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Abbronzatevi con questo: “Tutto scorre” di Vasilij Grossman

agosto 10, 2012 Marco Sisto

Tornare a casa dopo trent’anni di gulag e scoprire che là fuori il regime è più pericoloso che dentro. Perché adesso si chiama “dovere”.

«Solo Dante – nel racconto del conte Ugolino e dei suoi figli straziati dalla fame dopo essere stati rinchiusi in una torre – è riuscito a scrivere della morte per fame con uguale forza». Robert Chandler, scrittore, traduttore, tra i più grandi esperti delle opere di Vasilij Grossman, paragona le pagine più drammatiche di Tutto scorre, quelle in cui viene descritta la dekulakizzazione, al XXXIII canto dell’Inferno di Dante. Come Dante nell’episodio dell’«orrido pasto», richiamato in quelle pagine dallo stesso scrittore russo, Grossman vuole ammonire il lettore: «Se non piangi, di che pianger suoli?». È una compassione, una sorta di pietà per l’uomo, il sentimento da cui nasce Tutto scorre, l’ultimo romanzo di Vasilij Grossman.

Dopo il 1961, l’anno in cui il suo capolavoro Vita e destino fu giudicato «inadatto alla stampa per motivi ideologici politici», Grossman volle riprendere una storia che aveva scritto anni addietro. Fino agli ultimi giorni di vita (morirà nel 1964) lo scrittore lavorerà a quella storia, inserendo in essa ciò che neppure l’ultima e definitiva delusione ricevuta dal regime sovietico aveva saputo annientare: la lucidità del giudizio e la pietà per gli uomini.

Tutto scorre è la storia di Ivan Grigor’evic che torna in libertà dopo trent’anni di lager. Dopo la morte di Stalin, infatti, il regime liberò molti detenuti nell’intento di correggere alcune cosiddette “deviazioni” del dittatore e cercando di recuperare fiducia tra il popolo e negli ambienti internazionali. Grossman, cosciente dell’inganno del regime, senza esitazione non solo non rinuncia a giudicare il passato con un’acuta originalità, ma avverte i lettori che la lotta per la libertà, dopo Stalin, deve assumere forme più attente e incisive. L’ideologia al di là del filo spinato può essere ancora più pericolosa perché prende posizione nella mente degli uomini.

 

Né santi né servi, ma funzionari

In Tutto scorre l’ideologia è fotografata dal vivo, così da non destare mai nel lettore l’atteggiamento del giudice. Ciò che porta alle scelte ideologiche, ai giudizi standardizzati, alla rinuncia della propria personalità, è un processo che, con lo sguardo dell’autore russo, possiamo scorgere nelle discussioni di tutti i giorni. Perché gli uomini rinunciano ad un giudizio originale e ripetono un giudizio dato dal “capo”? Grossman non ha dubbi: per una “affermazione di sé” (pagina 49). Mettere in dubbio ciò che dice la persona che in quel momento ha il potere vuol dire mettere in crisi se stessi, il proprio potere, il proprio ruolo nel mondo, piccolo o grande che sia. Vuol dire rischiare di “perdere la fiducia” di una persona o istituzione che ti afferma, vuol dire contrastare un “senso del dovere” che ogni appartenenza richiede, vuol dire non cedere a una sorta di illusoria paternità sotto la quale l’uomo “acquisisce forza”. Grossman descrive la posizione di molte persone che lottano contro il loro dubbio: «Egli credeva o, più esattamente: voleva credere; più esattamente ancora: non poteva non credere. V’era qualcosa, in questa oscura faccenda, che non gli piaceva, ma che volete: il dovere!» (pagina 74). Persino nei lager si trovavano pochissime persone che erano disposte a criticare il regime. Quando parlavano della loro ingiusta pena o delle macroscopiche ingiustizie perpetrate dicevano: «Quando si abbattono gli alberi, le schegge volano, ma la verità del partito è sempre verità, e sta al di sopra dei guai» (pagina 102).

Le vicende di Ivan si intrecciano nella Russia post staliniana in cui il comunismo, come ogni storia nata da grandi ideali e che teme di non reggere il confronto con l’inizio, «non aveva più bisogno di santi apostoli, di costruttori frenetici, indemoniati, di adepti pieni di fede. Nemmeno di servi aveva più bisogno il nuovo Stato: esso non aveva bisogno che di funzionari, di impiegati» (pagina 179).

 

Tutta la vita di tutta la gente

La pseudo normalizzazione dell’Unione Sovietica, dice Grossman, non attenua, ma compie il processo di eliminazione della libertà del popolo. Diventa il perfezionamento della schiavitù che per secoli i potenti russi hanno voluto. In tale processo il genio del male, colui che ha portato il totalitarismo in Russia e in Europa, è stato Lenin, l’uomo da molti considerato puro ma che Grossman osa additare come maestro di Stalin e predecessore di Hitler. Giudizi del genere (come altri sulla storia russa) negli anni Sessanta aprivano una prospettiva totalmente nuova nella storiografia del Novecento. In tal senso, il metodo di indagine storica presente in Tutto scorre è sorprendente perché trae la sua coerenza non da un distacco, ma dalla compassione per il popolo. «La storia dell’umanità è la storia della sua libertà. (…) Il progresso è essenzialmente il progresso della libertà umana. Giacché la vita stessa è la libertà, l’evoluzione della vita è evoluzione della libertà» (pagina 197). Tali considerazioni dovrebbero aprire delle riflessioni sul presunto progresso democratico dell’inizio del Terzo millennio.

Fuori dal filo spinato la schiavitù assume forme più labili e più oppressive, si insinua solo, e in modo più tenace, nella mente delle persone. Ma allo stesso tempo il desiderio della libertà non smette di palpitare. Il finale del romanzo è un sospiro infinito del protagonista: «È davvero splendida la libertà, se basta evocarla perché la sua immagine riempia di felicità» (pagina 227). Il protagonista fuori dal lager si accorge non solo della potenza dell’ideologia, ma anche della vastità della libertà. Il suo giudizio si approfondisce e diventa più lucido: «Un tempo pensavo che la libertà fosse la libertà di parola, di stampa, d’opinione. Ma la libertà è tutta la vita di tutta la gente» (pagina 96). «La libertà era immortale. Nella piccola città Ivan Grigor’evic cominciò a percepire più ampio, più forte il concetto di libertà. (…) Nella battaglia per il diritto di confezionare stivali, di sferruzzare una blusetta di lana, nell’aspirazione a seminare ciò che il contadino preferiva, si manifestava quel naturale, indistruttibile desiderio di libertà insito nella natura umana» (pagina 106).

In Tutto scorre Grossman, sotto le spoglie del protagonista, è alla ricerca dell’origine della libertà, cerca in continuazione di capire perché l’uomo non possa smettere di essere tale. La sua ricerca ha origine, come al solito, dal suo realismo, dalle sue acute osservazioni sui comportamenti degli uomini. L’uomo, infatti, anche se schiacciato dal più feroce dei regimi, anche se è vessato dalla violenza più terribile conserva i tratti che lo distinguono dagli altri esseri viventi. Dove il regime cerca di cancellare la loro grandezza, gli uomini mostrano, senza volerlo e in modo confuso, la loro irriducibilità. «Eppure in quegli stessi lager, gli uomini conservano il loro amore per le mogli, per le madri; mentre le fidanzate per corrispondenza (…) erano pronte a qualsiasi tortura pur di restare fedeli al misero promesso sposo del lager, pur di credere a quella immaginaria finzione. Qualcosa si può perdonare all’uomo se, nel fango e nel fetore della violenza concentrazionaria, egli resta pur sempre un uomo» (pagina 112). L’uomo è una contraddizione, non si può definire esaurientemente con nessuna logica che cercasse di legare il suo essere a un nesso di necessità con il mondo esterno. Di fronte alla violenza del regime, proprio quando sembra sconfitto, le sue domande rimangono l’ultimo e suggestivo segno di un’insopprimibile volontà di riscossa, l’origine di un’ulteriore strada per la vita: «Niente è rimasto. Dov’è andata a finire quella vita? Dove quelle orribili sofferenze? Possibile che non sia rimasto nulla? Possibile che nessuno paghi per tutto ciò? Ma allora tutto sarà dimenticato, senza una parola? (…) Come ha potuto accadere tutto questo?» (pagina 153).

 

Spartire se stessi con gli altri

Tutto scorre contiene, anche se in modo più nascosto che in Vita e destino, una strada per la libertà. È un’intuizione che arriva a Grossman dalla sua tradizione ebraica, confermata da molte vicende personali che ripetutamente riversa nelle sue opere. Si tratta della possibilità di ricevere uno sguardo di misericordia o, più profondamente, di appartenere a qualcuno che consideri la tua umanità come un bene. Può trattarsi di una donna, di veri amici, della propria madre. Grossman alla fine della sua vita, quando pensa di rimanere dimenticato da tutti ed è ormai certo che le sue opere non potranno essere lette dal popolo russo, non tralascia di descrivere l’esperienza umana che lo ha reso libero. Ripete che per non essere schiacciati da nessuna ideologia, per non perdere la propria individualità, per ricevere la forza inesauribile della libertà, gli uomini devono “spartire” se stessi con altri, devono appartenere a qualcuno che riceva la libertà dell’altro come un dono.

Mentre in Vita e destino tale appartenenza è descritta in modo più disteso tra le vicende della guerra e dell’epoca staliniana (la casa 6/1, gli amici di Strum, la madre della famiglia protagonista del romanzo), in Tutto scorre essa ha meno spazi ma mantiene una funzione decisiva. Il romanzo, infatti, prende uno spessore riflessivo nuovo e si carica di argomenti storici gravissimi, proprio in seguito all’incontro tra il protagonista e una donna. Non a caso Anna, che ad un certo punto Ivan appena sveglio confonde con la madre appena sognata, prima di raccontargli una delle vicende più drammatiche della sua vita e della vita del popolo russo, si rivolge a lui con queste parole: «Quanto a me – non prendertela – io ti guardo come fossi Cristo. Ho sempre
voglia di pentirmi dei miei peccati, dinanzi a te, come dinanzi a Dio. Mio bene, mio amato, voglio raccontartelo, voglio ricordare tutto quello che è stato» (pagina 113). A questa espressione, Ivan verso la fine del romanzo risponderà con altre non meno significative: «Felicità è spartire con te quel peso che con nessuno potrei spartire, se non con te» (pagina 221). Tutto scorre deve essere letto avendo in mente Grossman che dice: «La felicità è spartire un peso con qualcuno». In questo modo la lettura del romanzo diventa un gesto non solo estetico, istruttivo e pedagogico. Diventa un gesto di amicizia, di compassione e di libertà.
Centro studi Vasilij Grossman – Torino

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