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Intervista – Umberto Mariani ci parla del piombo, tessuto muto e pesante e di sua prima scelta

gennaio 30, 2015 Mariapia Bruno

Si intitola Piombi, ed è una retrospettiva dedicata alle opere di Umberto Mariani, quella che aprirà presso la Jerome Zodo Contemporary di Milano il prossimo 5 febbraio. Abbiamo intervistato l’artista, che ci racconta alla perfezione il suo interesse per il materiale protagonista e i suoi significati.

La forma celata,2013, cm.84x60E’ il suo lavoro degli ultimi vent’anni, quello che la galleria Jerome propone nella retrospettiva “Piombi”. Il materiale che da il titolo all’evento è l’elemento chiave delle opere. Come si è sviluppato il suo interesse per il piombo? Quali sono le caratteristiche che ne fanno il materiale adatto a plasmare la sua creatività?

Mi reputo un “artista democratico”. Come uomo mi sento parte del mondo e come artista, dal mondo che mi circonda, traggo gli stimoli che giudico più significativi, le esperienze più esaltanti, i giudizi e le riflessioni, e con questo mi confronto. Quello che io elaboro non è un processo di “creazione assoluta”, che in realtà non è mai esistita; piuttosto un processo di ricezione, elaborazione e di restituzione. Parlare di tutte le fasi del mio lavoro, che copre ormai gli ultimi 50 anni, sarebbe troppo lungo. Posso concentrarmi sugli ultimi 25 anni, che sono attinenti al ciclo di lavori realizzati in piombo. Domanda legittima che mi si pone, come ti relazioni con il mondo e con l’uomo che lo popola? La risposta è: mediante gli archetipi che sono stati creati e proposti negli ultimi 4000 anni. Archetipo è tutto ciò che la civiltà passata e presente ha sedimentato nella nostra memoria. I riti, le cose e le forme che non possiamo non conoscere perché appartenenti all’archivio più significativo del nostro vivere. Nell’universo visivo forme come l’ellisse,il cerchio,il quadrato, il ventaglio, le stesse lettere dell’alfabeto latino, sono forme che possono essere definite eterne.

Per quanto mi riguarda, mi relaziono soprattutto con il panneggio, con le sue forme geometrizzate e simboliche. Con il panneggio elaborato nel mondo bizantino,un mondo orientale e per questo più idealistico e spirituale. Nelle forme appartenenti alla storia dell’arte, il panneggio a partire dagli antichi egizi non è mai mancato. Esso occupa il 60-70 % delle superfici dipinte o scolpite. Un immenso oceano di forme e colori è giunto fino a noi e io mi sono arrogato il diritto di ripresentarlo con le forme e i colori della contemporaneità. Deleuze sostiene che la piega contiene il concetto d’infinito. Ne prendo atto, ma io più modestamente penso di proporre immagini che non hanno nulla di criptico e nulla che debba essere descritto attraverso conoscenze complesse ed elitarie. Sono convinto che tutti abbiamo negli occhi e nella mente le forme dei sipari teatrali, le vesti e gli addobbi dei sacerdoti, le forme sontuose e rituali dei tendaggi nelle dimore signorili. In termini più attuali, le forme della moda contemporanea e del prèt-a-porter, tutti i tessuti che vivono attraverso le pieghe che li compongono. Il piombo, che io considero un tessuto muto e pesante, materiale che io scelgo in lamina sottile, mi permette di celebrare la fenomenologia visiva del tessuto. Solo in seguito ho scoperto quali e quanti significati fossero connessi e annessi a questo materiale povero nel corso dei secoli, uno per tutti: la simbologia sconfinata degli alchimisti.

Taghelmoust il velo 2009,cm. 42x33Come sono state selezionate le opere che saranno presentate al pubblico dal prossimo 5 febbraio? Oltre al materiale quali sono i fili conduttori che le legano? (lettere, forme geometriche?)

Durante la visita di Jerome (il gallerista) nel mio studio erano presenti un cospicuo numero di opere che cronologicamente coprivano gli ultimi 20 anni e che erano già passate da un’operazione selettiva. Concordemente abbiamo reputate fossero idonee a comporre una mostra personale.

Come mai sceglie la monocromia? Ci sono dei colori “artificiali” che valorizzano, anche in modo inaspettato, determinati materiali?

Fino alla fine degli anni ’80 io sono stato pittore, pittore di panneggi per i quali dovevo ricorrere al tradizionale chiaro-scuro
per dar loro visibilità. Quando ho iniziato a modellare il piombo, dando a questo forme in rilievo, l’artificio del chiaro-scuro
è venuto a cessare. Il rilievo ha in sé il proprio chiaro-scuro. A quel punto il monocromo era già modellato, quindi colore con effetto di rilievo. Uso il meno possibile colori artificiali. Sono più in sintonia con le terre e le ocre naturali. Poi il bianco ed il nero.
Le maggiori concessioni le faccio nei confronti del rosso. Ma uso il vermiglio che per certi versi si avvicina al mattone macinato o a certe terre di origine vulcanica. Per il blu, senza ricorrere ai preziosismi del lapislazzulo macinato, utilizzo l’indaco che è di origine vegetale, l’indigofera.

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