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Al Salone del Libro, monsignor Fisichella parla della fede come sorgente di creatività

maggio 20, 2013 Valeria De Domenico

Alla kermesse di Torino sono stati presentati molti titoli interessanti. Cronaca dell’incontro con il presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione

Della XXVI edizione del Salone del Libro, che si chiude oggi al Lingotto di Torino, parecchie cose sono passate in sordina. Tra queste l’intervento di monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione sul tema “A che cosa serve la fede?” che si è svolto il primo giorno della fiera, nella sala Rossa.

Ci è sembrato interessante che l’Associazione Sant’Anselmo, nel prendere anche quest’anno in cura lo spazio espositivo che all’interno della manifestazione rimane l’unico in cui quel tanto o poco di cultura cattolica trova voce e il relativo programma di incontri, abbia voluto declinare il tema del Salone, “la Creatività e la Cultura del Progetto” in modo del tutto originale, rispetto all’interpretazione generale, collegandolo all’Anno della fede, indetto dal Pontefice. Titolo dello stand nel pad 2, “Stupore del visibile, ricerca dell’invisibile”. Qui è stata allestita una mostra di libri sull’Anno della Fede e una serie di presentazioni.

Più di venti i titoli presentati.

Da La porta stretta, edizioni Cantagalli, raccolta delle prolusioni tenute dal Cardinale Angelo Bagnasco, nel corso del suo primo mandato come presidente della CEI, sintesi dello sguardo lucido e lungimirante che la Chiesa ha saputo esprimere in questi anni difficili sulle reali esigenze economico e sociali della gente; a Gli ultimi giorni dei Templari, gruppo Editoriale Città Nuova, con cui il giornalista Mario Del Bello recupera le profonda spiritualità e devozione che sta all’origine degli ordini cavallereschi nati per difendere la Fede in Terra Santa. Da Benvenuto a casa, edito da San Paolo, che è stata occasione per un intenso confronto con l’autore mons. Massimo Camisasca sul tema “Il senso della vita è condividere”; a Storia di F Ozanam. L’uomo che non aveva paura della crisi, edito da Lindau, racconto attualissimo di Giorgio Bernardelli circa la vicenda umana del fondatore della Società di San Vincenzo de’ Paoli, il quale, nella Francia post-rivoluzionaria, segnata da un clima culturale laicista e materialista, non si lasciò avvilire dalle circostanze e seppe testimoniare Cristo con le opere. Tanto da indurre Giovanni Paolo II, in occasione della cerimonia di beatificazione avvenuta nel 1997, a sottolinearne «l’ardore, l’impazienza, la febbre da futuro che dovrebbe essere il termometro della vitalità di ogni comunità cristiana, sempre ma specialmente nei periodi di crisi».

La stessa certezza è risuonata nelle parole di Mons. Fisichella, protagonista, come dicevamo, di uno degli incontri clou del Salone, nella sala Rossa. Alla domanda “A cosa serve la fede?”, il presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione ha risposto in buona sostanza, che la Fede autentica non può non essere innanzitutto sorgente di Novità e, per rimanere nel tema del Salone, di Creatività. «Non si crede per rimanere gli stessi», ha dichiarato Fisichella. «Il binomio convertirsi e credere si coniuga con quello di credere e amare, non esiste alternativa. La fede quindi crea una condizione di vita nuova che trova nel battesimo il suo punto di partenza visibile e di perenne riferimento… Prendere seriamente questa nuova condizione di vita, comporta sviluppare un’esistenza alla luce dell’amore. Ciò significa che la fede crea la condizione per amare come ama Dio… Non è forse l’atto del perdono espressione di una creatività tale che permette di ricominciare tutto daccapo con la piena disponibilità di continuare ad amare?».

Quali dunque le implicazioni di questo stare nel mondo con la consapevolezza che Esso custodisce un Mistero? Realismo e capacità di sognare, insieme…

«La fede – ha detto ancora Fisichella – impone di guardare al presente con il realismo di chi comprende che solo vivendo intensamente questo tempo si scopre l’agire della grazia e la realizzazione della storia della salvezza».
Essere creativi assume, dunque un significato tutto nuovo: «La vera creatività equivale ad accettare la sfida di parlare di Dio al mondo di oggi e di renderlo credibile con la semplicità della propria testimonianza».
I nuovi mezzi di comunicazione diventano in quest’ottica un opportunità da saper sfruttare, senza lasciarsi «intimorire dalla fredda logica della tecnica».

La Bellezza sia piuttosto il criterio, il segno da cui lasciarsi commuovere e lo scopo da perseguire: «L’uomo sarà sempre rapito a contemplare ciò che è bello. Per questo, è importante suscitare nel nostro contemporaneo stupore e meraviglia. Ciò consentirà di aprire spazi di infinito e nuova conoscenza che affascinano e provocano a tal punto da compiere la scelta più libera e creativa che l’uomo conosca: credere».

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