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L’esperanto compie 125 anni (e qualcuno ancora lo parla)

luglio 26, 2012 Daniele Ciacci

Il 26 luglio del 1887, il linguista polacco Zamenhof pubblica in russo il suo ”Unua libro” (Primo libro), un saggio in cui mostra le basi famosa lingua artificiale.

Centoventicinque anni fa un oftalmologo, linguista e glottoteta polacco ha pubblicato la grammatica di una lingua artificiale. Una notizia che, presa così, non desta alcuna curiosità. Se non fosse che l’autore è Ludwik Lejzer Zamenhof e la lingua in questione è l’esperanto, l’idioma ausiliario internazionale più parlato al mondo, con il quale lo stesso Pontefice, tra gli altri, saluta durante l’Angelus. Il 26 luglio del 1887, il lituano-polacco – ma di origini ebree – Zamenhof pubblica in russo il suo Unua libro (Primo libro), un saggio edito a Varsavia in cui mostra le sedici regole base della nuova grammatica, novecento radici del vocabolario, due poesie, il Padre nostro e alcuni versetti biblici. Tutti, chiaramente, nella lingua universale, l’esperanto.


Oltre ai continui richiami alla dispersione post-babelica
, dalla biografia del linguista si nota che la necessità di creare un idioma comune e garante della pace nasce da esperienze personali. Zamenhof crebbe, infatti, a Bialystock, città polacca che nel 1859 era assoggettata al dominio zarista, ed abitata dai gruppi etnici più disparati: russi, ebrei, polacchi, lituani. Le distinzioni etniche portavano ad attriti, incomprensioni e non di rado sfociavano in tragedia. La possibilità di pervenire ad una pace globale non era un’illusione dettata dal buonismo, ma il vero desiderio fiorito dall’impatto con la crudezza del mondo. Nessuno dei tre figli di Zamenhof sopravvivrà alla seconda guerra mondiale: Adam è ucciso dai nazisti, Sofia e Lidia muoiono nel campo di sterminio di Treblinka.

La lingua progettata da Zamenhof è agglutinante. Non è flessiva (come il latino) e neppure fitta di preposizioni (vedi l’italiano). Unisce francese, spagnolo, tedesco, inglese, polacco, russo, greco, lituano, sanscrito, finlandese, ebraico e addirittura giapponese. L’esperanto, essendo creata a tavolino, ha il pregio di essere ultra-economica, senza variazioni dalla norma o verbi irregolari. Non esistono diverse desinenze per le persone dei verbi, ed è perciò facilissimo da apprendere. Per questa ragione, alcune scuole (specialmente inglesi ed ungheresi) hanno presto adottato il metodo Paderborn, descritto nell’omonima Università da Helmar Frank. Questa modalità d’apprendimento, che impone lo studio propedeutico dell’esperanto a una seconda lingua, dimostra una certa efficacia: i bambini imparano velocemente la prima lingua, e ancor più velocemente la seconda.


Ad oggi, non si ha un numero preciso dei fruitori dell’esperanto
, ma sono presenti associazioni nazionali in 70 paesi, e in 120 si hanno notizie di singoli fruitori. Chiaramente, la comunicazione nella suddetta lingua artificiale ha spazi di manovra molto ridotti rispetto all’idioma nazionale. In Brasile, ad esempio, sono molti a parlare l’esperanto. Anche in Cuba e in Cina, nonostante la forte pressione culturale, è presente una comunità di appassionati. A seguire, anche l’Ungheria, l’Inghilterra, l’Iran, il Madagascar e il Giappone concentrano una grande quantità di parlanti.

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