iniziativa personale o una scelta di alcuni magistrati del PCI che preferivano liberarsi di un caso poco redditizio per dedicarsi ad altri capitoli politicamente più significativi.
    L’assassinio di Calabresi rappresentò ovviamente la chiusura di ogni ragionevole ricerca ulteriore della verità “ pag. 160

    Brutale incidente: mi sono chiesto se questo brutale incidente non sia quello che Lei aveva ipotizzato:
    Anche D’Ambrosio non è sicuro del fatto suo. Dice che è una ricostruzione ‘verosimile’. Verosimile per verosimile, ce n’è allora una terza”.

    Quale?
    “D’Ambrosio ha ragione nella prima parte del racconto. L’interrogatorio è finito. Pino si accende una sigaretta. E’ libero, sta per tornare a casa. E’ allegro e come rinfrancato dopo tre giorni di pressioni. Forse troppo rinfrancato. A quel punto, non rinuncia alla battuta sarcastica. E’ nel suo carattere. Sfotte i poliziotti e uno di loro cerca di mollargli un ceffone: ne resta traccia sul collo sotto forma di ‘macchia ovolare’. Il colpo gli fa perdere l’equilibrio. Questa scena mette insieme molti dettagli. Il trambusto che avverte Valitutti, seduto in corridoio in attesa di essere interrogato. Il volo di Pino senza un grido. Quelli nella stanza che vedono solo le gambe, le scarpe di Pino che precipita e il brigadiere Panessa, il più vicino, che si sporge per afferrarlo”.
    Brutale incidente: questa dizione, non so perché, si sembra inappropriata, non sono un letterato, ma credo che l’aggettivo “ Brutale “ non si addica a “incidente”. Mario Calabresi tempo fa sul Corriere della Sera, usò un termine che non dimentico: “ Errore scellerato “ per definire la versione che la Questura aveva fornito la notte stessa del fatto.
    Ecco, anche allora ebbi la stessa impressione: la brutalità e la scelleratezza , presuppongono qualcosa di più non vanno d’accordo con : “ incidente ed errore “.

    Qualche tempo fa il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, a proposito della tragica fine di Giorgiana Masi, disse che la verità la sapevano lui e un ispettore di polizia e che ultimamente l’aveva detta ad uno di rifondazione che aveva insistito e testualmente : “ gli aveva rotto le
    scatole” Successivamente in una puntata di Ottoemezzo sostenne la tesi che non tutti hanno diritto a sapere la verità e che non è peccato non dire la verità a che non ha diritto di sapere la verità.

    Chissà quanti, oltre a quelli che erano nella stanza quella notte, sanno la verità, ma ritengono che gli altri, Lei compresa non abbiano diritto a sapere la verità.
    Un Cordiale saluto a Lei e la sua famiglia.
    Francesco Spinelli – Falerna CZ

    Tutti parlano della grande tragedia del 68, come fosse l’orrore degli orrori, ma nel 68 non si sparava, si sparò dopo la strage di Piazza Fontana, che forse fu fatta apposta per poter sparare . Questo successe dopo il 73 con i ragazzi della P38 del “ mai senza fucile” ma siamo ormai negli anni 70. Nel 68 ci fu questa coscienza della relativa bontà, ma anche dell’insufficienza della nostra cultura, bisognava saperla mettere in questione! Vennero certi romanzi bellissimi, certe musiche, insomma era tutto un mondo che si muoveva.
    Don Enrico Chiavacci :” IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI COME GARANZIA DI PACE “
    Comunità Parrocchiale di Paterno Bagno di Ripoli (Firenze) – giornata per la Pace 12 dicembre 1999

  6. Francesco scrive:

    Riaprire l’inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli
    Il fatto nuovo: la presenza di Silvano Russomanno (Affari riservati) quella notte in Questura.

    C’è una novità che può consentire la riapertura dell’inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli. Viene fuori dalle carte del secondo Processo di Piazza Fontana, quello a carico di Zorzi, Maggi, Rognoni, Digilio. Ed è la deposizione raccolta dal magistrato Maria Grazia Pradella nei confronti del dirigente degli Affari Riservati Silvano Russomanno.
    Russomanno, seppur con vari distinguo, ha detto di essere stato presente quella notte nei locali dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, lui con la sua squadra.
    È un fatto importante, mai indagato dalla magistratura ed è stato rilevato di recente nel libro che l’avvocato Gabriele Fuga ha scritto insieme all’ex militante anarchico Enrico Maltini, “‘e ‘a finestra c’è la morti. Pinelli: chi c’era quella notte’, titolo tratto da un verso della canzone Lamento per la morte di Giuseppe Pinelli, scritta nel 1970 dal cantastorie Franco Trincale.

    Riaprire l’inchiesta perché l’Italia vuole sapere come sia morto Giuseppe Pinelli.
    È quanto con ostinazione chiedono da sempre Licia e le sue due figlie. E non solo loro.

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